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ATP Halle: Federer-Khachanov alle 13 su SuperTennis

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Sogna, Ragazzo, Sogna

SOGNA, RAGAZZO, SOGNA - La favola di Juan Martin Del Potro, partita al fianco di uno sconosciuto nella sua Tandil e arrivata fino al titolo Slam. Interrotta da due infortuni al polso, ora è ricominciata. Per riuscirci è dovuto tornare alle origini, dal "Negro" Gomez. Vincendo la Davis ha ottenuto il secondo sogno. Gliene resta uno: il n.1 ATP.
Sogna, Ragazzo, Sogna
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Riccardo Bisti
29 novembre 2016

(*)Avevo accompagnato un ragazzo a un torneo internazionale. Andò bene, così abbiamo iniziato a parlare del futuro. Gli ho chiesto quale fosse il suo sogno: mi disse che voleva vincere il prossimo torneo. Non mi andava bene. Lo stimolai, gli dissi di sognare, di non porsi nessun limite, di dirmi quello che voleva per davvero”. Forse Marcelo Gomez non aveva ascoltato “Sogna, Ragazzo, Sogna” di Roberta Vecchioni, ma ne aveva assimilato lo spirito. Ce l'aveva dentro di sé. Quel ragazzo si chiamava Juan Martin Del Potro. Persi i deboli freni inibitori, il giovane Juan Martin disse quello che pensava per davvero: “Io vorrei vincere...lo Us Open”. Quando quel sogno è diventato realtà, “El Negro” Gomez si trovava a Tandil. “Vedere Juan Martin alzare la coppa è stato il momento più bello della mia vita, secondo solo al matrimonio e alla nascita dei miei figli – racconta Gomez, il demiurgo del miracolo Tandil – quando l'ho visto salire in tribuna per abbracciare il suo team mi sono commosso. Non c'ero, ma era come se fossi insieme a loro”. E' vero: non esiste Juan Martin Del Potro senza Marcelo Gomez. Senza di lui, quel ragazzino alto e magro non sarebbe diventato uno dei più forti tennisti al mondo, portatore di simboli forti e sani: il talento, il riscatto, l'attaccamento alle proprie radici. Il 2016 ci ha ridato il Del Potro che conoscevamo. Non era affatto scontato, specie quando l'anno scorso erano uscite voci incontrollate su una possibile depressione, un possibile ritiro. Qualcuno pensava che le operazioni al polso avessero messo KO la sua anima, come un montante in pieno volto. E invece no, niente bandiere bianche. Anzi, Delpo si è attaccato a quella “blanca y azul” della sua Argentina e ha fatto le cose migliori con la maglia della nazionale. Prima l'argento olimpico, battendo Novak Djokovic e Rafael Nadal prima di perdere da Andy Murray. E poi la rivincita sullo stesso Murray in Coppa Davis, nel match chiave dell'intera serie tra Gran Bretagna e Argentina. Sarà lui, ancora una volta, a guidare l'albiceleste nella quinta finale della sua storia, all'Arena Zagreb, contro la Croazia di Marin Cilic e Ivo Karlovic. Se l'Argentina dovesse vincere, “Palito” diventerebbe una sorta di eroe nazionale. Lo conferma Federico Kotlar, inviato speciale del “Clarin”, il più importante (e venduto) quotidiano argentino. “Se ci limitiamo agli sportivi attuali, Del Potro è il secondo più popolare del paese, un gradino sotto a Lionel Messi. Si trova al livello di Emanuel Ginobili: pur essendo a fine carriera, 'Manu' è stato uno dei più grandi sportivi argentini di sempre. Se invece parliamo della storia, credo che Del Potro sia ancora leggermente sotto rispetto ai più grandi: Diego Maradona, Juan Manuel Fangio, Carlos Monzòn, Emanuel Ginobili e Guillermo Vilas. Se però dovesse vincere la Coppa Davis, che in Argentina è una questione storicamente irrisolta, credo che potrebbe entrare a pieno titolo in questa elite”. In questo momento, la popolarità di Del Potro travalica i confini dello sport, come ricorda Kotlar. “Non c'è dubbio che sia uno dei personaggi più popolari. E' molto difficile fare una classifica, ma è tra quelli che fanno più notizia, che generano attenzione”. Se è arrivato così in alto, Del Potro deve ringraziare Marcelo Gomez, certo, ma anche tanta casualità...e la voglia di prendere un aereo. Da bambino, il suo sport preferito era il calcio. In verità, lo è ancora