da Genova, Federico Ferrero - 29 marzo 2019

EDOARDO SANTONOCITO: CHIAMATEMI MAESTRO, MA NON DI INSTAGRAM

Edoardo Santonocito, 26 anni di Genova, miglior classifica 2.6, mai conquistato un punto ATP e ora istruttore di secondo grado nel piccolissimo Tennis Club Castelletto, ha accumulato un milione di follower su Instagram. Perché è bello, ha gli addominali scolpiti ma anche un cervello che viaggia veloce. E mentre l’invidia dei colleghi cresce, lui ai soldi facili dei social network preferisce il sogno di portare dei giovani allievi a diventare dei tennisti professionisti

Ha più follower di Alex Zverev ma intorno ai campi, durante il torneo challenger, i colleghi (lui è istruttore di secondo grado) non gli fanno le feste, anzi, lo salutano sghignazzando: «Uei, ciao, Instagram!» Se gli chiedi quale opinione abbiano di lui gli altri maestri genovesi, replica senza pensarci su: «Lo dico con rammarico, ma sono sicuro che il 100% di loro mi considerino un deficiente».
Edoardo Santonocito è nato nell’anno dei festeggiamenti per i 500 anni della scoperta dell’America. Cresciuto a Carignano, vive a Castelètu, quartiere residenziale sulle alture della città, dove sembra che il muro della casa didietro appoggi su quello della casa davanti e, se mai venisse giù quella in prima fila, in mare pare che ci debba finire tutto l’isolato. Suo padre era titolare di un’impresa edile; a metà degli anni Duemila rilevò, insieme alla moglie, le quote del microscopico Tc Castelletto – ai tempi un campo malconcio e una clubhouse completamente inagibile, accerchiati da un palazzotto della buona borghesia in cui abitava tutta la famiglia – e si misero a risistemarlo. Intanto, Edoardo aveva abbandonato il pallone per il tennis: a 14 anni si allenava all’Andrea Doria, con Antonio De Pra’: era dotato, si appassionò subito al nuovo sport. Studiava pure, al liceo classico. Solo che il preside accolse le richieste dei genitori - che domandavano una dispensa per permettergli di allenarsi anche due mattine alla settimana – con la tipica accondiscendenza della scuola italiana: «Certo, fate pure. Contiamo le assenze e, arrivati al limite (più di un quarto dei giorni scolastici saltati, ndA) lo bocciamo». Passato alla scuola privata, prese ad allenarsi a Toirano, il paesino delle grotte, con l’ex 133 ATP Daniele Musa. La giornata-tipo suonava così: sveglia all’alba, motorino, stazione Principe alle 6:30, treno fino alla fermata di Finale Ligure, automobile lasciata nel parcheggio, circolo, quattro ore di tennis, tre di atletica, ritorno a casa, svenimento sul letto fino al mattino successivo. Musa vide in Santonocito una promessa: stava crescendo a vista d’occhio, anche fisicamente, complici le prese in giro degli amici. «Fino a quindici anni ero un tappo, e magro come una sigaretta»: attizzato dal fuoco della rivalsa, aveva iniziato a studiare sul web come diventare più grosso; proteine in polvere, nutrizione da culturista, sessioni di massa e definizione in palestra. Con un fisico del genere, e la statura che aveva superato il metro e ottanta, non aveva senso continuare a giocare di rimessa: il coach gli smontò e ricostruì il gioco, concentrandolo su servizio e dritto. I primi risultati arrivarono. In poco tempo, Edoardo diventò 2.6 e iniziò a girare per tornei Futures: due settimane in Spagna, Murcia e Cartagena, poi Antalya, in Turchia. Non prese punti, anzi, «rimediai delle belle “lisciate”, perché ero ancora fragile mentalmente, da solo in un mondo sconosciuto. E poi non giocavo mai sereno, neanche gli Open: ragionavo troppo su tabelloni e avversari, entravo in campo che mi ero giocato già un set e mezzo nella testa. Dopo mezz’ora, ero esausto. Quell’anno, mi resi conto che non ero ancora pronto: ma ero ancora giovane e deciso a lavorare quanto bastava, perché amavo profondamente quello che facevo».

