Le parole in conferenza stampa del campione serbo, a metà tra la solita ironia e l’ammissione di non essere completamente soddisfatto della prestazione in campo

Foto di Ray Giubilo

WIMBLEDON – In campo, lotta con la voglia dei bei tempi, anche se con qualche incertezza in più. Fuori, Novak Djokovic sembra stanco, un po’ fuori fase. È apparso quasi svogliato in conferenza stampa dove si solito si produce in performance scoppiettanti. Allude in ogni occasione alla sua età.
Ma ci è, o ci fa? Sente veramente il peso degli anni? Oppure, nel giorno in cui ha superato il record condiviso finora con Roger Federer per il maggior numero di vittorie in singolare a Wimbledon (sono 106 adesso per Nole), cerca semplicemente di nascondersi ai prossimi avversari?
È nei quarti di finale per la 17esima volta (la sessantaseiesima in tutti gli Slam). Può ancora puntare a raggiungere Federer con l’ottavo titolo all’All England Club. Anzi, più di un esperto pensa che debba essere considerato fra i favoriti. Dei record dice di non curarsi, né di quello raggiunto con la vittoria con Roman Safiullin (“Non lo sapevo neanche fino a stamattina”), né quello, più clamoroso, che arriverebbe con la vittoria del titolo, 8 Wimbledon e 25 Slam. “Non è la mia priorità”, mente, sapendo di mentire.
Certo, non è stata una giornata facile per Djoko nel suo ufficio sul Centre Court. “Una vittoria combattuta – dice ancora sul campo – Lui ha cominciato in modo aggressivo da fondo campo”. Dirà più tardi che è raro che si sia trovato in difficoltà nella sua carriera a scambiare da fondo. Tanto che poi ha provato un mix, con maggior uso del serve-and-volley, “e questo mi ha tolto dai guai”.
Djokovic ammette di non essersi sentito al meglio in campo, non tanto fisicamente, ma come livello di tennis. “Non sono soddisfatto, piuttosto sollevato, contento di aver vinto”, che, come si sa, è l’unica cosa che conta. Il campione serbo è un “risultatista”, anche se gli piace “combattere, e anche soffrire”: “Una vittoria è una vittoria, anche quando è una vittoria brutta. Io sono un perfezionista, ma qualche volta non è possibile offrire la migliore performance”.
Ci sta tutto. Anche una breve sclerata nel terzo set, quando ha spedito una palla contro le protezioni a fondo campo. E anche tutte le procedure da seguire per il recupero dopo la partita. “Il tempo che passo nel recupero è più lungo che mai. Fa parte del processo. Il corpo cambia”. E fa un puntuale elenco di tutte le tecnologie che ha usato e usa per rimettersi in sesto dopo gli incontri, come fosse l’anziano paziente di una clinica del benessere.
Ma poi. “A win is a win”, una vittoria è una vittoria. E chi sottovaluta Djokovic lo fa a proprio rischio e pericolo.