Come già successo con Federer a Wimbledon, è toccato ancora a Hubert Hurcacz mettere a nudo il re Rafa Nadal sul suo campo di battaglia favorito  (foto Ra Giubilo)

 

“Improvvisa giungerà la fine”, disse un giorno Gesù di Nazaret, facendo eco alle parole del sapiente biblico Qohelet: “D’improvviso la rovina li colpirà”. Questa l’associazione mentale spontanea che ho fatto quando ho saputo della sconfitta patita a Roma da Nadal contro il polacco Hubert Hurkacz, “il tennista che ha nel suo cognome due parolacce” (copyright Direttore).
1-6, 3-6: un punteggio così severo Rafa non lo aveva mai subito sulla terra rossa… da ben 21 anni, quando sedicenne aveva perso 2-6 2-6 contro Gastón Gaudio agli ottavi del torneo di Amburgo. Il guerriero spagnolo non ha voluto alcuna cerimonia celebrativa sul campo da gioco
della capitale italiana (come invece aveva accettato poche settimane fa a Madrid), ma questa resa pare un antipasto di un addio ormai imminente.

Non è sfuggito ai più che nel 2021 Hubi, sempre lui, ha posto fine in 3 set diretti anche alla carriera di Re Roger, niente meno che nel suo giardino di Wimbledon, addirittura chiudendo con un 6-0, unico bagel subito da Sua Immensità a Church Road.
Ma quel giorno non lo sapevamo… E se è vero che non c’è 2… ci aspetteremmo qualcosa di simile anche contro Nole, ma questo è un altro discorso.

Qui mi piace invece riflettere sul fatto che la fine di qualcosa di grande giunge spesso improvvisa, inattesa. O forse la fine, tout court. Si è sempre impreparati, si vorrebbe dire che “c’è ancora domani”, almeno un domani, ancora un po’ di tempo ma invece non è così, e la vita si incarica di insegnarcelo. Al riguardo, è sempre Qohelet a darci una delle più suggestive e insieme drammatiche definizioni della ricerca umana su questa terra: “Dio ha fatto bella ogni cosa al tempo opportuno; ha posto anche nel cuore degli umani il mistero dell’eternità, senza però che essi riescano a trovare o comprendere l’opera che Dio ha compiuto, dall’inizio alla fine” (Qo 3,11).
L’inizio non ci appartiene, la fine non la comprendiamo appieno: è davvero un bell’enigma, o almeno così mi pare. Resta in ogni caso la salvifica bellezza che ci è chiesto di saper gustare al tempo opportuno, non prima né dopo.

Ma non vorrei inerpicarmi su vette troppo complesse. Mettiamola così. Non ho mai visto Hurkacz giocare dal vivo, anche se ci sono andato molto vicino due anni fa ad Halle, dove abbandonai stremato gli spalti prima di una sua sfida serale di quarti con Auger-Aliassime, dopo una giornata intera di tennis su erba sotto il solo tedesco, tra fumi di würstel che attraversavano l’aere. Ma se mi capiterà di osservare dal vivo i suoi colpi piatti e le sue discese a rete essenziali ed efficaci, vorrei avvicinarlo per chiedergli: “Caro Hubi, spiegami per favore come fai a conoscere il mistero della fine delle leggende”. Magari mi servirà per cominciare ad accettare le piccole fini quotidiane, in attesa di quelle grandi che presto o tardi arrivano. Improvvise, ma sempre al tempo opportuno.