Tutta la soddisfazione della giovane campionessa russa, che al Roland Garros ha conquistato il suo primo titolo Slam

PARIGI – Nel 2023 debuttò in un torneo dello Slam qui a Parigi. Aveva 16 anni, alle spalle una serie impressionante di vittorie nei tornei minori e al Roland Garros superò le qualificazioni poi due turni del tabellone principale prima di infrangersi sulla maggiore esperienza di Coco Gauff. In conferenza stampa incantò tutti, passando con disinvoltura dai problemi scolastici (odiava la chimica) ai messaggi che si scambiava con Murray. «Mi piace di più il tennis maschile – diceva – adoro Nadal e Federer. Vabbè, aggiungiamo anche Djokovic, non vorrei che si offendese…». Tre anni dopo Mirra Andreeva è la nuova campionessa di Parigi, prima russa a vincere uno Slam dal bis di Sharapova al Bois de Boulogne nel 2014 («so che Maria si trova a Parigi, spero che abbia guardato la partita»). Ci è riuscita dopo un viaggio tortuoso, ricco di soddisfazioni e di delusioni, innaffiato troppo spesso dalle sue lacrime. Alla premiazione, si è presentata con una tuta dove sul davanti erano ricamate queste parole, «Voglio ringraziare me stessa», concetto che poi ha ripetuto al microfono: «Ho sempre creduto nelle mie capacità al 100%, ogni giorno cerco di migliorare come giocatrice e come persona. Sì, ringrazio me stessa».
La vittoria parigina – più giovane a trionfare al Roland Garros dalla diciottenne Seles nel 1992 – chiude forse definitivamente un periodo in chiaroscuro per la diciannovenne di Krasnoyarsk, in Siberia, trasferitasi da ragazzina sulla costiera francese per studiare da campionessa. «Guardavo Parigi in televisione sin da quando ero piccola. Per me vincere qui è un grande sogno, non posso credere di esserci riuscita e di stare adesso in conferenza stampa con il trofeo della vincitrice davanti a me. Avevo provato a immaginare tante volte quali potessero essere le mie sensazioni, devo dire che la verità supera nettamente le mie fantasie, mi sento molto meglio di quanto sperassi…». Un saluto alla psicologa che la sta aiutando da un anno e mezzo («Alexis, hai visto la partita in Florida, ci siamo sentiti spesso negli ultimi giorni, grazie per tutti i consigli che mi hai dato»), uno alla sua coach, Conchita Martinez («abbiamo svolto un gran lavoro insieme, trascorrendo momenti belli ma anche brutti, è stato bellissimo sentirti dire che sei orgogliosa di me»), poi Mirra ha raccontato come è uscita dal suo momento più buio, sul finire della scorsa stagione. «La mia psicologa dice che puoi scegliere come vuoi essere in campo, come vuoi giocare e che tipo di persona vuoi essere. Io ho scelto di essere una lottatrice. Ho anche guardato molte partite che Roger (Federer, ndc) ha giocato qui, volevo provare a imitare il suo modo di comportarsi in campo. Forse questo mi ha aiutato, perché volevo apparire bene in campo, non essere frustrata o scontenta, ma far vedere alla gente che provo a dare il massimo, a lottare e competere. E devo dire che ho gestito molto meglio la pressione durante queste due settimane. All’inizio del torneo non è stato facile, ho avuto momenti emotivamente difficili, ma prima della semifinale e della finale ho parlato con la mia psicologa, che mi ha dato ottimi consigli».
Quest’anno la giovane russa, che non ha voluto parlare della situazione in Ucraina («a nessuno piace la guerra, ma io devo restare concentrata in tante cose per la mia carriera, di questo non parlo», però la Sicurezza ha fatto rimuovere dallo Chatrier una bandiera della Russia) ha vinto tre tornei e da lunedì passerà in classifica dall’8° al 6° posto. Soprattutto, nella “Race” si è portata al comando, scavalcando Sabalenka. «Non devo distrarmi troppo, è già tempo di pensare ai tornei sull’erba». Nel 2012 aveva lasciato Parigi, distrutta nei quarti dalla meteora Boisson e dal pessimo comportamento del pubblico parigino. Dodici mesi dopo, se ne va con il primo grande acuto della carriera, che non sarà certamente l’ultimo. La piccola Mirra è finalmente sbocciata.

