Analizziamo cosa è successo nella finale a Wimbledon e come è cambiata la partita.

Finale di Wimbledon 2026. Alexander Zverev sta giocando probabilmente il miglior tennis della sua carriera sull’erba. Il servizio è devastante e ogni turno di battuta sembra destinato a chiudersi senza concedere nulla. Il diritto, che in passato sembrava il colpo meno efficace, oggi è a dir poco micidiale. Il tedesco produce un tennis di una solidità impressionante.
Dall’altra parte della rete c’è Jannik Sinner. Tiene con relativa semplicità i propri turni di servizio. A volte prova qualche soluzione diversa negli scambi da fondo commettendo anche qualche errore di troppo, ma dà l’idea di essere in paziente attesa. Sembra quasi che stia aspettando il momento giusto. Un atteggiamento che potrebbe essere interpretato come passivo ma che in realtà è uno dei più grandi esempi di forza mentale che il tennis moderno ci abbia regalato.
Molti giocatori in una situazione analoga inizierebbero una battaglia con sé stessi, pensando “Oggi non riesco a leggere il servizio”, “Sta giocando troppo bene”, “Se continua così non ho nessuna possibilità” e la frustrazione prenderebbe il sopravvento. Jannik, invece, resta lì. Non sappiamo cosa si dica realmente tra un punto e l’altro. Possiamo però osservare il suo linguaggio del corpo: la postura rimane composta, la routine tra un punto e l’altro non cambia, l’attenzione sembra sempre rivolta al punto successivo. Il suo atteggiamento rappresenta un esempio concreto di come le cosiddette forze interiori possano aiutare un giocatore a restare dentro il match anche quando la partita assume una piega inaspettata e tutto sembra girare a favore dell’avversario.
Milton Erickson sosteneva che ogni persona possiede già dentro di sé le risorse necessarie per affrontare le difficoltà e il vero lavoro non consiste nel creare le risorse, ma nell’imparare ad accedervi quando servono davvero. Nel tennis queste risorse sono ciò che potremmo definire forze interiori. La prima forza interiore è il dialogo interno. Ogni parola che rivolgiamo a noi stessi modifica la realtà che il nostro cervello costruisce. Le neuroscienze ci insegnano che il cervello non reagisce soltanto agli eventi, ma soprattutto al significato che attribuiamo a quegli eventi. Pensieri orientati alla sconfitta alimentano tensione, rigidità e sfiducia: se continuiamo a ripeterci che la partita è ormai persa, il nostro corpo inizierà a comportarsi di conseguenza.
A questo proposito osserviamo alcuni esempi di pensieri limitanti e come possano essere trasformati in pensieri funzionali: Pensiero limitante: “Non devo sbagliare.” Pensiero funzionale: “Voglio giocarla in quella direzione.”
Pensiero limitante: “Quando servo la seconda perdo sempre il punto.”
Pensiero funzionale: “Come posso mettere in difficoltà il mio avversario anche con la seconda palla?”
Pensiero limitante: “Con me diventano tutti fenomeni.” Pensiero funzionale: “Finalmente un giocatore che mi consente di esprimere il mio miglior tennis.”
Un linguaggio positivo orientato all’azione mantiene il cervello focalizzato su ciò che è ancora possibile fare alla ricerca delle varie soluzioni, facilitando l’accesso alle nostre risorse. Poi entra in gioco una seconda forza interiore: la fisiologia. La fisiologia parla continuamente con il cervello attraverso la respirazione, la postura, l’espressione del viso e la qualità dei movimenti. Mente e corpo dialogano costantemente: testa alta, spalle aperte, sguardo deciso, respirazione lenta e controllata inviano al cervello un messaggio di sicurezza, lucidità, presenza in campo. Testa bassa, spalle chiuse, sguardo basso, respirazione veloce mandano al nostro cervello segnali di pericolo, paura, insicurezza, alimentando la difficoltà. Osservando Sinner in questo match non vediamo mai un linguaggio corporeo che comunichi paura o rassegnazione. Il suo corpo continua a comunicare una sola cosa: “Sono ancora dentro questa partita.”
La terza forza interiore è il focus.
Durante il match molti giocatori spostano il focus verso l’interno, analizzano nel dettaglio gli errori commessi, pensano a come avrebbero dovuto eseguire quel diritto o quel servizio. Ma una prestazione vincente ha bisogno soprattutto di un focus esterno. L’attenzione deve spostarsi da noi a ciò che accade in campo: osservare i punti forti e i punti deboli dell’avversario, leggere le sue intenzioni, seguire la traiettoria della palla, scegliere la tattica più efficace. È questo che riporta il giocatore nel presente, impedendo alla mente di disperdere energie su ciò che non può cambiare.
Ripensando alla finale di Wimbledon, è difficile immaginare Sinner concentrato sulla meccanica del proprio diritto o del servizio. Il suo focus sembrava piuttosto rivolto all’esterno: leggere il gioco, raccogliere informazioni, capire se e quando l’avversario avrebbe mostrato anche la più piccola flessione, ma anche sperimentare soluzioni diverse in risposta, alternando posizioni più vicine alla linea o più arretrate per destabilizzare Zverev e trovare un modo efficace per contrastare il suo servizio devastante.
All’inizio dell’articolo ho scritto che Sinner sembrava aspettare il momento giusto. In realtà, punto dopo punto, stava costruendo le condizioni perché quel momento arrivasse. Ed è forse proprio questa la lezione più importante per ogni tennista: le forze interiori non servono a cambiare improvvisamente una partita, ma a creare i presupposti per restare sempre presenti, lucidi e connessi al proprio tennis, esprimendo il meglio di sé proprio quando conta di più. Perché le grandi partite spesso si decidono in pochi punti e devi essere pronto a sfruttare anche la più piccola flessione dell’avversario. Come riuscirci? Allenati ad accedere alle forze interiori che sono già dentro di te.

