L’Elc, il nuovo sistema di chiamata elettronica, ha messo in panchina i giudici di linea. Addio a sbadigli, errori grossolani e a tante figure entrate ormai nell’immaginario dei Championships

foto di Ray Giubilo

Wimbledon è iniziato e sui campi manca qualcosa. Qualcosa di importante, qualcosa a cui eravamo abituati da sempre. Guardate bene sullo schermo tv, o dal vivo se avete la fortuna di essere al Club. Guardate meglio. Sì, ecco, ci siete arrivati: mancano i giudici di linea. L’ELC, il nuovo sistema di chiamata elettronica reso obbligatorio dell’Atp, li ha – letteralmente – sradicati dal torneo dove più o meno per un secolo e mezzo hanno rappresentato parte integrante dello show. Il sikh dall’aria ieratica con il turbante e i baffoni, la signora occhialuta incapace di vedere un servizio out di 20 centimetri – quella che seguì sorridente e riconoscente Ilie Nastase mentre le spostava la seggiola sulla riga di fondo…-, l’anzianotto quasi calvo che si assopiva sereno sul Centre Court durante certi match nella controra, quando il timido sole londinese accarezzava i campi insieme ad una piacevole, conciliante brezzolina. A parte che anche il meteo si è adeguato ai tempi: oggi sono previsti 32 gradi e una cappa d’umido che neanche a Rangoon; i 300 linesmen che una volta il torneo impiegava sono stati drasticamente sfoltiti: ne restano 80, e fungono da ‘match assistant’. In pratica, se ne stanno più o meno malinconicamente in panchina, in attesa di subentrare alle 450 telecamere installate fra Church Road e Roheampton nell’increscioso caso il sistema elettronico a cui sono collegate vada in avaria. Un triste tramonto.

Qualcuno aveva sperato che Wimbledon tutelasse anche quella parte del suo capitale umano – ma, come la storia ci insegna, il senso per l’innovazione qui è altrettanto implacabile del sentimento per la tradizione. «I linesman sapevano che prima o poi sarebbe successo», ha detto Sally Bolton, la direttrice generale dell’All England Club, forse possiamo sussumere anche questo caso sotto il capitolo: ‘come la tecnologia cancella posti di lavoro’, e passare avanti. Ormai solo il Roland Garros resiste, con la scusa che sulla terra ‘i segni si vedono’. Aggiungerei: ma si interpretano anche, scatenando spesso interminabili e acide discussioni. Rassegniamoci. Non sentiremo più nessuno gridare ‘You cannot be serious!’ dopo una chiamata dubbia, mentre il gesso si sfarina leggero nell’aria. Del resto Mac aveva previsto tutto quando, all’apparizione dei primi rudimentali strumenti elettronici (il Ciclope, ricordate?), iniziò a chinarsi raso erba per vedere chi si nascondesse dietro la pupilla artificiale. «Vi sembrerò paranoico – concludeva – ma questa macchina sa chi sono».

Oppure no, capiterà ancora in futuro – in uno dei tanti possibili futuri nei quali chissà se abiteremo… -, quando come vuole Billie Jean King i giocatori non vestiranno più di bianco e avranno stampato il cognome sulla schiena, come un terzino qualsiasi. Saranno forse anche loro macchine, cyborg raffinatissimi in grado di giocare a velocità inattingibili persino per Sinner e Alcaraz, e liberi di rampognare i loro simili fatti di chip, cavi e sensori.