Una storia che parte da lontano, un ragazzo dal talento incredibile che ha scritto la pagina più bella della sua nazione

Il nome di Toru Yonezawa dice poco al grande pubblico. Con la tendenza ormai consolidata di affidarsi solo a coach di grido, a poco vale l’appellativo quasi impronunciabile di un semplice maestro di tennis seppure in giapponese voglia dire “uomo acuto” e “grande viaggiatore”. A indossarlo con disinvoltura era un collaboratore di Nick Bollettieri, un quarantenne amante del suo lavoro che, oltre a sparare palle da un cesto tutto il santo giorno, veniva spesso inviato, a navigare nel pelago dell’agonismo giovanile.
Nella primavera del 2003, Yonezawa aveva pensato di approdare alla mia ‘Tennis Academy’ di Roma, seguito da un ciuffo di valorosi ragazzini con cui condivideva l’esperienza dei tornei under 14 internazionali. Un cammino partito dagli Stati Uniti, proseguito in Nord Europa e giunto, partita su partita, agli appuntamenti primaverili del Bel Paese. A dispetto della sua estrazione, Toru era un tipo sorridente e piuttosto informale. Un tipo che per tenere il cervello al fresco, usava nasconderlo sotto un cappellone a falde larghe simile a quello che in ‘Lo Hobbit’ J.R.R. Tolkien infila sulla zucca di quel Gandalf che elargisce saggezza nel suo ruolo di mago. Del vecchio indovino, il maestro del sol levante richiamava anche un fare serafico, trasmesso ai suoi allievi per via di calme movenze e sguardo intuitivo. Ai suoi piccoli Hobbit, Toru sorrideva poco con la bocca e molto con gli occhi, due fessure tirate ai lati da quelle rughine espressive che spesso segnano il volto di coach cotti dal sole e sferzati dal freddo. Uno sguardo rigorosamente a mandorla da cui sprizzava buonsenso e gentile fermezza mietendo, in cambio, stima e affetto dai giovani discepoli.
Non faceva favoritismi, seppure avesse anche lui il suo piccolo debole! A farlo sciogliere come neve al sole era un tipetto tutto pepe, vispo come un leprotto, veloce come una gazzella, pronto come un aquilotto. Uno di quei teenager che una semplice locuzione definisce come argento vivo. Si erano scelti, i due, così come Gandalf aveva fatto col Bilbo del famoso romanzo, e insieme procedevano in perfetta simbiosi afferrandosi l’un l’altro senza tanto cicalare.
«Master», mi chiede di filato il primo giorno di addestramento, «che ne pensi di questo ragazzo?» Ancora a corto di vedute circa quel gruppetto appena giunto a Roma, avevo pensato di tenermi sul vago: «Mi sembra interessante», replico con quanto di più trito mi era salito a pelle. «È il più forte under 14 del mondo», aveva proseguito col sorriso sornione di chi ha tirato i fili di un affabile tranello.
Poi eravamo passati alle presentazioni e una tira l’altra era giunta quella col piccolo fenomeno: «Ciao», butto lì sfoderando il mio miglior sorriso, «io sono il Master, nice to meet you». «Hi», era stato il rapido rimando, «my name is Kei… Kei Nishikori». Abbozzava, a un rapido inchino e senza concedere altro tornava a guadagnare il campo rifilando due sberle lungolinea con tanto di grugniti.
Seguirono giorni di intenso lavoro e quel ragazzino pronto a mordere il freno su ogni palla. Per non smentirsi anche fuori dal campo amava spiccare in tutto: ping-pong, calcio balilla. Perfino a carte. E quando l’ora del pranzo giungeva al pettine si lasciava andare a prolungati amplessi con carbonare, amatriciane e cicorietta romana ripassata in padella!
Nei giorni a seguire il buon Toru mi avrebbe messo a parte dei suoi obbiettivi: «Voglio portarlo tra i primi junior al mondo», mi aveva detto, «prima di lanciarlo tra i pro».
Era la primavera del 2003 e gli anni che seguirono non avrebbero tradito le aspettative seppure attraversati da qualche infortunio di troppo. 189 settimane nella top ten, 12 titoli in bacheca e cinque finali di cui uno slam e quattro Master 1000.
Sarebbe toccato al torneo di Miami 2015 metterci uno di fronte all’altro sulla via degli spogliatoi. Con il polso della mano destra immerso in una borsa di ghiaccio, aveva sfoderato uno splendido sorriso e in un amen eravamo tornati ai giorni spensierati della settimana romana.” Toru non è più da Bollettieri…” mi aveva detto, “… ora ha una piccola Academy a Tokyo e spesso ci sentiamo”. Quindi ci eravamo liberati al più e al meno e il giorno dopo era partito alla volta del sol levante.
Il buon Toru aveva rispettato i piani accompagnando il suo piccolo Hobbit in quella terra di mezzo che dalla spensierata attività giovanile conduce alle soglie del professionismo.
Il seguito è attualità A 36 anni, Kei sta facendo il suo giro di addio al grande Tennis e ieri ha salutato Tokyo cedendo il passo a Frances Tiafoe.
Il suo nome, significa un sacco di cose belle: “benedetto”, “eccellente”, “rispettoso”! Anche “gioiello” e “saggio”! Non sapremo mai se siano stati cotanti appellativi a farne quel che è stato o invece, se buona parte del valore sia farina genuina del suo sacco. Di certo c’è la mano di quel lontano maestro dal fare giudizioso che, insaccato nel suo cappellone in raffia chiara, muoveva gli occhi quel tanto da essere compreso!

