Preoccupazione e delusione per il giocatore romano che è stato costretto a cedere al suo fisico durante il match con Arnaldi

Foto di Ray Giubilo

Una festa che finisce in tristezza, una giornata indimenticabile che si trasforma in dolore. Matteo Berrettini arriva in conferenza stampa nascondendo il disappunto sotto un cappellino, il passo lento, lo sguardo triste.

«Quando ho iniziato a sentire male? A metà del primo set, servendo. Ma avevo voglia di gareggiare e ho provato ad andare avanti. Purtroppo più tiravo il diritto e il servizio e più sentivo dolore. Così ho deciso di fermarmi, per evitare guai peggiori. Non c’è nessuno che odia ritirarsi più di me, l’ho fatto troppe volte, sono stufo di farlo, ma era la cosa giusta da fare». L’ultimo ritiro durante un match di Matteo risaliva agli Internazionali dello scorso anno, contro Ruud al terzo turno, purtroppo l’elenco va aggiornato. Ed è un elenco ormai lunghissimo, le cui prime righe risalgono a quando l’ex numero 6 del mondo aveva appena 12 anni.

«Non so ancora che cosa è, la zona è quella dell’anca sinistra. Ora dovrò fare tutti gli esami del caso, e vedere di che cosa si tratta. Di sicuro non è un semplice fastidio, quelli ne ho avuti sin dal primo turno. Se fosse un problema agli addominali saprei dire esattamente quanto dovrò stare fuori, ormai un esperto, lì invece non mi sono mia fatto male prima, quindi lascio volentieri la parola ai medici».
Fra Parigi e Wimbledon ci sono tre settimane, Matteo però al momento non è in tabellone – è fuori di poco – e quindi dovrebbe disputare le qualificazioni.

«Devo pensare alle cose buone che mi vengono da questo torneo, anche se ora non è facile. Sono state due settimane fantastiche, piene di grandi cose, ho ricevuto tanti messaggi anche se quelli che fanno più piacere sono quelli di chi mi è sempre stato vicino, anche nei momenti meno belli. Avrei voluto finirlo diversamente, questo torneo: magari perdendo, ma sedendomi poi a bere una birra e pensando al lato positivo. Purtroppo non è andata così, e ho voluto evitare di stare fermo tre mesi, perché quando ti spacchi qualcosa è quello il tempo. E poi è anche una questione di rispetto per Matteo: per sperare di batterlo avrei dovuto essere al 100 per cento, e di sicuro non lo sono. Ma ora guardiamo avanti, spero di rivedervi tutti a Wimbledon». Anche noi, campione.