30 dicembre 2009

Lucia Valerio, la signora del tennis

Lucia Valerio, considerata la più grande tennista italiana del passato, nasce a Milano il 28 febbraio 1905. Nel 1931 vince gli Internazionali d’Italia...

Lucia valerio, la signora del tennis

di Claudio Calza - foto Archivio Tennis Italiano

 

Quando Lucia Valerio aveva 20 anni - era nata il 28 febbraio 1905 - in Italia erano poche le ragazze che potevano prendere in considerazione la possibilità di giocare a tennis. Il tennis infatti era un obiettivo troppo lontano dalle ambizioni dei giovani, in modo particolare delle donne, per le quali la pratica dello sport era privilegio di un’élite. C’era da superare non solo la mentalità dei padri di allora, ma anche le direttive del regime fascista, che governava in Italia e che vedeva la donna destinata al ruolo di massaia e madre, il più possibile prolifica.

Ma Lucia, che non si sposò mai, era baciata dalla fortuna oltre che dalla posizione sociale. Suo padre era proprietario della Edison e viveva, con la famiglia,  tra il palazzo di Milano e la sontuosa villa di Casciago, che divenne poi sede del Tc Varese, uno dei più bei circoli italiani. Naturalmente fece studiare la figlia con un insegnante privato.

La Valerio iniziò praticando sport esclusivi, come si addiceva alle giovinette dabbene - equitazione, sci, scherma - per poi essere avviata al tennis, assieme al fratello Mario, dal padre, grande appassionato di questo sport e ottimo giocatore. La disciplina e il rigore che l’hanno sempre contraddistinta e che venivano dall’educazione ricevuta, la fecero prendere molto sul serio il tennis fin dall’inizio. Le ore che passava sul campo ad allenarsi non si contavano.

Aveva 21 anni quando, a Trieste, si aggiudicò il primo titolo italiano assoluto. Oggi questo può fare un po’ sorridere; a quell’età, le grandi tenniste oggi hanno già alle spalle molti successi internazionali (gli esempi sono infiniti), ma nel 1926 certe precocità esasperate erano impensabili. Quello scudetto doveva poi essere il primo di 10 titoli consecutivi vinti fino al 1935.

La sua appartenenza sociale le rese facile viaggiare per il mondo inseguendo i tornei. I suoi tour avevano come teatro soprattutto l’Europa, che girò in lungo e in largo in un’automobile (con chauffeur, ovviamente) nella quale stipava un gran numero di bauli e cappelliere, assieme a un fascio di Dunlop strette ciascuna in un suo morsetto, per evitare la deformazione del piatto corde. Lucia, splendida protagonista di un’epoca lontana e irripetibile, arrivò anche in India, nel 1932, dove giocò su invito di un marharaja, con il quale partecipò anche a una caccia grossa.

Tecnicamente possiamo considerarla una regolarista da fondo campo, con un gran diritto e un rovescio di poco inferiore. Era dotata di una classe e di un acume tattico straordinari. Lo stile era personale, ma i suoi gesti avevano una loro naturale eleganza. Le foto d’epoca la ritraggono spesso con la sua lunga gonna bianca, assieme alle calze, anch’esse lunghe e bianche e alla visiera. Una divisa che non abbandonò mai.

In campo internazionale, la scena era ancora dominata dalla francese Lenglen - “quella matta di Suzanne” diceva lei - che aveva cinque anni di meno ma aveva cominciato a giocare molto presto, tanto che a 14 anni aveva già vinto a Parigi. Anche la Valerio però non scherzava.

Nel 1930 tenne a battesimo gli Internazionali d’Italia, voluti dal conte Alberto Canossa, nella sua Milano. Fu però una festa a metà per lei che, partita come prima testa di serie, venne sconfitta in finale al terzo set da Lilì de Alvarez, la spagnola di Roma, dopo aver condotto 6-3 4-1. Agli Internazionali, Lucia disputò una semifinale e cinque finali vincendone una, nel 1931, contro l’americana Dorothy Andrus. Il premio consisteva in buoni acquisto per 750 lire. Con lei, nell’albo d’oro di questo torneo figurano ancora solo due italiane: Annelies Rossi (11950) e Raffaella Reggi che vinse l’edizione che si giocò a Taranto nel 1985.

Il risultato internazionale di maggior rilievo la Valerio lo ottenne però a Wimbledon, nel 1933, quando raggiunse i quarti di finale (sconfitta dall’inglese Dorothy Round). Anche in questo caso, molto più tardi, un’altra italiana, Laura Golarsa, eguagliò questa performance. Per la cronaca, a sbarrare la strada a Laura fu Chris Evert. In quell’occasione, senza false ipocrisie, la Valerio, ormai 84enne, si disse soddisfatta di aver mantenuto il record.

La vita agonistica di Lucia Valerio, ancorché intensa, fu piuttosto breve. Nel 1935, in coincidenza con la partenza del fratello per l’Etiopia, perse la sua ultima finale a Roma, contro la danese Sperling, disse basta e non tornò più sulla sua decisione.

Prese a lavorare come volontaria per la Croce Rossa e accettò un incarico tecnico dall’amico Giorgio De Stefani, allora presidente della Fit, che la volle capitana della nazionale femminile, della quale facevano parte Lea Pericoli e Silvana Lazzarino. Un incarico che non durò a lungo. Ormai era un mondo che non le apparteneva più. “Il tennis - ebbe a dire in un’intervista rilasciata al nostro giornale nel lontano 1992 - è un ambiente troppo contaminato, è diventato solo un mezzo per fare miliardi”. Tuttavia si presentava immancabile all’appuntamento con gli Open d’Italia, per premiare la vincitrice del torneo.

Non abbandonò comunque mai la racchetta. Frequentò sempre il suo amato Tennis Club Milano continuando a giocare con continuità, scendendo in campo due volte la settimana. Così fino a 91 anni e, se una forza più grande di lei, il 26 settembre 1996, non avesse deciso che la sua parentesi terrena era finita, avrebbe continuato, chissà per quanti anni ancora, a giocare a tennis, vestita rigorosamente in bianco, con l’unica concessione al “nuovo” di un racchettone in luogo del vecchio attrezzo di legno e con il maestro, al di là della rete, a ribattere le sue palle ancora pesanti.

 

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