24 October 2009

Jack Kramer, il professionista

Kramer, leggenda del tennis, è scomparso a metà settembre all’età di 88 anni stroncato da un tumore. E’ stato uno dei tennisti più grandi di ogni tempo...

Jack kramer, il professionista

di Claudio Calza

 

Il tennis moderno ha un cuore antico e questo cuore si chiama Jack Kramer. Non solo perché è colui che ha inventato il professionismo, la prima pietra del tennis di oggi, ma anche perché il suo tennis aggressivo e sempre all’attacco, decisamente anomalo per quei tempi, anticipava quello praticato molti anni dopo, Jack Albert Kramer nasce a Las Vegas il 1° agosto 1921, da una famiglia benestante. Come tutti i ragazzi americani dell’epoca, ha una sola grande passione e un solo idolo: il baseball e Joe Di Maggio.  Si dedica a questo sport anima e corpo, ma ha una padre apprensiva che trepida all’idea del figlio alle prese con mazze micidiali e palle come sassi che viaggiano velocissime e tanto fa che riesce pian piano a spostare il suo interesse sul tennis, uno sport decisamente più soft. Jack subisce a malincuore il cambio di attrezzo e soprattutto il passaggio a quello che veniva chiamato “sissy game”, cioè un gioco per ragazzine.

 

La sua grande predisposizione e la caparbietà che gli erta congeniale fecero sì che si trovasse tanto bene con la racchetta tra le mani da diventare, a soli 13 anni, campione juniores degli Stati Uniti. Nel frattempo la famiglia si era trasferita in California, a S. Bernardino e Jack aveva iniziato a frequentare il Los Angeles Tennis Club, sede di una importante scuola di tennis. La sua indole lo portò istintivamente ad adottare la tattica del serve ah volley. Grazie infatti al suo servizio molto potente, riusciva a creare i presupposti per impostare un gioco d’attacco nel quale le conclusioni venivano per lo più affidate alle volée. Il teorizzatore di questa tattica fu Cliff Roche, un tecnico che potremmo definire “minimalista”.

 

Costui a Los Angeles incontrò Kramer e lo convinse che il tennis poteva essere sintetizzato in pochi fondamentali - però giocati alla perfezione - e al calcolo delle probabilità. Lo schema era molto semplice: eseguire un approccio incisivo e presentarsi a rete in modo da costringere l’avversario a tentare il passante. Secondo i calcoli di Roche, il ribattitore, in questi casi, aveva una percentuale non superiore al 20% di “passare” Kramer. Un margine più che largo per assicurarsi la vittoria. Kramer però ebbe la sfortuna di affacciarsi alla ribalta internazionale già con il secondo conflitto mondiale alle porte. Fu infatti nel 1939 che disputò la sua prima Coppa Davis.

Gli Stati Uniti incontravano in finale l’Australia al Merion Cricket Club di Haverford in Pennsylvania. Dopo la prima giornata, gli Stati Uniti conducevano per 2-0, grazie alle vittorie di Bobby Riggs e Frank Parker su Adrian Quist e John Bromwich. A questo punto, il capitano USA, Walter Pate, sentendosi già la vittoria in tasca, decise di schierare nel doppio i giovanissimi Joe Hunt (20 anni) e Jack Kramer (18 anni). Non fu una mossa felice in quanto i due ragazzini, dopo essersi aggiudicati il primo set, si disunirono e uscirono sconfitti nettamente contro gli avversari più esperti anche se comunque molto giovani, gli stessi Quist e Bromwich.

 

Questi ultimi poi, nella giornata conclusiva, vinsero i rispettivi singolari e, con questi la Coppa Davis. Poi si scatenò l’inferno della guerra; uno dei due protagonisti della finale, Joe Hunt, morì al fronte e di tennis non si parlò più fino al 1946. E proprio a partire da quell’anno si impose lo strapotere di Jack Kramer che durò, secondo il parere di tutti, fino al 1954. Proprio nel 1946 vinse il suo primo titolo USA a Forest Hill e portò la sua squadra di Davis a stravincere contro l’Australia (5-0), bissando il successo l’anno dopo sempre in maniera netta (4-1).