Purtroppo, la sorte aveva per lui altri piani. Una sera d’estate, mentre era a casa della fidanzata, lo chiamò la sorella. «Mi disse di tornare subito a casa perché era successo qualcosa. Mamma e papà avevano litigato, ma pesantemente. Presi casco e motorino, raggiunsi i miei e capii che la situazione era definita e irreparabile. Fino a quel giorno, non mi ero accorto di nulla». Invece, i genitori avevano già deciso di dividere le loro strade. Tra le conseguenze di ciò che lui chiama «quella bomba», scoppiatagli davanti agli occhi, ci fu l’impossibilità di continuare a nutrire il suo sogno. Spendere soldi in coach, preparatore, psicologo, fisioterapista, attrezzatura e trasferte si era fatta, improvvisamente, una strada sbarrata all’accesso. A neanche vent’anni, tutto finito. «Potevo ripiegare sull’attività Open, cercando intanto un lavoro da maestro qui a Genova. Ma perché fare una cosa a metà? Mi sembrava di non rispettare tutto l’amore e l’impegno che ci avevo messo, per diventare un giocatore. Forse non sarei diventato così forte come mi ero figurato, però ogni mattina mi svegliavo felice di andare ad allenarmi. Potessi tornare indietro, lo rifarei immediatamente». Invece, decise di smettere. Per sei mesi, in quel «momento di emme in cui era sparito tutto, la famiglia, il tennis, la mia vita», Santonocito prese a frequentare un amico, mattina e sera, cinque volte a settimana, per imparare a muoversi in Borsa. Ma servivano capitali per iniziare, lui si manteneva con le lezioni al circolo frattanto rimesso a nuovo (bar, sala per serate, palestra, piccola Spa, zona relax) e non aveva certo le palanche per diventare un investitore. Allora provò con l’iscrizione a Scienze motorie: non a Savona ma a Milano, perché offriva le docenze nel weekend e la maggioranza dei corsi anche in via telematica. Dopo un anno, però, gli impegni al circolo erano diventati troppo pressanti. Le tasse scolastiche di una scuola privata pesavano sul bilancio, volendo anche dare una mano in casa, e il perfezionismo si mise di mezzo un’altra volta, «perché è meglio fare una cosa bene che due così così». Ne salvò una: tra il suo minuscolo club da curare e la laurea, scelse la prima. Salvo il fatto che, su una strada parallela, stava nascendo un altro Edoardo Santonocito, il suo alter ego digitale. Grazie al quale, in maniera totalmente inattesa e sottotraccia, gli si stavano spalancando le porte di un mondo rutilante.

