Flavio non nasconde un po’ di delusione dopo la finale, ma guarda già avanti

PARIGI – «Sono triste, perché mi sono sentito vicino alla vittoria, ma sono felice del mio torneo e orgoglioso della prestazione di oggi. Per Zverev era la partita della vita, ha meritato la vittoria perché alla fine ne aveva di più, spero che la prossima volta mi lasci vincere… Ringrazio il muro blu (amici e parenti venuti da Roma, tutti rigorosamente con camicia o maglietta blu, ndc) per avermi sostenuto, ringrazio Fognini (il manager di Flavio, ndc), poi mia madre è ancora viva, e questo è un mezzo miracolo… stasera festeggeremo tutti insieme e dobbiamo farlo con il sorriso. Questo torneo deve essere un punto di partenza della mia carriera, proverò e riproverò ancora per conquistare qualcosa di grosso».
Nella giornata più importante della sua ancora breve carriera, Flavio Cobolli ha dato tutto per 4 ore e 16 minuti, inseguendo costantemente nel punteggio Zverev, alternando prodezze clamorose a errori che di solito non commette, crollando poi fisicamente nel finale. «Sul 6-4 del tie break ho avvertito crampi al polpaccio, nel quinto set ci ho provato ma il mio corpo mi ha letteralmente lasciato sul campo, mentre lui era più fresco». Gli chiedono dello splendido dritto che gli ha regalato il quarto set e Flavio risponde con il candore che abbiamo imparato a conoscere: «Mi sono detto, “vai, provaci”, ho chiuso gli occhi e ho tirato più forte che potevo. A volte va bene… Nel tie break ho sentito di non avere più nulla da perdere ed ho spinto al massimo. Il mio rimpianto? Sul 4-5 del terzo set 30-0, ho avuto un po’ di fretta e ho sbagliato quattro colpi. Non è facile giocare la prima finale in un torneo dello Slam, non sono abituato a un certo tipo di pressioni. Anche il primo set è stato duro, vedere lo stadio pieno, tanti amici o parenti che erano venuti per me, il presidente Binaghi che mi mette sempre tensione, ho avuto bisogno di tempo per cominciare a giocare il mio tennis».
Da neofita delle finali Slam, come è andata la vigilia? «Ieri mi sono allenato bene, seguendo la solita routine un po’ del cavolo… Questa notte ho dormito, non me l’aspettavo, però mi sono svegliato nervosissimo. Amici e parenti erano tutti più tesi di me, anche la mia fidanzata (Matilde, ndc) non riusciva quasi a parlare, mi sono dovuto estraniare da tutti loro, ma stasera voglio vedere solo facce felici». Dopo questa finale e il decimo posto nel ranking, ufficiale da domani, cambiano le prospettive? «Sicuramente lascio Parigi con maggiore consapevolezza delle mie forze, io e il mio team abbiamo un obiettivo ben preciso, che non voglio svelarvi. Anzi sì, sono le Finals di Torino. Non sarà facile arrivarci ma se riesco a mantenere il livello di gioco di queste due settimane sono convinto di poterlo centrare».
Chiusura con le tre cose dell’avventura parigina che il ventiquattrenne campione si porterà dietro: «La vittoria su Auger Aliassime, il momento in cui Arnaldi mi ha detto che non poteva disputare la semifinale, e mi sono sentito sotto choc, infine il trofeo che mi ha consegnato Panatta». E poi si lancia in un bell’abbraccio con Binaghi.

