BANDA ROSSA

Martedì azzurro: si parte alle 11 con Verdasco-Sonego (ST)

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Esclusivo: The Ultimate Challenge! (Pt. 1)

Organizzare un Challenger è una grande sfida, tra richieste sempre più pressanti e regole che talvolta impediscono di migliore il contenuto dell'evento, cioè di creare un cast di giocatori adeguato. Abbiamo parlato con alcuni degli organizzatori più esperti e cercato di capire presente, e soprattutto futuro di tornei fondamentali per il movimento. (PARTE 1)
Esclusivo: The Ultimate Challenge! (Pt. 1)
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Riccardo Bisti
22 March 2018

Nell'immaginario collettivo, il Black Friday è quel giorno in cui la gente si riversa nei negozi, nel tentativo di accalappiare qualche sconto. È l'inizio dello shopping natalizio. Ma non fate questo nome agli organizzatori dei tornei Challenger: per loro, il concetto di Black Friday è molto diverso e spesso si trasforma in un dramma. Il venerdì prima dell'inizio di un torneo, infatti, è il giorno delle cancellazioni dell'ultim'ora, degli iscritti che rinunciano in extremis, lasciando i tornei in braghe di tela. Magari gli organizzatori avevano annunciato la presenza di certi giocatori, creato interesse, organizzato conferenze stampa... salvo poi trovarsi con un prodotto completamente diverso e meno appetibile. Gli ultimi due casi sono emblematici. A 21 giorni dal torneo (data di pubblicazione dell'entry list), gli Internazionali Città di Brescia avevano ben nove top-100 in tabellone e uno straordinario cut-off al numero 173 ATP. Significa che tutti i giocatori al di sotto di tale soglia avrebbero dovuto giocare le qualificazioni. Nel weekend precedente al torneo, l'ufficio del supervisor ATP è stato tempestato di e-mail e messaggi che annunciavano una cancellazione dopo l'altra. Sedici, alla fine. E il cut-off è piombato al numero 418 ATP. È andata ancora peggio ad Andria, dove l'ultimo ammesso nel main draw è stato Alessandro Petrone, n.465. Chi più, chi meno, tutti gli ATP Challenger italiani sono stati coinvolti dal fenomeno. E allora è giunto il momento di riflettere su una situazione ormai inaccettabile, in cui i giocatori fanno più o meno quello che vogliono, senza il rischio di vere sanzioni. “Abbiamo avuto 16 cancellazioni su 22 ammessi al main draw – dice Marco Monesi, direttore commerciale di Pro Kennex Italia, società organizzatrice del torneo di Brescia – il torneo è stato completamente stravolto rispetto all'entry list originaria. Credo che l'ATP debba lavorare sul problema, magari affiancando le federazioni. In questo periodo ci sono le gare a squadre, molto attraenti per i tennisti perché garantiscono guadagni sicuri. Che fare per tutelare i tornei? Bisognerebbe pensare a obblighi, penali e tempistiche diverse. Per esempio, si potrebbe consentire le iscrizioni fino a una settimana prima del torneo, ma impedendo di potersi cancellare all'ultimo. I forfait dell'ultim'ora rendono complicata la promozione dell'evento, perché i Challenger vivono dei giocatori: se non sei sicuro del campo di partecipazione è dura trovare il modo giusto per promuovere l'evento”. Ha un pensiero simile Carlo Alagna, direttore operativo dell'ASPRIA Tennis Cup – Trofeo BCS, evento estivo nell'incantevole cornice dell'Harbour Club di Milano. Alagna organizza eventi, non solo tennistici, da molti anni. “Quando ho sentito gli amici del torneo di Brescia, avevo augurato loro di avere almeno il 50% degli iscritti, ma purtroppo è andata ancora peggio. È una cosa inaccettabile, quasi da fare causa. Secondo me l'unica soluzione è non comunicare i nomi degli iscritti fino all'immediata vigilia del torneo, in modo che gli organizzatori non si espongano con media e sponsor. Saremmo comunque penalizzati, ma in misura minore. Purtroppo la via delle multe non è una strada percorribile, perché i giocatori troveranno sempre un medico pronto a firmare un certificato. Forse si potrebbero consentire ai giocatori tre forfait all'anno tra 21 e 6 giorni prima del torneo, e uno soltanto negli ultimi cinque giorni”. Anni fa, prima dell'esplosione di internet, Alagna faceva qualcosa del genere quando organizzava la Tennis Napoli Cup, il fortunato Challenger di Villa Comunale che oggi non esiste più. “Quando arrivava l'entry list non la condividevo con nessuno, mostrandola soltanto 5 giorni prima del torneo, in conferenza stampa. Con questa formula, i miei tornei hanno sempre avuto successo. Oggi le entry list sono pubbliche con grande anticipo: può intervenire soltanto l'ATP”.