«Ci si creda o no, non sono mai stato uno social. Al massimo, usavo Facebook per scrivere due stupidaggini e controllare i compleanni degli amici. Un mio amico, più grande di me, aveva scoperto Instagram quando era appena stato inventato, intorno al 2010. Metteva foto fatte con l’autoscatto. Mi sembrava una sciocchezza, non ne capivo il senso. Lui, invece, era convinto: usava i filtri, scriveva didascalie, aggiungeva hashtag, che io manco sapevo cosa fossero. Però mi raccontava che, grazie a quelle immagini, aveva iniziato a fare qualche sfilata, qualche photoshooting. Io ero ancora minorenne, lui si era creato un sèguito di ragazzine e delle possibilità di lavoro, mi incuriosii. Insomma, ci vidi un’opportunità. Allora installai la app: lì per lì non capivo niente, le mie foto non se le filava nessuno. «Per forza - mi diceva - devi mettere l'hashtag
E siccome Edoardo era fatto così, che «se mi fisso su qualcosa poi lo faccio scientificamente», come per la palestra e per il tennis, si mise a studiare il mezzo. Perché qualcuno aveva successo e altri no, come ragionava l’algoritmo che metteva in evidenza certi utenti e non altri. Le prime foto pubblicate erano brutte, amatoriali, senza attrattiva. Ma la figura di un bel ragazzo col fisico scolpito creava interesse nei frequentatori di quel mondo. Finché un’estate, mentre era in vacanza in Sardegna, «mi arrivò una mail da una marca di gioielli, che mi diceva di essere interessata a collaborare. Il mestiere dell'influencer o del fashion blogger non esistevano ancora: chiesi cosa significasse, quel collaborare». Semplice: l’azienda mandava un braccialetto in regalo, in cambio lui si fotografava indossando il braccialetto e metteva la foto su Instagram. Affare fatto. «Iniziai a ragionare: se con 5.000 seguaci mi mandano un braccialetto, cosa capiterebbe se arrivassi a 50.000? Iniziai a capire perché uno come Mariano Di Vaio (un ex lavapiatti umbro, ora fashion blogger da 6 milioni di seguaci e titolare di un'impresa da decine di dipendenti, ndA) aveva taggato quel prodotto, o perché andava in certi posti a farsi fotografare. Lo imitavo, usavo le sue stesse pose: facendo tutto in casa, col mio telefonino. Tutta la Genova che conoscevo mi ridicolizzava, ero diventato quello che si faceva le foto in spiaggia a torso nudo con i muscoli gonfi. Vedevo che funzionava ma mi spiaceva essere trattato così, anche perché nemmeno gli amici mi appoggiavano. Idem la famiglia: “Sembri scemo”, mi dicevano».

Con un metodo noiosissimo ma dall’efficacia provata, Edoardo aveva tirato giù una lista degli hashtag più usati. Ogni giorno, metteva “mi piace” e seguiva migliaia di persone a caso, tra quelle che li avevano utilizzati; dopo qualche ora, toglieva il “mi piace”. Su cinquemila utenti seguiti e poi abbandonati, a fine giornata ce n’erano un centinaio che avevano iniziato a seguirlo e non lo mollavano più. Era una pesca a strascico. Arrivato a trentamila follower, «feci una foto con la cifra scritta sul petto: una roba oscena». Poi i primi repost, cioè pagine seguitissime (specialmente quelle di ragazzi aitanti e poco vestiti) che mettevano in copertina i suoi scatti. E i seguaci si moltiplicavano. Altre mail con proposta di collaborazione (leggi: cambio merce), pubblicità, altre campagne promozionali e, pian piano, Edoardo Santonocito è diventata una stella di Instagram.
Un milione di follower. Che varrebbero tanti euro quanti sono, volendo. «Volendo. Ma non lo voglio, anche se ora gli stessi che mi criticavano mi invitano ad approfittarne. Perché è diventato un business che potrebbe essere enorme, potrei girare il mondo servito e riverito invece di stare in campo tutto il giorno, a fare cesti al caldo e al freddo. Ma...» Il “ma” è la passione. Ama insegnare tennis, a Castelletto, accanto a una creuza de mä che conduce verso il porto, più che farsi immortalare nella suite dell’hotel cinque stelle lusso a Zanzibar. «Forse sono stupido io. Conoscendo i cachet, potrei fare il modello a tempo pieno e guadagnare cifre altissime. Sto sfruttando Instagram al al 5% del potenziale. Potrei trasferirmi all’estero e iniziare a vestirmi griffato, mangiare senza pagare, viaggiare per il mondo in hotel favolosi, tutto gratis. Anzi, guadagnando un sacco di soldi. A volte ho amici che mi dicono: “Dai Edo, chiama il tal ristorante, il tale albergo, così ci andiamo gratis”. Io rispondo di no, non mi piace. Un conto è un'azienda che si propone a me, un altro è usare la mia fama su Instagram per approfittarne».
Aver coltivato il cervello, a parte i muscoli in sala pesi, è ciò che rende Edoardo a un tempo lungimirante e coscienzioso. Protagonista del più effimero e artefatto dei luoghi virtuali del mondo ma estremamente consapevole di ciò che è: «Nessuno. Non sono nessuno, per esempio nel tennis. Quando mi fanno notare che ho più follower di tanti campioni, mi viene da sorridere. A Nick Kyrgios non frega niente se una sua immagine mentre colpisce un dritto prende 50 o 5.000 like, magari non è neanche lui a curare le sue pagine social e manco se ne accorge. Invece un influencer lo fa per mestiere. È un mondo a parte: la mia celebrità non è paragonabile a quella dei tennisti. È una realtà particolare e, spesso, è fumo negli occhi. Non dico sia tutto negativo, ma Instagram non rispecchia la realtà quotidiana e, per una persona che non ci lavora, è anche un pericolo: vedi solo ragazze perfette e gente che va in posti pazzeschi, automobili super... Tu ti riempi gli occhi di quelle cose, poi spegni il telefono e guardi te, che giri in Panda, vivi a Genova e non ti puoi permettere niente. Rischi di sentirti un fallito. Tanti ragazzi non capiscono che c'è molta finzione: io posso affittarmi una Ferrari o una villa per uno shooting fotografico, fare dodici foto con dodici abiti diversi e pubblicarne una al mese. Ci sono persone che lo fanno e scrivono “Mi sono comprato la macchina nuova”, oppure “Ecco la mia casa” e trovano utenti che ci credono. Però c’è anche un modo sano di usarlo, io ci passo del tempo quando sono libero, scorro, guardo, vedo delle belle cose, mi faccio delle opinioni. Basta essere conscio di quello che Instagram è: io lo sono. Magari, qualcun altro no».

