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Un grido per la Davis: #changeitback

Uno splendido weekend ha mostrato la bellezza della Davis a chi l'ha voluta uccidere per soldi. I gruppi organizzati sono compatti contro le modifiche e hanno lanciato un hashtag per protestare contro il nuovo format e chiedere una retromarcia. Gli ultimi eroi della Davis si chiamano Mridha, Piros, Valkusz, ma anche Hewitt, Coric e Benneteau.
Un grido per la Davis: #changeitback
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Riccardo Bisti
17 September 2018

Allez Nanard​
C'est quand que tu pars
Tes idee on an a marre
La Coupe Davis c'est le panard​
Tel licencies ant le cafard​
Change d'avis c'est pas trop tard

L'epilogo si sta delineando. E potrebbe essere molto particolare. La finale di Coppa Davis si giocherà dal 23 al 25 novembre in Francia: in caso di vittoria, i ragazzi di Yannick Noah sarebbero protagonisti del rituale di consegna del trofeo. Da prassi, l'Insalatiera dovrebbe essere consegnata dal presidente ITF Dave Haggerty (come peraltro accaduto l'anno scorso). È lui, insieme al presidente FFT Bernard Giudicelli, uno dei principali artefici del cambio-horror avallato dai delegati delle varie federazioni nell'assemblea di Orlando, lo scorso 16 agosto. Vien quasi da sperare che vinca la Francia e che il protocollo venga rispettato, perché l'opposizione al cambio della Davis possa avere risonanza mainstream. Il coro che leggete qui sopra è stato ideato da alcuni sostenitori francesi ed è dedicato al loro presidente Giudicelli (“Nanard” è il diminutivo di Bernard) ed è molto chiaro. “Cambia idea, non è troppo tardi”. Tral'altro, in molti hanno indossato t-shirt nere per tutto il weekend in segno di lutto ed è stato inaugurato l'hashtag che sta provando a farsi spazio su Twitter: #changeitback, disperata invocazione di un cambio di rotta dell'ITF. Purtroppo è pressoché impossibile che accada, visto che l'ITF ha giocato su questo punto tutta la sua credibilità e – soprattutto – sono in ballo una montagna di soldi. Le uniche speranze possono arrivare da un'implosione del progetto: da una parte un'eventuale mancata garanzia della copertura economica da parte di Kosmos, dall'altra un mancato accordo con i giocatori, che proprio non ne vogliono sapere di giocare a fine novembre. Vedremo.

Un grido per la Davis: #changeitback

UN GRANDE WEEKEND
Intanto vedremo cosa succederà il 25 novembre, chiunque sia ad alzare la Coppa Davis. Fosse Noah, l'immagine sarebbe ancora più simbolica. Un capitano dimissionario, fortemente contrario al nuovo format, premiato dal “killer”
. E allora il pubblico potrebbe lanciare un mare di fischi che avrebbe risonanza mondiale. Magari non servirebbe, ma metterebbe a nudo - ancora una volta - le disgraziate modalità con cui si è arrivati al cambio. Quasi a fare un dispetto ad Haggerty (che ha evitato di farsi vedere nelle semifinali del World Group, andando a seguire il play-off tra Serbia e India), ancora una volta il weekend di Davis ha raccontato grandi storie, imprese riuscite, sfiorate o mancate per un soffio. Tre giorni bellissimi che sono stati coronati dall'accanita resistenza di Frances Tiafoe a Borna Coric. Ancora una volta, la Davis ha mostrato l'essenza pura delle persone, ancor prima dei giocatori. Con la sua folle irrazionalità, le sedi più strane (o strambe) e i match al meglio dei cinque set, in cui emerge l'uomo. A Budapest abbiamo visto due ragazzini quasi sconosciuti, Mate Valkusz e Zsombor Piros, rispettivamente 20 e 18 anni, mostrare un'accanita resistenza a fiori di professionisti come Vesely e Rosol, che l'hanno spuntata soltanto all'ultimo singolare. E Rosol, dopo l'ultimo punto, ha lanciato via la sua maglietta in un mix di rabbia e sollievo. In quale altra competizione farebbe un gesto simile? E, soprattutto, quale altra competizione sarebbe in grado di incollare al seggiolino (o allo schermo) il sincero appassionato per vedere Coric-Tiafoe, Rosol-Piros o magari Mridha-Ehrat?

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EROI PER CASO
A Biel, sede del Centro Tecnico di Swiss Tennis, abbiamo assistito a una specie di fiaba. A giocarsi il punto decisivo, sul 2-2, sono stati il numero 1094 e 1211 del ranking ATP. Gente che fa le qualificazioni nei tornei Futures, non aveva mai giocato in Davis e non aveva mai annusato il profumo dei tre set su cinque. Per entrambi, è stata l'occasione di scrivere una paginetta di storia tennistica del loro paese. Alla fine l'ha spuntata Mridha, facendo commuovere il suo capitano Johan Hedsberg, che lo segue sin da quando aveva 12 anni. Per non parlare di Lleyton Hewitt, uno dei più fieri oppositori della riforma. Ormai ritiratosi e capitano dell'Australia, non resiste alla tentazione di mettersi ancora in campo e sabato è stato quasi commovente, insieme a John Peers, nel battere una coppia molto forte come quella austriaca. Il suo spirito ha coinvolto Alex De Minaur, che dopo una pessima prestazione nella prima giornata ha giocato un match gagliardo contro Dominic Thiem. Ha perso in quattro set, lasciando spazio all'Austria, ma contro il numero 2 sulla terra battuta non avrebbe potuto fare di meglio. O vogliamo parlare del pubblico argentino, che nel match contro la Colombia ha affollato l'Estadio Aldo Cantoni di San Juan, coinvolgendo la squadra dei quattro capitani fino a una danza collettiva a fine match, in cui – tra tamburi e trombette – hanno cantato tutti insieme Oid Mortales, l'inno argentino che qualche anno fa aveva fatto piangere di commozione David Nalbandian prima della finale contro la Spagna. Abbiamo visto il ritiro di una leggenda come Daniel Nestor: a 46 anni, e con mille esperienze alle spalle, ha scelto proprio la Davis per salutare il tennis. E poi, tante piccole storie rese ancora più speciali dal pubblico, numeroso più o meno ovunque e testimonianza di come la Davis – così com'è – non rischia affatto di morire, come sostengono alcuni (tra cui il presidente della federtennis spagnola Miguel Diaz).

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IL TENNIS NON È IL CALCIO
Il punto è sempre il solito, quello che i “grandi dirigenti” non riescono a digerire: la Davis sapeva autoalimentarsi, generava passione e storie a prescindere dai giocatori in campo. E pazienza se non generava introiti particolari: uno sport iper-professionistico come il tennis può permettersi 2-3 settimane all'anno al servizio della tradizione, regalando partite indimenticabili per chi le ha giocate e per chi le ha viste. “Nella vita non contano mica soltanto i soldi” aveva detto Yannick Noah a Genova, durante il weekend di Italia-Francia. Una delle affermazioni più lucide sull'argomento, in difesa di una differenza sostanziale: il tennis non è il calcio. La Coppa Davis non è la Coppa del Mondo di calcio. Ha altri rituali, un'altra storia, un'altra tradizione. Purtroppo, qualcuno ha permesso che un calciatore potesse inserirsi nella storia del nostro sport. I soldi hanno vinto, ma a novembre certi signori potrebbero prendersi una sonora bordata di fischi. Se la sarebbero cercata.

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Le teste di serie del primo turno del 2019

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