Vincenzo Franchitti, quel giorno al Foro

E' stato l'unico oltre a Panatta a battere Borg, nel Wct di Bologna, e a Roma se la giocò contro Newcombe. Vincenzo Franchitti non è mai stato convocato in Davis, anche se per un periodo è stato fra i migliori in assoluto in Italia. Le scuse di Sirola, il rapporto con Belardinelli

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Ci conosciamo da molti lustri e condividiamo affinità elettive. Veniamo entrambi dai raccattapalle, eravamo felicemente biondi e siamo figli di quella Roma povera ma bella, tanto cara a Dino Risi. Sognando da campioni, a diciotto anni abbiamo spartito perfino un titolo junior a squadre con i colori del Tennis Parioli. Le affinità si fermano qui, giacché Vincenzo Franchitti campione lo è diventato sul serio mentre io sono passato presto ad arricchire la moltitudine delle mezze seghe. Ci sentiamo spesso e ci vediamo meno ma superati felicemente gli... anta, non importa quali, l’ho incontrato per una sana chiacchiera dal sapore antico.

E’ tempo di Internazionali e i ricordi non possono che andare in quella direzione. Per planare sull’edizione n. 28, quella del 1971. Un’annata doc per Vincenzo, finito in bocca a un cannone per via di un’impresa titanica che lo rese famoso presso il grande pubblico. «Non ero abituato alle partite importanti….», mi rivela chiacchierando sui gradoni del Pietrangeli mentre in campo due giocatori delle pre-qualificazioni se le danno di santa ragione per guadagnare una wild card in tabellone. «Sta di fatto...», prosegue con un pizzico di rammarico, «che sul 5 pari al terzo mi sentii di colpo appagato perdendo d’intensità, e col John Newcombe dei tempi non te lo potevi permettere: non per nulla era il più forte del mondo». Tutto finì in mani australiane ma quel match fu l’eco di uno stato di grazia di cui il buon Franchitti stava godendo a piene mani.

Tant’è che il turno prima aveva battuto 6-3 al terzo Bob Carmichael, altro 'aussie' di lusso, numero 16 del mondo. «Per abbattere la tensione, sul match point lasciai rimbalzare più volte la palla sul terreno, cosa per me assai insolita». Un tempo interminabile speso nel più assoluto silenzio e interrotto soltanto quando Vincenzo diete il via al servizio chiudendo la faccenda con un ace esterno e i capelli al vento Seguì un lungo boato, nel quale anche le statue dello storico centrale sembrarono applaudire la prova del loro beniamino.

Quanto basta, insomma, a rendere indimenticabile quell’edizione del prestigioso torneo. «Ero in paradiso e sentivo la mia vita a un bivio». Sulle stesse tribune, Mario Berardinelli e Orlando Sirola, direttore tecnico e capitano di Davis, di quei due match epici non avevano perso un colpo.

«Non dico la celebrità, ma quantomeno pensavo di essermi guadagnato la convocazione per Jugoslavia Italia di Coppa Davis in programma di lì a poco. Invece nisba: rimasi inspiegabilmente al palo! Eppure i risultati c’erano e anche gli scontri diretti con gli altri italiani dicevano che in certi momenti ero io il più in forma”. Morale della favola Franchitti rimase a casa. «Erano altri tempi, e l’episodio mi impedì di approcciare l’attività internazionale per ambire a confronti più importanti e maturare come giocatore”. Una ferita ancora aperta, che a tutt’oggi non smette di bruciare». A poco servirono, molti anni dopo, le scuse di Sirola per quell’errore grossolano, avvenute in una serata conviviale consumata a Reggio Emilia».