A scorrere la pagina di Edoardo è difficile farsi l’idea del ragazzo brillante, riflessivo, posato, che paradossalmente rifugge la superficialità. L’unica cosa che ha da mostrare sembra la massa magra che esplode sottopelle. «Ma se ci fai caso, il mio profilo è “basso”. Non faccio foto svestito su una Mclaren con quattro orologi al polso. Non ci sono spacconate. Mi hanno proposto Uomini e donne, quello spagnolo, ma ho preferito non andarci, non è roba per me. Non parlo con nessuno di questa cosa, i miei allievi e le loro mamme hanno saputo di Instagram solo poco tempo fa e perché una rivista mi ha intervistato. Sì, certo, metto in mostra il fisico, e poi trovi alcune foto dell’unica vacanza che faccio nell’anno: tra l’altro dopo mille paranoie, perché lavoro tutto l’anno per ritagliarmi il tempo ad agosto e, comunque, mi pesa ugualmente lasciare i miei ragazzi. Ma non vivo per quello, non ostento, non inseguo a tutti i costi la crescita dei follower perché il limite, anche etico, ce l’ho e lo stabilisco io». Se sei interessato al fitness, Edoardo dà lezioni online di quella che è la sua seconda specialità, a parte la racchetta (eccedendo in ottimismo: «Uno come te, che non ha problemi particolari, in otto settimane di corso a distanza ti assicuro che diventa tartarugato, fino ai 50 anni ce la fai senza problemi»). Se potesse scegliersi la vita ideale, tornerebbe a ciò che aveva interrotto quella sera di tanti anni fa, quando la sua prima esistenza venne affondata dagli eventi. «Ma non posso. E non potendo come giocatore, lo farei come coach». Longines, lo scorso anno, lo invitò a Roland Garros insieme a una carovana di Insta-bellissimi. «Il patto era di rimanere per qualche gioco sul campo centrale, io e altri influencer, per farci riprendere. Prima di entrare, mi dissero di stare composto e, ogni tanto, di guardare verso destra. Poi capii il perché: il regista ci inquadrava, ogni volta che il giocatore andava a prendersi l’asciugamano. Gli altri, dopo un po’ se ne andarono. Io saltai il pranzo dello sponsor, e mi guardai tutti e cinque i set di Zverev-Kachanov. Avevo i brividi. Ecco: il mio sogno è tornare lì, come coach di uno dei ragazzi che sto seguendo».

