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Quei punti che contano più di altri

Uno studio statistico evidenzia come gli scambi particolarmente lunghi e i game combattuti siano spesso decisivi nello svolgimento di una partita. La loro importanza è soprattutto indiretta: più che vincerli, è importante affrontare nel miglior modo possibile le situazioni successive. Gli esempi di Muguruza, Anderson, Agassi e...Vicki Nelson.
Quei punti che contano più di altri
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Riccardo Bisti
13 settembre 2017

Ogni punto vale uno? Nei tabelloni segnapunti è così, ma nella testa dei giocatori – e nell'economia di una partita – non è sempre vero. Ci sono punti, giochi e situazioni che valgono più di altri, sia per il peso specifico che per la loro eredità psicologica. In particolare, “pesano” molto gli scambi piuttosto lunghi, i game conditi da tanti vantaggi e quelli immediatamente successivi. Prendiamo la finale femminile di Wimbledon, in cui Venus Williams ha avuto ottime chance nel primo set, contro Garbine Muguruza. Nel primo set, l'americana si è trovata in vantaggio 5-4 a 15-40 sul servizio della spagnola. Fino a quel momento, in tutto il torneo, non aveva giocato un solo punto sopra i 20 colpi. Sul 15-40, Garbine si è armata di pazienza e ha impostato uno scambio di 19 colpi, chiuso da un dritto in rete di Venus. Nel punto successivo, l'americana ha sbagliato la risposta. Persa l'occasione, è crollata e non ha più vinto un solo game. In virtù delle pillole di saggezza narrate nel suo Winning Ugly, Brad Gilbert è la persona adatta per analizzare questo tipo di dinamiche. “Per alcuni giocatori, gli scambi lunghi sono il terreno ideale. Altri sostengono che non sia il loro gioco. Non hanno fiducia nella capacità di giocare in difesa”. A suo dire, durante la finale di Wimbledon, la Muguruza ha cambiato l'impostazione della partita nel miglior modo possibile. Allungando gli scambi, ha esposto Venus a una situazione tattica scomoda. Le statistiche più recenti insegnano che la maggior parte degli scambi si risolve entro 8-10 colpi. Il sito-cult Tennis Abstract ha realizzato uno studio durante il Roland Garros 2011: nonostante si giocasse sulla terra battuta, emerse che soltanto il 10% degli scambi superava i 10 colpi. A metà Us Open, in un centinaio di partite, si erano visti soltanto 20 scambi di almeno 27 colpi. Insomma, si va abbastanza in fretta. “La chiave per rendere al massimo è tenere il corpo il più rilassato possibile durante gli scambi più lunghi – dice Kevin Anderson, autore di un torneo straordinario – personalmente cerco di essere paziente, senza pensare se si tratta del primo punto della partita oppure se siamo 4-4 al terzo. Cerco di restare concentrato, e se si presenta un'occasione provo a sfruttarla”.

L'APPROCCIO MENTALE
In una mini-inchiesta effettuata dal New York Times, i giocatori hanno sottolineato la necessità di lottare su ogni punto, senza pensare alla situazione di punteggio. Tuttavia c'è chi ha ammesso che sul 30-0 o 40-0 può esserci la tentazione di prendere qualche rischio in più. È interessante il parere di Paul Annacone, ex giocatore nonché coach di Sampras e Federer. Secondo lui, l'atteggiamento di un tennista durante un lungo scambio è indicativo della sua autostima e della disciplina mentale, soprattutto se si assume la responsabilità di un rischio. Lo scambio più lungo di cui si ha memoria (anche se i dati sono stati tramandati da un giornalista e non ci sono tracce visive) si è giocato nel 1984, durante un torneo WTA di Richmond. Protagoniste, Vicki Nelson e Jean Hepner. Finì 6-4 7-6 per la Nelson, ma la Hepner ebbe un setpoint nel secondo set. Ne uscì uno scambio durato 29 minuti, condito da 643 colpi. A un certo punto, la Nelson ha cercato il vincente “ma con attenzione”, perché difficilmente avrebbe retto un terzo set. Il tentativo andò a buon fine, ma subito dopo fu travolta dai crampi. Manco a dirlo, prese un warning per perdita di tempo. Secondo Vicki Nelson, il timore psicologico di giocare un certo tipo di punti pesa ancor di più che l'effettivo sforzo fisico. Sull'orlo del collasso atletico, vinse gli ultimi due punti e la partita. Con la finale allo Us Open, Kevin Anderson ha mostrato una certa solidità mentale. Lo ha evidenziato sul campo e lo sottolinea a parole: “Se mi trovo in risposta e si svolge uno scambio molto lungo, sono disposto a farne un altro sin dal punto successivo”. Si tratta di un approccio mentale importante, perché le statistiche di Tennis Abstract evidenziano che il punto successivo a uno particolarmente lungo è solitamente più breve (il campione sono 1.100 incontri giocati nel 2015). In campo femminile, l'eredità di uno scambio lungo è spesso un errore della prima palla, talvolta un doppio fallo.

Quei punti che contano più di altri

L'IMPORTANZA DEL GAME SUCCESSIVO
La scarsa lucidità, unita alla fretta, genera disastri. Brad Gilbert ha allenato per tanti anni Andre Agassi: a suo dire, il Kid di Las Vegas è stato il più bravo di tutti nel gestire questa specifica situazione. “Era bravissimo nello stancare l'avversario: magari perdeva lo scambio più lungo, però vinceva sette dei successivi otto”. A volte non è la durata di un singolo scambio a incidere nella mente di un tennista, quanto piuttosto la lunghezza di un game, dove si alternano vantaggi e parità. Secondo Kevin Anderson, è molto importante l'approccio ai primi punti del game successivo. “Se mi capita di perdere un game combattuto, dove magari ho avuto delle palle break, il primo punto del mio game di servizio diventa molto difficile. Bisogna restare concentrati e andare avanti. È da questi dettagli che si misura un buon servizio. Se ti distrai un attimo, è facile trovarsi rapidamente sullo 0-30". Durante la prima semifinale dello Us Open, Anderson si è trovato avanti 5-2 nel terzo set contro Pablo Carreno Busta. Nell'ottavo game ha avuto diverse chance per chiudere il set, ma non le ha sfruttate. Sul 5-3, ha messo soltanto una prima palla nei primi quattro punti e si è trovato sul 30-30. Ha fatto in tempo a radunare pensieri ed energie, e con due ace ha chiuso il parziale. Secondo Annacone, il game successivo a uno particolarmente combattuto può essere molto pericoloso per entrambi, perché chi ha vinto il precedente può sentirsi libero e diventare ancora più aggessivo. “Una delle cose che ha reso grande Rafael Nadal è l'assenza della memoria a breve termine – dice Annacone – dimentica in fretta quello che è successo nel turno precedente ed evita che le scorie del passato influiscano sui punti e sui game successivi”. A ben vedere, certe qualità sono importanti quasi quanto un dritto incisivo o un servizio potente e preciso. E Rafa lo ha capito molto presto.

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