oggi. Sgomitava nelle giovanili dell'Independiente Tandil e spadroneggiava anche lì, forte di una superiorità fisica imbarazzante. E' capitato più volte che gli chiedessero un documento d'identità, perché pensavano che fosse più grande dell'età dichiarata. Con la maglia “rojinegra” (rossonera) giocava con il numero 9, a volte l'11, a volte l'8, ma sempre da attaccante. Faceva il tipico centravanti-boa, un po' come Martin Palermo, leggenda del suo amat(issim)o Boca Juniors. Ma il Club Independiente non era soltanto calcio. E' un club polisportivo dove si abbracciano tante discipline. Costruito nel 1918, ospita campi di hockey, pallacanestro, pallavolo...e tennis. E così, per ingannare l'attesa prima di iniziare gli allenamenti pallonari, il piccolo Juan Martin prese una racchetta in mano e gli presentarono Marcelo Gomez. Fino ai 12 anni di età, ha praticato con uguale impegno sia il calcio che il tennis. La prima svolta è arrivata quando, nella stessa settimana, c'erano un torneo di calcio e uno di tennis: quest'ultimo era in Brasile. Più che la voglia di tennis, ebbe la meglio la curiosità di prendere il suo primo aereo. Accompagnato dal “Negro” si imbarcò, vinse il torneo e lo premiarono come miglior giocatore dell'America Latina. Ma per almeno altri due anni ha continuato con il calcio. Non ne voleva fare a meno, davvero. Rimaneva a scuola fino alle 14 (al Colegio San José ricordano ancora la sua disponibilità verso lo studio, anche se preferiva le materie letterarie e odiava la matematica), poi volava al club. Prima calcio, poi tennis. “I suoi genitori hanno sempre desiderato che avesse successo sia con lo sport che con lo studio” ricorda Gomez. In effetti, dopo l'infortunio al polso destro (il primo, quello che l'ha tenuto fermo per tutto il 2010) aveva ringraziato l'ostinazione di mamma Patricia, professoressa di letteratura, che aveva insistito per fargli prendere il diploma, sia pure studiando a distanza. Era uno sbocco, la possibilità di fare qualcos'altro. Papà Daniel, veterinario ed ex rugbista, spingeva di più per lo sport. Ben presto si capì che il talento era più nella mano che nei piedi.

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LA MISTICA DI TANDIL
Ma il talento ce l'hanno in tanti: è molto più difficile annaffiarlo, curarlo, esprimerlo. E poi l'Argentina è il paese della terra battuta. Com'è possibile che Juan Martin Del Potro si esprima al meglio sui campi duri? Come si è sviluppata la capacità di mettere alla frusta il miglior Federer sull'erba (semifinale olimpica del 2012) e batterlo sul cemento (finale Us Open 2009, dopo aver schiantato Nadal in semifinale)? Per intenderci, Del Potro ha giocato 27 finali, vincendone 19. Di queste, soltanto quattro sono arrivate sulla terra battuta (con due vittorie e due sconfitte). Per dare una risposta, bisogna partire da lontano. Molto lontano. Giunto a Tandil da Rio Cuarto (provincia di Cordoba, città natale dell'ex top-20 Agustin Calleri), Marcelo Gomez mise piede al Club Independiente Tandil nel 1981, all'età di 11 anni. Mentre gironzolava per il circolo, gli capitò di assistere a un allenamento tra Guillermo Perez Roldan e Franco Davin. Folgorazione, amore a prima vista per il tennis. Convinse i genitori a iscriverlo alla scuola diretta da Raul Perez Roldan (padre di Guillermo) e provò a imitarli. “Ma ben presto ho capito che non ce l'avrei fatta. Giocavo benino, ma non a sufficienza per diventare professionista. E poi non avevo soldi. Così ho scelto di proseguire gli studi e mi sono messo a fare l'aiutante e il palleggiatore al fianco di Raul”. La svolta è arrivata nel 1990, quando la giovane promessa Mariano Zabaleta aveva bisogno di un accompagnatore. “A 20 anni mi sono accorto che avrei dovuto insegnare – racconta – formare tennisti era quello che mi riusciva meglio. Sentivo che ogni progresso dei miei allievi era anche un mio trionfo. Credo che ci siano diversi tipi di allenatori: quelli che insegnano la tecnica, i coach di alto livello e quelli che formano. Io sono uno che forma: il modo di giocare e il carattere”. Tandil