Da McEnroe a Pescosolido, a Serena, le squalifiche memorabili del tennis

Andrey Rublev non è solo. Nel girone "degli squalificati" figurano giocatori recidivi, ribelli e persino insospettabili

foto Ray Giubilo

1 di 3

Andrey Rublev può consolarsi (oltre che riflettere sui suoi comportamenti in campo): in quanto a squalifiche è in ottima e abbondante compagnia. A farsi cacciare dal campo sono stati peones e numeri uno, tennisti super corretti e protagonisti della provocazione. Eccone alcuni.

Il più innocente fra gli squalificati del tennis è stato Stefano Pescosolido. Ragazzo intelligente ed educatissimo, mai una sbavatura, nel 1992 a Sydney durante un primo turno contro Johan Anderson ‘cicca’ una risposta e con un gesto di stizza composito e improvvido getta a terra la racchetta e la colpisce contemporaneamente con un calcio. L’attrezzo si impenna, scavalca la rete, vola in tribuna e colpisce una spettatrice al volto, spedendo lei all’ospedale e ‘Pesco’ fuori dal torneo. Da grade gentleman Stefano spedisce un mazzo di rose alla malcapitata dopo essersi scusato e aver dichiarato che ‘non avrei comunque continuato a giocare'. Un incidente simile, protagonista la palla e non la racchetta, è capitato più recentemente a Denis Shapovalov nel 2017 in un match di Coppa Davis contro la Gran Bretagna: l’allora 17enne canadese scaglia la palla in tribuna, colpendo però all’occhio il giudice di sedia Arnaud Gabas.

Il più danneggiato di tutti è stato Novak Djokovic, per la stranota pallata, involontaria ma non scusabile, tirata per rabbia (e senza guardare) verso i cartelloni di fondo campo durante il match di ottavi di finale contro Carreno Busta agli Us Open del 2020: la palla colpisce alla gola una giudice di linea e per il Djoker arriva la cacciata del torneo, che probabilmente lo priva di un altro Slam.

Il più odiato di tutti è stato invece Daniel Koellerer, il tedesco squalificato a vita nel 2011 per aver truccato dei match, ma che in precedenza aveva collezionato ripetute accuse di razzismo e di scorrettezza, e aveva a sua volta causato la squalifica di Stefan Koubek, anche lui esasperato per le provocazioni di Koellerer al punto di afferrarlo al collo durante un cambio di campo.

La squalifica più famosa è probabilmente quella di John McEnroe agli Australian del 1991, quando prende di mira il giudice di sedia Gerry Armstrong e il supervisor Ken Farrar (del quale tira in ballo in maniera inopportuna anche la madre). Mac è abituato alle discussioni ma si dimentica che le nuove regole prevedono due penalità prima della squalifica, e non più tre, e passa il limite. L’ultimo a farsi cacciare da uno slam prima di Johnny Mac era stato il colombiano Willy Alvarez nel 1963 al Roland Garros, anche lui per qualche parolina di troppo.

Altri colpevoli/innocenti, alla stregua di Pescosolido, sono Tim Henman e David Nalbandian. Il primo colpisce involontariamente una raccattapalle nel 1995 a Wimbledon - unica macchia di una carriera da vero Lord - e come Pescosolido dopo la squalifica si scusa consegnandole sul campo un mazzo di fiori, mentre l’argentino, colto da un raptus durante la finale del Queen’s 2012 contro Marin Cilic, dà un calcio alle protezioni che delimitano la postazione dei linesman: che però proteggono poco il povero giudice. Morale: tibia sanguinante e inevitabile cacciata per «La Nalba».

La più curiosa, quasi grottesca delle squalifiche è invece quella di Jeff Tarango a Wimbledon 1995. Al terzo turno, in svantaggio per 6-7, 1-3 contro Alexander Mronz, Tarango si infuria con l'arbitro francese Bruno Rebeuh, che gli ha appioppato una ‘code violation’ per ‘oscenità verbali’. L’americano convoca il supervisor, chiedendo che Rebeuh, «uno degli ufficiali di gara più corrotti del gioco», secondo Tarango, venga rimosso dal campo. Rebeuh, esasperato, gli appioppa un’altra penalità e a quel punto Tarango si ‘autoespelle’ uscendo indignato dal campo. La moglie di Tarango poi completa la «vendetta» schiaffeggiando Rebeuh in un corridoio dello stadio.

Anche qui si può trovare un episodio simile, ma più recente, protagonista Nick Kyrgios, uno che di multe e sospensioni se ne intende, fra performance da schiaffi, provocazione agli avversari (nel 2015 sciorinò in campo a Wawrinka i trascorsi erotici della sua fidanzata), telenovele acide con i colleghi (Djokovic, ora diventato suo amico del cuore, ma anche Nadal, che Nick fino a qualche tempo fa chiamava ‘Ralph’…), battibecchi con gli spettatori (a Shanghai nel 2016 fu multato di 32,900 dollari dopo una mezza rissa verbale con chi lo accusava di non impegnarsi) e insulti ai tornei («non gioco al Roland Garros perché è un posto di merda»). Il giudice di sedia Mohammed Layani agli Us Open di qualche anno fa addirittura era (generosamente ma incautamente) sceso dal seggiolone per offrirgli un po’ di conforto, beccandosi pure lui una squalifica. Il capolavoro di autodistruzione Nick Kyrgios lo compie però agli Internazionali d’Italia del 2019, quando al culmine di un crollo nervoso, indispettito dall’arbitraggio e dal tifo (anche a suo favore!) del pubblico, scaraventa in campo una sedia e poi prende racchette e borsone abbandonando il match di secondo turno contro Casper Ruud.

La più polemica delle squalifiche è sicuramente quella inflitta a Serena Williams - anche le ladies s’infuriano… - nella finale 2009 degli Us Open contro Kim Clijsters. La Pantera urla in faccia alla linesman giapponese Shino Tsurubuchi frasi pesantissime («ti caccio in gola quella palla fino a soffocarti!») dopo una chiamata da lei, diciamo così, non condivisa. Seguono squalifiche e, come sempre quando di mezzo c’è Serena, dibattiti a livello planetario.

© RIPRODUZIONE RISERVATA