Vi raccontiamo un simpatico aneddoto su Stefano Cobolli, papà di Flavio, che ha raggiunto le semifinali al Roland Garros per la prima volta in carriera

Foto di Ray Giubilo

Ti ricordi quella volta che….?“. Ecco l’incipit che fa da preludio ai miei sporadici incontri con Stefano Cobolli, papà del più famoso Flavio, fresco semifinalista di questo Roland Garros. L’intercalare prende  le mosse da una trasferta americana fatta nel lontano dicembre del ’91. Più precisamente da un sabato pomeriggio stiepidito da quel clima umidiccio della Florida che nello stesso periodo fa rimpiangere il gelo delle Dolomiti. Tempo di Orange Bowl e come ogni anno, il Settore Tecnico si era da poco trasferito in blocco a Miami al seguito dei migliori under 14/16/18 italiani.

Tra i convocati avevo fortemente voluto Stefano Cobolli, under 14 di talento nonché soggetto amorevole, amato dal resto del gruppo per la sua taciturna socievolezza. Un ragazzo di poche parole attraversato da un’intelligenza cristallina che, anche tra gli adolescenti, serve a tirarsi fuori dai guai. La stessa messa in campo quel sabato dicembrino da papà Stefano, quando, a seguito di un insolito disguido tra tecnici accompagnatori, s’era ritrovato da solo e senza un soldo in tasca in un grande Mall di Miami, circondato da fiumane di perfetti sconosciuti. 

Quando all’arrivo in hotel, il giovane Cobolli non era risultato all’appello, di gran carriera era iniziata una corsa a ritroso verso quel grande magazzino che, gira e ti rigira, sembrava aver inglobato nella moltitudine il giovane italiano”. Scusi..'”, dico approcciando senza tante speranze un’incaricata dell’info point,”… non s’è mica visto un ragazzino da solo in cerca di aiuto?“. “Si, certo…”, replica a sorpresa  la tizia leggendo nei miei occhi viva preoccupazione,”… è passato una mezz’ora fa”. Un attimo di silenzio e proseguiva: “Gli abbiamo chiamato un taxi, ma non mi ricordo per dove”. Con altrettanta solerzia, l’addetta aveva alzato il telefono e in un amen rintracciava la compagnia dei trasporti e di lì la destinazione finale. Il resto ce l’avrebbe raccontato lo stesso protagonista. “Ho chiamato mio padre in ‘collect call”, ricostruiva pacatamente”… e lui mi ha consigliato di farmi portare nell’hotel più vicino in attesa di sviluppi“.

Sviluppi che non sarebbero tardati a venire grazie alla perspicacia e alla compostezza di quel  giovane agonista che non s’era perso d’animo di fronte a quella piccola ma grande difficoltà. Ancora oggi, quando capita di incrociarsi ci scherziamo sopra, ma non vi nascondo che ripensando alla vicenda avverto un pizzico di apprensione ma anche di sollievo per la sua felice conclusione.