In finale a Parigi i due principali protagonisti hanno puntato sui propri genitori come rispettivi coach.

Foto di Ray Giubilo

La finale parigina, consumata ieri sul grande Philippe Chatrier, rimanda a una riflessione da sempre strisciante tra gli addetti ai lavori. Tarata con l’ausilio di un approssimato naso metro, la casistica direbbe che l’approccio dei figli allo sport risente della leadership esistente in famiglia. Se a dominare è quella materna, l’attività motoria della prole, probabilmente sarà intesa come un’occasione di crescita, così come suonare uno strumento o parlare una lingua. 

Se, viceversa, a svettare tra le mura domestiche è la figura paterna, lo stesso approccio avrà tratti meno ludici in quanto i padri, è arcinoto, tendono più facilmente al confronto agonistico delegando al successo sportivo degli immediati discendenti aspirazioni personali mai appagate. Un pensiero sommario, naturalmente,  che a prenderlo sul serio condannerebbe i poveri padri al girone dei despoti. A salvarli per il rotto della cuffia, già da tempo giungono sul circuito  maggiore, mamme di tennisti famosi come Hingis, Murray e Rune, anch’esse non indifferenti alla riuscita sportiva dei propri pargoli.

E se Richard Williams o Sergio Giorgi sono stati additati come padri padroni per aver disposto e guidato il percorso tennistico delle proprie figlie, in molti si chiedono, invece, cosa ne sarebbe stato di tanto talento senza la guida, talora ingombrante, di cotanti genitori. Un utile riordino della questione, passa proprio per il match clou del  Roland Garros ormai alle spalle. In campo sono scesi Flavio Cobolli e Sacha Zverev mentre, incollati alle tribune sono rimasti papà Stefano e Alexander sr, ambedue ex pro e dunque perfettamente abili a tracciare un percorso di crescita per figli campioni  ancora bisognosi di lumi .

I due incarnano i coach di nuovo stampo, soggetti competenti in grado di gestire il rapporto in modo autorevole ma non autoritario, equidistanti  dal pensiero ventilato della pura ‘partecipazione’ e quello di ‘vincere’ a tutti i costi. Il tennis moderno, l’abbiamo visto anche ieri, è sport durissimo e per affermarsi richiede prestazioni di altissimo contenuto senza lesinare in atteggiamenti che, seppure convenzionali, fanno bene al tennis. Se poi a fare da sfondo c’è un Adriano Panatta da celebrare, allora tutto lo sport diviene poesia.