aveva già una bella tradizione, Gomez l'ha trasformata in una mistica. Una volta, durante un torneo giovanile, Zabaleta gli rispose male. “Non ci siamo rivolti la parola per due settimane, fino a quando non si è deciso a chiedermi scusa. Però, anche in quel periodo, non aveva paura a fare 40-50 ripetizioni di dritto contro il muro”. Poi è arrivato Juan Monaco. Qualche tempo fa, il Pico ha descritto così il clima che si respirava al Club Independiente: “Avevamo soltanto sei campi in terra battuta, poche palline per allenarci, d’inverno fa un freddo maledetto…E’ capitato diverse volte che volessimo allenarci, ma non era possibile perché i campi erano ghiacciati. Significava dover aspettare 4-5 ore, allora passavamo l’attesa giocando contro il muro”. Mentalità trasmessa da Gomez. “La cosa più importante è il rispetto delle regole – interviene il Negro – ad esempio, se arrivi in ritardo non ti alleni. E poi tutti devono giocare con tutti. Se ho 150 allievi, non esistono gruppi più importanti di altri. Guai se qualcuno si sente una stella. Mi capita di far giocare con palline vecchie e consumate per far capire il valore delle cose. E tutti devono passare il tappeto alla fine di ogni allenamento”. Mentre affinava le sue capacità, Gomez ha avuto un esempio straordinario. Ha avuto l'umiltà di imparare da un suo allievo. “Se davvero desideri qualcosa e senti di potercela fare, beh, prima o poi ce la farai. Me l'ha insegnato Diego Junqueira. Suo padre mi diceva che non ce l'avrebbe mai fatta, con quel fisico. Basso, tarchiato, senza talento. Sembrava impossibile. Però aveva un cuore incredibile. Secondo me avrà fatto per cinque volte il giro del mondo. Se mi chiedono di citare un esempio, io non ho dubbi: Junqueira”. Se lui è arrivato tra i top-100, Mariano Zabaleta è stato numero 21 ATP e Juan Monaco ha centrato i primi dieci. “Anche se con lui ho commesso un errore – dice Gomez – si era abituato a vincere sempre, così quando si è alzato il livello sono arrivate tante sconfitte ed è andato in crisi. Ha smesso di giocare per tre mesi, poi si è ripreso andando all'estero”.

SENZA QUEL MALEDETTO POLSO...
Bravo a fare tesoro degli errori, Gomez ha fatto il suo capolavoro con Del Potro. “L'ho fatto giocare soltanto contro ragazzi più grandi. Non a caso, ha vinto il suo primo torneo quando aveva 14 anni. Prima perdeva e si domandava il perché delle mie scelte. Io gli ho detto: 'Stai tranquillo, l'obiettivo finale è un'altra cosa'”. A suon di risultati, il nome di Del Potro si fece largo tra gli addetti ai lavori. Ed ecco piombare le critiche, tutte rivolte al Negro.“Dicevano che i miei metodi non andavano bene, forse perché ero troppo giovane, o forse perché c'erano tante accademie in giro per il mondo e lui rimaneva a Tandil, con uno sconosciuto. Io lo facevo giocare in modo diverso e mi criticavano: tutti gli argentini crescevano sulla terra battuta, mentre lui giocava sul cemento. Giocava colpi 'troppo piatti' e mi criticavano. Ma io ero convinto di quello che stavo facendo, ero sicuro che fosse il cammino corretto. Le critiche sono state utili perché mi hanno dato ancora più convinzione”. Il tempo passava, Delpo cresceva in classifica e in centimetri. Era chiaro che sarebbe diventato un “crack”, come amano dire da quelle parti. “Un giorno suo padre mi chiese di lasciare tutto e diventare il suo coach a tempo pieno. Avrei dovuto cambiare tutto, girare il mondo, fare come Marian Vajda con Novak Djokovic. Ci ho pensato un po', poi ho capito che non era il mio mondo. Il mio posto è a Tandil, con la mia famiglia, con il compito di formare buoni tennisti e buone persone. Ci siamo abbracciati e per me è stato come perdere un figlio, come se mi staccassero un braccio. Ma gli ho detto che non potevo dargli quello di cui aveva bisogno. Era giusto che seguisse la sua strada”. A ben vedere, la strada non era così lunga, giusto i 331 chilometri che separano Tandil da Buenos Aires. Lì c'era Franco Davin, l'uomo che 20 anni prima aveva stregato Gomez. “Se c'era qualcuno che poteva portare avanti i princìpi