Il 1947 fu un anno fondamentale per Kramer, per diversi motivi. Al di là del trionfo in Coppa Davis, rivinse il campionato americano e si aggiudicò il suo unico torneo di Wimbledon in singolare. Battè in finale il connazionale Tom Brown 6-1 6-3 6-2. Nel corso della telefonata che fece fece alla moglie Gloria dopo la vittoria, espresse la sua meraviglia per la facilità con cui aveva sconfitto, in poco più di 40 minuti, il suo avversario, lo stesso con cui, l’anno precedente, si era aggiudicato il torneo di doppio sempre sull’erba di Wimbledon.

 

Il doppio poi lo rivinse anche lo stesso anno, nel ’47, questa volta in coppia con Falkenburg, quindi prese la decisione più importante della sua vita. Si lasciò cioè convincere dall’impresario Jack Harris a entrare in un primo giro professionistico formato da alcuni giocatori che si esibivano in tournée chiuse, molto ben remunerate. Nel corso del primo anno, rimase celebre la sua sfida infinita con Bobby Riggs, il più forte del gruppetto, sfida che si articolò in ben 85 incontri: Jack ne vinse 65, guadagnando 85 mila dollari.

Kramer, con la sua personalità e le sue capacità manageriali, non tardò a prendere in mano le redini dell’organizzazione, creando la “Troupe Kramer”, alla cui corte approdarono Pancho Gonzalez, Sedman, Mc Gregor, Segura e, in seguito Laver, Rosewall e molti altri.

 

Da quel momento, il tennis mondiale si spaccò ufficialmente in due. Da una parte i professionisti, quelli che giocavano per i solei, dall’altra i dilettanti che in teoria si battevano per una coppa o una medaglia. In realtà, non era proprio così; biglietti di viaggio, rimborsi spese, premi o addirittura “sipendi” più o meno ufficiali compensavano in qualche modo questi puri che si chiamavano Patty, Trabert, Drobny, Pietrangeli, Sirola, Santana. Costoro continuavano a resistere alle lusinghe di Kramer, che offriva sì un bel po’ di denaro, ma costringeva i giocatori ad allenamenti duri e a una vita stressante.

Nel 1960 Kramer si ritirò dall’attività, pur rimanendo sempre nell’ambiente. Ormai però il tennis aveva intrapreso la strada per uscire dall’equivoco, infatti, dopo alcuni anni, nel 1968, su iniziativa degli inglesi, apparvero i primi tornei open e il fuoriclasse americano, ormai manager a tempo pieno, diede la sua impronta alla svolta.

Il resto fa parte della storia “moderna” del tennis, una storia che, nel bene e nel male, ci porta ai nostri giorni, al tennis spettacolo, spesso esagerato, esasperato, ma sempre splendido ed esaltante. Una cosa comunque è certa, i campioni di oggi dovrebbero essere molto grati a Jack Kramer poiché non c’è dubbio che è stato colui che ha posto le basi per i loro favolosi guadagni.

 

Il primo dei grandi organizzatori

Suo padre diceva che, sia giocando a baseball prima e a tennis poi, il suo cruccio era quello di non poter decidere lui i turni di battuta. Jack Kramer, con il suo carattere egocentrico, era nato per dominare, per organizzare le cose in modo che tutto il suo mondo ruotasse attorno a lui. Smesso di giocare, inaugurò così la categoria dei giocatori-manager, che doveva poi avere un seguito di tutto rispetto.

Dopo aver choccato l’ambiente, compassato e un po’ parruccone, inventando e codificando il professionismo, cavalcò in seguito, non senza fatica, la tigre furiosa della ricucitura, ideando il circuito del Grand Prix e trovando subito modo di polemizzare con Lamar Hunt, il petroliere del Texas, fondatore nel 1967 del circuito WCT, sul problema delle “garanzie”, malcostume che sorse spontaneo fin dall’inizio.

 

“Prevedo che il continuo aumento delle garanzie - diceva - porterà un numero sempre maggiore di tornei fuori del giro. Il mio timore è che ci si trovi con meno tornei riconosciuti e con più esibizioni, nelle quali i grossi calibri guadagneranno la crema del premio, gli agenti controlleranno la televisione e lo spettacolo, mentre il circuito riconosciuto lentamente sparirà”. Per certi aspetti certamente è stato un buon profeta.

Possiamo dire ancora che fu il primo direttore esecutivo dell’ATP e che a lui si deve la nascita dei Masters. A lui seguirà il rumeno Ion Tiriac che, da ottimo doppista, si trasformò in un organizzatore eccezionale e oggi è una potenza vera e propria e non solo in campo tennistico.

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