Sei anni fa Zverev aveva mancato l’appuntamento con il titolo a New York, sei anni dopo e con tanto lavoro alle spalle ha saputo chiudere un cerchio

Foto di Paul Zimmer

Reputare come un ‘balzo di livello’ la grande stagione di Alexander Zverev, equivale a prendere genericamente atto di una verità oggettiva senza, tuttavia, investigarne le ragioni. Dunque, quanto letto e ascoltato sull’argomento ha risvegliato il vecchio maestro che è in me, il patologico ficcanaso che ama traghettare sulla sponda opposta questioni da molti abbandonate a metà guado.

Tanto per dire che, fin dai suoi albori, il tennis si riassume in azioni dinamiche eseguite con un attrezzo in mano, deputato a ribattere un oggetto gommoso in movimento, guidato oltre una rete e possibilmente all’interno di un perimetro di gioco. Il minimo sindacale per spiazzare un soggetto che dalla parte opposta ama fare da incorreggibile guastafeste. Il tutto secondo un ordine sequenziale tarato con la velocità della palla ed eseguito senza dispersioni gestuali.

È in questa breve filippica che si inquadra la sagoma felice del fresco vincitore a Flushing Meadows.

Per chi volesse assumersene la briga, del buon Sasha sarebbe interessante appaiare immagini recenti ad altre più datate. Per notare il passaggio graduale dal dritto svolazzante di qualche anno fa a quello meno alare e più compatto visto ieri tra le righe dell’Arthur Ashe newyorkese. Un colpo ultimo grido capace di produrre maggiore spinta e facilitare il taglio del campo quando il rimbalzo lo richiede. Per le stesse ragioni, la crisi del servizio di qualche tempo fa, oggi ha ceduto il passo a un colpo che non mostra punti deboli, perfettamente eseguito nel suo giusto asse di spinta e indirizzato con precisione verso angolazioni vincenti. Un’esecuzione in grande spolvero da cui fioccano ace a iosa e vincenti negli scambi immediatamente successivi.

Due aspetti sui quali il tedesco deve aver lavorato molto, soprattutto nell’ottica di compiere, prima o poi, un rito nel Paradiso degli Slam.

Ma ce n’è un terzo che potrebbe ampliare ulteriormente i margini di crescita.

Alludo al rovescio, osannato a torto come punta di diamante dell’intero bagaglio. In realtà il colpo predilige un piazzamento coi piedi a forbice, una roba che per un bimane è come la grandine per gli orti. Un piazzamento che preclude l’impatto ad altezza spalle e un completo scarico del peso.

Mi fermo qui, seppure il vecchio maestro ne avrebbe ancora. Una breve filippica solo per dire che, alla rispettabile età di trenta primavere, il gigante di Amburgo dispone di margini ancora tutti da esplorare e, visti i risultati, altri major potrebbero essere appena dietro l’angolo. Certo, mancano all’appello i primi della classe ma presto saremo al completo e allora ne vedremo delle belle.