di Tandil era proprio Davin” dice convinto Gomez. Da Buenos Aires, dove vive da solo in appartamento, Juan Martin è diventato Del Potro, uno dei giocatori più temuti del tour. Ha rapidamente cambiato abitudini: la passione per Dragon Ball è stata sostituita da quella per Bruce Springsteen. Eppure, prima che Wawrinka fosse plasmato dal tocco magico di Magnus Norman, era lui il Quinto Beatle. Quando vinse lo Us Open non aveva ancora compiuto 21 anni ed era sicuro di diventare il più forte di tutti. “Se non avesse avuto problemi al polso, credo che avrebbe potuto lottare per il numero 1 ATP – dice Federico Kotlar – però non sono sicuro che ce l'avrebbe fatta: guardate Andy Murray, che nonostante il grande livello ha avuto bisogno di anni e una striscia pazzesca per superare Novak Djokovic. Credo che negli ultimi anni il serbo abbia creato un'enorme distanza tra sé e gli altri: per questo, nessuno avrebbe potuto impensierirlo nell'arco dei dodici mesi, quello valido per la classifica”. Chissà. La storia ci insegna che nel 2010 è iniziato il calvario. E' ripartito da zero, ha riconquistato i top-10, poi la sorte gli ha (ri)tolto il sogno. E tanti avvoltoi si sono avvicinati a lui, promettendo cure e trattamenti miracolosi. L'unico di cui ha potuto fidarsi è stato un medico americano, Richard Berger. E' stato lui a infilare ferri e macchinari nel polso di “Palito”. Per sua stessa ammissione, Del Potro è stato più volte vicino al ritiro. Di solito è una frase che si butta lì, per attirare l'attenzione, ma nel suo caso era vero. Ma dove ha trovato la forza di andare avanti? Dentro di sé, certo, ma anche molto più in alto. In cielo, per esempio. Ogni volta che vince una partita si fa il segno della croce e poi manda un bacio lassù. E' per sua sorella, scomparsa tanti anni fa in un incidente stradale. Aveva otto anni, mentre lui ne aveva 5-6. “Per questo è stata più dura soprattutto per i miei genitori, piuttosto che per me. Ma credo che mi protegga dall'alto”. Il primo pensiero è sempre per lei, anche se ci sono tante persone a cui vuole bene. L'altra sorella, per esempio. Julieta ha quattro anni meno di lui e si sentono tutti i giorni. Del Potro si sente in debito nei suoi confronti: la sua popolarità si è riversata sulla sua famiglia, con conseguenze non sempre simpatiche. Anche per questo, qualche anno fa ha comprato la via che conduce alla sua abitazione di Tandil. Era diventata un luogo di pellegrinaggio, ma quando un impiccione ti osserva mentre addenti un asado, beh, capisci che è stato raggiunto un limite.

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GLI EFFETTI DELLA POPOLARITA'
Tandil riveste ancora un ruolo importante nella vita di Del Potro. Non aver spostato la residenza fuori dall'Argentina gli consente di tornarci con regolarità, non solo quando trova migliaia di persone ad aspettarlo (come quando vinse lo Us Open, o più recentemente dopo l'argento di Rio de Janeiro), ma anche quando saluta i vecchi amici o i primi maestri. Sarà un caso, ma la stagione della rinascita è ripartita proprio a Tandil. Lo scorso inverno, dopo la separazione con Davin, si è rifugiato da Marcelo Gomez e insieme hanno preparato il 2016. “Credo che Tandil sia un luogo molto importante per Del Potro – sostiene Kotlar – è lì che trova la forza interiore per andare avanti in un circuito sempre più impegnativo, però non penso che la lontananza dalla sua città rappresenti un problema, almeno non più del normale. Non è semplice stabilire un criterio generale per individuare le differenze tra un abitante di Tandil e uno di Buenos Aires, ma una città più piccola consente di tenere un ritmo di vita più tranquillo rispetto a quello di una megalopoli. Più in generale, non mi sembra che Juan Martin sia il ragazzo della piccola città che soffre il contatto con un mondo differente. Se davvero fosse così, non è l'idea che trasmette”. Sembra che si sia adattato a una vita a due velocità: a Tandil dorme ancora nella cameretta di ragazzino, “dove tutto è uguale a prima, anche l'orsetto del Boca Juniors accanto al