Un po’ come il Muhammad Ali dei tempi d’oro, in finale a Melbourne Alcaraz ha ‘punto’ Djokovic e si è preso il settimo Slam della sua carriera

‘Vola come una farfalla, pungi come un’ape’! Quale slogan migliore per riassumere in modo sottile il concetto di agilità, potenza e precisione? Non a caso l’immagine evoca cento chili di muscoli ben messi, spalmati lungo i due metri scarsi del più forte boxeur d’ogni tempo.
Parole sante! Un lascito del grande Alì, divenute nel tempo principio ispiratore per competitor unti di coraggio che vivono le sfide con l’esplosività del velocista e la tenacia del maratoneta.
Un po’ per affinità somatiche, un po’ per qualità agonistiche, parlando di Carlos Alcaraz viene spontaneo rifletterlo nelle parole dell’indimenticato pugile americano. È stato cavalcandone lo spirito battagliero che a Melbourne lo spagnolo ha svolazzato e punto per ben sette volte, tante, quanti gli aspiranti al titolo incontrati lungo il cammino. Di ognuno ha contenuto esuberanza e velleità iniziali per poi abbatterli con il colpo del Knock out definitivo.
È raro rintracciare nella storia di questo sport giocatori capaci di ribaltare con altrettanta disinvoltura situazioni difensive in altre di offesa. L’iberico ci riesce giacché nella sua testa un punto altro non è che un gesto tecnico, espresso in chiave tattica per un fine agonistico. Una visione del tennis che fa di lui il campione del mondo pro tempore.
In finale erano quasi tutti per Nole e, nella terra dei canguri, il vecchio leone non ha deluso mostrando stoffa da vendere per poter dire ancora la sua. L’ex bimbo di Belgrado insegue il suo venticinquesimo major e nel farlo Vola e Punge come ai vecchi tempi, turbando i sonni del nuovo che avanza e alimentando nell’uomo comune il sogno di eterna giovinezza.