La sua mente imprenditoriale lo porta ad altre considerazioni, lontane dai lustrini e dai resort: «Secondo molti, essere uno famoso su Instagram stride con la professione di maestro. Sento critiche, giudizi, gente che sparla, che fa battutine. Ma io vorrei poter essere anche un veicolo di promozione per il tennis, incentivare lezioni, tornei, fare attività. Convincere i ragazzi a mollare la playstation e altre cretinate per fare un percorso nel tennis che magari non ti porterà nei top 100, ma ti formerà il carattere. A posteriori, so di essere molto meglio come maestro che come giocatore, come traino per gli altri che non per me stesso. Ho uno spettro di risposte ampio per tante cose che mi chiedono i ragazzi, perché molti problemi li ho vissuti personalmente». «Anche sul lato commerciale, sebbene mi interessi meno rispetto all’insegnamento: perché, per esempio, se esce una racchetta nuova, le aziende decidono ancora di farla veicolare al maestro vecchio, stanco e sovrappeso che, al massimo, dice ai suoi allievi di andare a comprarla con lo sconto nel tale negozio convenzionato? Non dico di usare me, che pure sarò stato scarso ma ero un seconda categoria e i telai li saprei giudicare, ma altri giovani agonisti che abbiano un’immagine bella e positiva. Invece c'è una cultura antica, chiusa rispetto a questo mondo. Non parlo per certezze, questa è una mia idea, ma se i cinquantenni ci ritengono dei cretini che hanno sempre il cellulare in mano, io rispondo che loro non si rendono conto delle opportunità che può avere questo strumento. Vale per me, vale per chi fa prodotti, vale anche per il negoziante qui nel viale a Castelletto, che magari preferisce stampare cinquecento volantini e pagare uno che li distribuisca per strada, invece di fare una campagna promozionale sui social».

Questo è Edoardo Santonocito, 26 anni, divo di Instagram da centomila “mi piace” e mille commenti a foto che, suppergiù, si esauriscono nelle varianti «bellissimo, sei fidanzato?», «hot», «cute», «wow», «hermoso», «sexy» «awesome», «you made my day», «beautiful looking». Che, tradotti e condensati, rispondono tutti al concetto di «Mamma, che bel figo». Uno così, uno che vende la più banale e dozzinale attrattiva dell’animo umano, è un giovane uomo educatissimo, decisamente più profondo dei bit e degli ormoni che promanano dalle sue fotografie. Ha la stessa fidanzata da nove anni (che ama lui e odia i social); non sbaglia un congiuntivo a minacciarlo; chiama il campo da tennis sotto casa «la mia salvezza e la mia vita». Al circolo, contro ogni pronostico, trovi una sola immagine in cui compare. C’è lui, vestitissimo, in tuta, felice come un bambino, attorniato dai ragazzini che segue, uno dei quali vorrebbe tanto veder diventare ciò che lui non è stato. Lavora dal mattino alla sera col cesto, salvo due ore prima di pranzo, tenute libere per allenarsi quattro volte la settimana in una palestra che non è quella del club: altrimenti, dal caseggiato, rischierebbe di non uscirci mai. Altro che Dubai e Las Vegas. Va in giro una sera la settimana, un locale appartato, i soliti amici e la ragazza, un cinema. A Genova si fa vedere poco, è schivo e di buone maniere ma, per gli altri, resta sempre e comunque quello di Instagram. Il sirenetto col cervello sceso nei pettorali, il maestro stupido che fa solo belinate. E se gli stupidi fossero altrove?

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