«E non fu un caso…», prosegue, «…giacché anche nel ’73 fui tenuto ingiustamente fuori contro la Spagna e qualche anno dopo ancora contro l’Olanda. Addirittura non fui chiamato neanche per Italia Australia dopo che avevo vinto il circuito professionistico Lotto Spalding. Insomma ero un escluso in perenne attesa di una convocazione meritata sul campo e ignorata per ragioni astruse». Dietro i lineamenti da duro, Vincenzo nasconde un’anima sincera e talora non le manda a dire. Stando così le cose disdegna l’ipocrisia e racconta che non amava farsi bello agli occhi di Belardinelli. «Il signor Mario» , racconta, «era uomo di forte personalità e non amava essere contraddetto. Avemmo un rapporto molto schietto, ma pur apprezzandomi come giocatore ,mi tenne fuori dalle convocazioni».

Un dispiacere per un ragazzo in cerca di una guida che appena dodicenne aveva smesso di giocare per fare altri lavori e aiutare la baracca. «Ripresi a sedici anni dietro incitamento di Sergio Baruti e Carlo Gatti. Feci un provino alle tre fontane e mi guadagnai di che vivere come collaboratore di Wally Sandonnino». Quello stesso ragazzo qualche mese dopo giocava con buoni risultati i campionati italiani under 18 presso i Giardini Margherita di Bologna dopo aver passato l’estate a Sestola a insegnare tennis. «Usai quel periodo al centro estivo della fit per giocare tutte le sere con Bebi Zambon la sera dopo il lavoro. Quei lunghi palleggi furono una mano santa”! Da non classificato, il ritrovato tennista batté la testa di serie numero quattro per perdere il turno dopo contro il più esperto Franco Bartoni. Una bella prova di attitudine, la stessa che appena tre anni dopo lo vedeva vincitore di singolare e doppio ai campionati italiani di seconda categoria a San Remo. In quell’occasione fece di testa sua: due settimane prima attaccò la racchetta al chiodo per dedicarsi completamente alla preparazione fisica. «Arrivai ai campionati carico a palla per affrontare il cimento del tre su cinque e feci centro». La stessa attitudine che due anni dopo l’avrebbe portato quasi a battere John Newcombe. «Ma qui al Foro me la sono giocata bene anche con Dibbs e Artur Ashe perdendo soltanto di misura». E in quel suo ‘fai da te’ ebbe anche il tempo per riflettere sugli alti e bassi del suo rendimento arrivando a conclusione che poteva allenare la mente scorrendo un buon libro. Prima una pagina, poi due e via via molte ancora. «Fu un lavoro eccezionale e trovai grande giovamento. Lo stesso messo in mostra nel ’74 a Bologna contro Biorn Borg. Scherzosamente Di Matteo gli consigliò l’elmetto. «Faremo a chi tira più forte», replicò il nostro eroe. Non perse mai il servizio e in un serale indimenticabile fu un 6-4 6-3 netto che non offriva il fianco a dubbi. Già quella sera i media non si risparmiarono e quando dopo cena una pattuglia dei carabinieri li fermò in centro città, l’agente scrutò incredulo il documento solo per dire: «ma è proprio lei?».

«Lo sport è bello anche per questo - dice al termine della nostra chiacchierata - nessuno ti regala niente. Il tennis poi… Sei tu l’avversario e una palla da mandare di là. Meglio lo fai prima arrivi al dunque». Però la considerazione degli altri è importane e anche una convocazione al momento giusto può fare la differenza tra fiducia e frustrazione. «A me è capitato di non sentirmi apprezzato. Amen».

Il match sul Pietrangeli ha appena assegnato la sua wild card a Matteo Arnaldi e anche noi torniamo alla realtà. «Che ne pensi del tennis moderno?» chiedo a chiusura, «lo trovo troppo simile a se stesso anche se avverto cambiamenti in corso con il ritorno alla smorzata e al lob». «Che futuro vedi?», torno sul tasto «Sicuramente pieno di soldi - risponde con un sorriso - quanto allo spettacolo vedremo”. «E per la tua convocazione?», la butto lì sorridendo. «Cosa vuoi che ti dica: prima o poi arriverà!».

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