Esclusivo: The Ultimate Challenge! (Pt. 1)

Da diversi anni, l'Italia è il Paese che organizza più Challenger al mondo. Nel solo 2017 ne abbiamo ospitati 22, anche se ci sono realtà molto diverse tra loro. Alcuni tornei vanno avanti grazie alla passione e allo sforzo dei singoli club, altri hanno grandi sponsor alle spalle, altri ancora hanno una struttura professionale. È il caso della MEF Tennis Events di Marcello Marchesini. Oltre alla storica tappa di Todi (“Che ha visto passare Dimitrov e Goffin, i finalisti del Masters” sottolinea con orgoglio), si sono aggiunti Perugia e, da quest'anno, Francavilla al Mare. Come se non bastasse, sarà proprio MEF a organizzare le finali di Serie A1, a Foligno. “I ritiri dell'ultimo momento? Va cambiata la regola – dice Marchesini – anni fa si cancellò un giocatore molto importante e ci fu una seria polemica, perché non si era fatto male. Fu una storia antipatica. Però è compito dell'ATP tutelare chi lavora tutto l'anno, va in conferenza stampa contento di quello che ha e poi si trova con un cut-off triplicato”. Ha vissuto qualcosa del genere anche Gianni Saldini, “decano” dei direttori Challenger italiani. Dall'alto dei suoi (quasi) 77 anni di età ne ha viste tante, ma mantiene l'entusiasmo di un ragazzino e tre anni fa ha permesso la rinascita del Challenger di Manerbio, nato negli anni 70 come torneo nazionale fino a entrare nel circuito ATP nel 1999. “Anche noi subimmo un forfait dell'ultim'ora di un giocatore importante ma il supervisor lo obbligò a venire, dalla Germania, per farlo visitare da un medico del posto. Sono favorevole a questo tipo di soluzione, anche se i giocatori sono un po' birichini. Per loro non cambia niente nel giocare un torneo o un altro, mentre per noi possono fare la differenza. Se sei iscritto a un torneo devi andare, altrimenti ci vuole una visita medica. Seria”. Anche nel 2018, la lunga stagione dei Challenger italiani ripartirà da Bergamo. Nato nel 2006, il torneo raccoglie ogni anno un clamoroso successo di pubblico, capace di andare oltre i temuti forfait. Quest'anno, pensate un po', gli unici due Challenger in cui si sono ritirate due teste di serie a tabellone già compilato... sono stati proprio Bergamo e Brescia! “La possibilità di cancellarsi fino all'ultimo momento è troppo penalizzante per i tornei – dice Marco Fermi, direttore dell'evento bergamasco sin dalla prima edizione – se i forfait si conoscessero in anticipo, il torneo potrebbe ragionare in modo diverso sulle wild card, assegnandole in modo più oculato. Se un giocatore si ritira all'ultimo, non c'è più tempo per muoversi. Non credo che un certificato medico sia sufficiente, le sanzioni ai giocatori dovrebbero essere più consistenti”.

Esclusivo: The Ultimate Challenge! (Pt. 1)

Istituiti nel 1983, i tornei Challenger sono un passaggio chiave per tutti i professionisti. Ci sono passati anche i migliori: se Gianni Saldini ricorda con orgoglio la presenza di Novak Djokovic a Manerbio, ci sono tanti casi di questo genere. Lo stesso Rafa Nadal ha vinto il suo primo torneo proprio in Italia, a Barletta. I Challenger permettono a decine di giocatori di costruirsi la carriera, o magari di risalire la china dopo un infortunio o una crisi di risultati. Anni fa, Cino Marchese – il più grande manager nella storia dello sport italiano – disse che i Challenger sono operazioni soprattutto provinciali, che con “una certa oculatezza” si possono fare senza spendere cifre folli. Prima della crisi del 2008-2009, molti organizzatori italiani si sono lanciati nell'avventura. Dopo un fisiologico calo, gli eventi hanno ripreso a salire. Ma com'è la situazione attuale? “C'è un bel movimento, tante tappe sono ormai consolidate e c'è uno standard qualitativo importante – dice Marco Fermi - alcune città vorrebbero acquistare nuove date: non so se il calendario lo permetterà, ma significa che c'è voglia di fare sport ad alto livello”. Tuttavia, dagli uffici ATP arrivano spifferi non troppo rassicuranti per l'Italia. Ce lo svela Marchesini: “Molto dipenderà dal nuovo orientamento ATP. Vogliono diminuire il numero dei tornei, soprattutto in Italia. Per esempio, quando è scomparso il torneo di Napoli io avrei rilevato volentieri la data, ma non me l'hanno permesso e non lo hanno sostituito. Il futuro è un'incognita, vediamo quanti ne rimarranno dopo le pressioni ATP”. È al corrente di questa situazione anche Marco Monesi: “Oggi ci sono tanti tornei, ma probabilmente andremo incontro a una naturale selezione. L'ATP vuole elevare il format dei tornei Challenger, e ha richieste sempre più elevate. Non sarà facile per tutti restare a questo livello. Il nostro auspicio è che, chiedendo un bel contenitore, ci garantiscano un contenuto all'altezza”. Più ottimista la visione di Giorgio Giordano, direttore del torneo di Caltanissetta, il più ricco d'Italia insieme a Genova. Nel 2017, la tappa nissena ha offerto un montepremi di ben 127.500€, il massimo per un torneo di categoria. Una realtà straordinaria, specie se rapportata alla collocazione geografica e alla dimensione della città. “In questo momento vedo una buona situazione – dice Giordano – negli ultimi anni c'è stato un incremento di tornei, significa che hanno riscosso un bel successo. C'è un bel mix di realtà nuove e altre consolidate”. “Sotto un certo punto di vista, la situazione è florida – interviene Carlo Alagna – significa che il movimento è attratto dal prodotto Challenger. Il problema è che quando ce ne sono troppi, rischi di svalutarlo. L'ATP ne è consapevole e ha sollevato il problema: secondo loro ci sono troppi tornei in Italia e vorrebbero equilibrare con altri paesi. Va detto, tuttavia, che l'Italia è un asset importante per loro: l'ATP è pur sempre un azienda. Credo che si andrà incontro a una riduzione, ma con le dovute cautele. Più che ridurre in Italia, dovranno essere bravi a fatturare in altri paesi. Se ragionano da azienda, non c'è motivo per abbassare il fatturato italiano”.

(PARTE 1 - CONTINUA)


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