Aggiudicandosi la 119ma edizione del Masters 1000 di Monte Carlo, il fuoriclasse azzurro ha messo in bacheca il primo titolo pesante sulla terra rossa

Foto di Ray Giubilo

“Ero alla mia terza semifinale in questo torneo e volevo fare un passetto in più”. Così amava raccontarsiJannik Sinner all’indomani dell’ottava sconfitta imposta di fila a Sascha Zverev. Non pago del  piccolo step  andato a buon fine, tra le righe del bel Ranieri III baciato dal mare, l’altoatesino ne ha aggiunto un altro assai più ampio intascando, in soluzione unica, la 119ma edizione del torneo monegasco, il primo appuntamento veramente ĺimportante sulle sabbie rosse, il 17mo atto di un’accesa rivalità con Carlos Alcaraz e il ritorno a una leadership mondiale che fa onore a lui e un gran piacere a noi.

Tanta roba e il solito balletto di numeri rilevati in chiave oggettiva e non sempre letti in quella soggettiva. È in quest’ottica, invece, che si inquadra la vittoria di Jannik Sinner sulla terra di Montecarlo. Una serie di riflessioni che fuoriescono dal tennis percentuale dell’altoatesino  per incamminarsi verso la sua sfera psicologica. È così che la vittoria terraiola nel Principato, giunta appena dopo quella cementifera del Sunshine Double, fa del nostro eroe un giovane di spiccata elasticità mentale e di qualità adattive non comuni. E se è vero che in tempi di globalizzazione i rimbalzi dell’Australian Open valgono quelli del Roland Garros o di Wimbledon è anche vero che la mobilità e l’approccio alla palla risentono di quanto scorre sotto i piedi. Un’esigenza tecnico-fisica presto colmata da una visione poliedrica della vita che il buon Jannik traduce in un tennis universale e disinvolto.

Ma i numeri di queste ultime settimane raccontano anche di un giovane in carriera che nel quotidiano non sembra tradire grandi indecisioni così come  nel suo lavoro di tennista ama andare dritto all’ace. Un carattere deciso, il suo,  che non sembra offrire il fianco a sudditanze, un’ottica esistenziale che, già oggi, fa di lui uno dei migliori ‘service-returner’ della storia’, insieme a Connors, Agassi e Djokovic. E così come nell’incertezza prevale la temerarietà dell’ex sciatore, allo stesso modo il cuore impavido  dell’italiano batte sicuro  nella gestione  di palle break trasformate o fallite.  Ed è richiamandosi alla dote medesima che il fresco campione del mondo sorprende il prossimo con idee nuove e un pò spiazzanti. Le stesse che in fase agonistica sa  tradurre in cambi di direzione e di ritmo destabilizzanti. Quest’ultimi particolarmente sfinati nel Principato con l’inserimento della smorzata in pianta stabile

Insomma, tante le verità nascoste dietro algoritmi e statistiche apparentemente innoque. Tutte ancora da scoprire e spesso messe in minoranza da sonori “daiiii”, ” ..stai lì”, “..concentrati”. Tuttavia, per non abusare della santa pazienza dei pochi che mi seguono nelle mie elucubrazioni, lascio ai futuri biografi la piacevole avventura di esplorare meglio tra i preziosi neuroni del grande campione. A me premeva soltanto dire che, per avere valenza, i dati devono sprigionare aspetti del giocatore che non possono essere disgiunti da quelli dell’uomo in quanto tale. Così non fosse, i tanti numerini, non andrebbero oltre un’arida somma si dritti e di rovesci.