“Non so se questo sia stato il più grande successo di sempre, per me. Di sicuro è quello che mi ha dato la maggior soddisfazione nel togliermi di dosso un peso. Perché da oggi alla fine della mia carriera potrò giocare senza avere il pensiero di non aver mai vinto a Parigi. Sapevo che il giorno in cui Rafa non sarebbe stato in finale io ci sarei stato e avrei vinto. L’ho sempre saputo e ci ho sempre creduto. Questo è esattamente quello che è successo”. (Roger Federer)
A Muenchenstein trovate un parco e un’ex fabbrica convertita in una galleria d’arte, la Schaulager. Se chiedete qualche traccia del passaggio di Roger troverete il nulla. Non una statua, una placca, un cartello, un’aiuola, una panchina dedicata a Federer. Neanche al suo circolo. In Svizzera sono fatti così. “Forse dovremmo fare qualcosa in più per onorarlo, è vero.
Però non siamo mica gli Stati Uniti, che fanno i monumenti ai loro campioni”. Parole misurate di Nick Von Vary, il presidente del Club Old Boys. Che non cambiano al mutare degli eventi, anche i più improbabili, Rafa abbattuto da Soderling, Federer che si fa consegnare da Andre the Kid la Coppa dei Moschettieri. Neanche adesso che Roger ha agguantato Mister 14 Slam, Pete Sampras (nella foto con lui).
Pari ma meglio di Sampras. Gli altri cinque eroi del career Slam furono Don Budge (Grand Slam nel 1938), Fred Perry, Rod Laver (due Grand Slam, 1962 e 1969), Roy Emerson (che 10 dei suoi 12 Slam li vinse mentre i migliori facevano i professionisti da baraccone, tra il ‘63 e il ‘67) e Andre Agassi, giusto dieci anni fa, miracolato dal dio Racchetta e portato a vincere una finale da coccolone con Andrei Medvedev. Nell’elenco non c’è Pistol Pete, che al Roland Garros - Federer lo ricorda bene e volentieri - aveva messo insieme una sola semifinale, ceduta di schianto a Principino Kafelnikov nel 1996.
I Federer sono contenti così: vogliono bene a Diana, che fa l’infermiera, tanto quanto a Roger, il figliolo che non assomiglia più a quel ragazzetto indisciplinato e scostante che amava dormire ed era sempre in ritardo, e che oggi è un personaggio venerato dalle folle, braccato dai giornalisti, valutato a peso d’oro. Che sia capitato a loro il più grande campione di tennis di tutte le epoche non ha sconvolto i valori, se non quelli bancari. Perché a casa vige ancora il detto: “È un cosa buona essere importanti ma è più importante essere buoni”. Se poi si è i migliori, meglio ancora.
© 2010 “Il Tennis Italiano” - Tutti i diritti riservati