letto”. E gli sembra di essere tornato adolescente quando la madre lo chiama per dirgli che è pronto a tavola. A Buenos Aires vive da professionista, ma non disdegna i divertimenti. Del Potro è un ragazzo semplice, a cui piace fare cose semplici. Non avendo trovato stabilità affettiva, dedica il venerdì e il sabato sera alle uscite con gli amici. Lo ha confermato in un'intervista di qualche tempo fa col Clarin, dove ammise che il tennis era un ottimo strumento per fare nuove conoscenze, soprattutto femminili. “La racchetta aiuta, mi rende più bello, però capiterà sempre di trovare la ragazza che ti dà buca. Come corteggio? Di solito dico tante bugie. Prometto amore unico, platonico, magari dico che con il mio lavoro le potrei portare in giro per il mondo. Europa, Parigi...le donne amano queste cose. Oddio, dopo questa intervista non so se troverò più una fidanzata!”. La popolarità, invece, gli ha facilitato la vita. Dal successo di New York a oggi, la stampa rosa gli ha attribuito diversi flirt. Il più lungo è stato con la splendida modella Stephanie Demner, ma era terminato bruscamente dopo che erano uscite le prove di un tradimento con Johanna Villafane, estrosa showgirl che non si fece scrupoli nel diffondere la registrazione di una telefonata piccante. Adesso sembra aver intrapreso una relazione con Angela Landaburu, blogger di moda (nonché modella) conosciuta negli Stati Uniti. Ma queste sono vicende private, che non incidono sulla potenza del suo dritto o sulla sua forza di volontà. Talmente grande che dopo Davin riesce a vincere anche senza un coach a tempo pieno. C'è stato un ammiccamento con Daniel Vallverdu, ma l'ex di Murray e Berdych non si è sentito di intraprendere un percorso a tempo pieno. “Mi sembra che Delpo abbia reagito perfettamente alla fine del rapporto con Davin – dice Kotlar – non sono nelle condizioni di dirvi chi sarà il suo nuovo coach, soprattutto quando è chiaro che il suo tennis non ne ha risentito. Secondo me bisogna domandarsi se davvero assumerà qualcuno, tenendo conto che potrebbe avere la possibilità di inserire nel suo team un ex giocatore d'elite, un po' come è successo a Murray con Lendl, a Federer con Edberg e a Djokovic con Becker”. Un intero paese è pronto a cadere ai suoi piedi, anche se ogni caduta può essere dolorosa. Come quattro anni fa, quando non giocò la terza giornata del match di Davis contro la Repubblica Ceca. Problemi fisici, certo, ma anche contrasti con i compagni di squadra e l'ex capitano Martin Jaite. Quando sbucò dagli spogliatoi, 10.000 persone lo sommersero di fischi. Anche a Glasgow, qualcuno ha avuto da ridire per aver lasciato a Leonardo Mayer l'onere di giocare il quinto punto (anche se secondo molti la responsabilità era di Orsanic). Kotlar ci informa che i suoi risultati vengono seguiti con passione ed entusiasmo“ma non sono mancate alcune perplessità sulla sua assenza nel singolare decisivo di Gran Bretagna-Argentina. Il pubblico argentino è molto esigente, in generale non accetta le sconfitte e nemmeno il decadimento fisico dei suoi rappresentanti”. Insomma: se vincerà la Davis, lo porteranno in paradiso. Se a Zagabria qualcosa dovesse andare male, c'è il rischio di una ricaduta d'immagine. Però c'è un sogno che non si è ancora spento: diventare numero 1 del mondo. “Credo che sia in condizione di dare battaglia per farcela, soprattutto se Djokovic continuerà ad avere qualche battuta d'arresto” conclude Kotlar, certamente più razionale di Gomez. “L'accademia di Tandil è una fabbrica di sogni, e Juan Martin è l'esempio che i sogni si possono realizzare. Quando stai bene con te stesso e hai voglia di giocare a tennis può succedere qualunque cosa. Lui lo ha già dimostrato. Lo dico sempre ai miei allievi: 'Ricordatevi sempre dei vostri sogni, perché tutto quello che sognate può succedere. E io non ho dubbi: prima o poi, Juan Martin diventerà numero 1 del mondo. Succederà perché lo ha sognato”.

(*) Questo articolo è uscito sul numero di novembre de "Il Tennis Italiano"

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