di Stefano Semeraro - 31 gennaio 2020

Sofia Kenin, un sogno cominciato 15 anni fa

A 4 anni prese in mano per la prima volta una racchetta da tennis, e il suo destino fu segnato. Siamo nel 2005 e il nostro direttore intervista papà Alex. L'inizio del sogno, Rick Macci, le frequentazioni Vip con Kournikova, Cljisters, Courier. Testo e immagini di un tempo passato, ora più che mai di interesse

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Sofia ha sei anni, gioca benissimo la volée e diventerà la numero uno del mondo. Forse. Intanto gioca con i riccioli di Kim Clijsters e discute di trucchi e smalti per le unghie con quella specie di sorella maggiore, molto ferrata sull’argomento femminilità & successo, che si chiama Anna Kournikova.

Sofia, che di cognome fa Kenin, con Anna ha molto in comune. Tutte è due sono nate a Mosca, tutte e due vivono in Florida. Tutte e due sono bionde e incantevoli, tutte e due giocano a tennis. Sofia è quello che Anna era quindici anni fa: una bimbetta bionda, con gli occhi azzurri infilati con stupita voracità dentro un contenitore grande, molto più grande di lei. Per Anna era l’Olimpinsky Stadion, per Sofia è il centrale di Miami, dove in questi giorni fa tappa il grande tennis.

Anche gli sguardi che da fuori rispondono all’incanto, oggi come ieri, hanno la stessa miscela: tenerezza, simpatia – e cupidigia. Sofia Kenin è l’ultimo avatar della divinità tennistica che nel 1980 a Mosca decise di calarsi nella Kournikova, e che si è poi reincarnata in Maria Sharapova. Storie quasi identiche, di emigrazione e sacrifici, di fughe tribolate verso l’american dream, raccontate dai genitori con la stessa entusiastica reticenza. Papà Alexander in Russia faceva il “computer consultant”, mamma Jelena era medico. “Lo sai com’era la vita in Unione Sovietica, no? – dice Alex, che oggi ha 48 anni – Così decidemmo di andarcene. Ci abbiamo messo otto anni a uscire dal Paese, siamo arrivati negli States nel 1987. Eravamo “refusniks”, rifugiati. All’inizio non è stata facile. Non ho mai parlato con Yuri Sharapov e sua figlia Maria, ma so che per loro è stato lo stesso”.

Sofia è nata in Russia, nel 1998 “mentre lavoravo per un progetto a Mosca”, ha vissuto là per un anno prima di trasferirsi con tutta la famiglia a Pembroke Pines, un posto che sta sulla east coast della Florida, fra Miami e Ft.Lauderdale. Nick Bollettieri è stato il primo a mettere le tende da quelle parti, e dopo di lui le tennis academy si sono replicate laggiù come alieni in un film degli anni 50, clonando tennisti come baccelloni. O importandoli: la Kournikova, la Sharapova, la Golovin, la Capriati, le Williams e mille altri si allenano nell’opificio instancabile della tennis valley.

“Io giocavo per divertimento – racconta Alex – Prima a Mosca e poi in Crimea. Un giorno Sofia, avrà avuto quattro anni, ha preso in mano una delle mie racchette di legno e ha provato a colpire la pallina. Ho capito subito che aveva un talento speciale, così le abbiamo comprato una racchetta più leggera”. Oggi Sofia si alza tutte le mattine alle 7. Alle 8 è in aula della Montessori School di Pembroke Pines – il metodo, prima di tutto – poi all’una torna a casa, mangia, e si trasferisce alla Rick Macci Academy. Tre ore di tennis, poi cena alle sette, compiti, un dvd e dritta a nanna. Nei tre giorni alla settimana in cui non gioca a tennis va a lezione di danza e studia russo. Mosca le piace molto, ci è già stata quattro volte, ma non farà la ballerina al Bolshoij. E se diventerà abbastanza forte giocherà per gli States, alla faccia di Boris Yeltsin e delle sue borse di studio per evitare la diaspora dei talenti rusky.

“Il tennis è la sua vita – gongola papà Alex – i suoi campioni preferiti sono la Kournikova, la Clijsters, la Sharapova e Andy Roddick. Mi ha già confessato che vuole diventare la numero uno del mondo. E poi – aggiunge sottolineando un concetto fondamentale, ma un tantino usurato – Sofia odia perdere”. Rick Macci, il coach-ombra delle Williams che si vide soffiare le sisters sul più bello, firmerebbe una cambiale in bianco: “Mai vista una così. I suoi genitori mi chiamarono un anno fa per chiedermi se potevo darle qualche lezione, e sono rimasto a bocca aperta. E’ meglio della Capriati, una coordinazione occhi-mano impressionate, lo stesso senso per l’anticipo e per le geometrie della Hingis. A rete ha la sicurezza di una pro, può allenarsi per ora senza stancarsi. Io tiro forte, ma lei rimanda tutto. L’ho già fatta palleggiare con Jim Courier, Venus Williams, Todd Martin, con la Kournikova. La cosa più impressionante è lo sguardo che ha in campo. Ci leggi già la fame della campionessa”.

L’IMG, l’agenzia di management da anni padrona della Bollettieri Academy, la cura sempre più da vicino. Macci non lo dice, ma teme un secondo, doloroso scippo. Kenin senior sostiene invece di non essere della stessa razza di Richard Williams, di Melanie Hingis o di Yuri Sharapov: “Il primo allenatore di mia figlia sono stato io, ma ora Sofia ha bisogno di un coach professionista. E poi se vincere tornei oggi non è la nostra prima preoccupazione”. La prima preoccupazione sono i soldi. Nutrire una numero uno costa. “Siamo stati in Italia – butta lì Alexander – Venezia, Firenze, Genova, Rapallo, Pisa, San Marino, Stresa, Rimini, poi Sanremo e la Val d’Aosta. Bella gente, grande cucina. Voi sapete come vivere. E avete tante marche di abbigliamento. A Sofia piace tanto la Fila”. Che non è più italiana. Ma non importa. Crescerà, Sofia. Se fra sette o otto anni avrà ancora colpi veloci e curve morbide, molti avranno voglia di vestire i suoi sogni.

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