“Ci sono dei ragazzi di qualità in arrivo ma questo è speciale. Roger gioca bene dappertutto, come me. Come me non si emoziona mai troppo ed è uno splendido atleta”. (Pete Sampras, Wimbledon 2001)
Febbraio del 2001. La stagione è in risveglio dal letargo, Agassi vince gli Open dei canguri battendo Clement in finale e Roger pianta il primo paletto: lo interra con la Wilson Pro Staff Original, quella nera, sul centrale del Palalido di piazzale Stuparich a Milano, che ospita una delle ultime edizioni dei Milano Indoors (nella foto). Nella partita per il titolo fa fuori il francese Julien Boutter.
Negli spogliatoi lo rispettano tutti anche se ha vent’anni da compiere e poca barba: le racchette le lancia ancora ma non le spacca più, le scenate non se le può più permettere e ha capito, come fece Borg, che dare di matto non lo ‘carica’ come McEnroe ma gli succhia energie vitali. Lo rispetta anche la Nike, la Casa dello swoosh che gli ha appiccicato addosso i suoi baffi da quattro anni sperando di averci visto giusto. Ci ha visto giustissimo. Ottavi di finale a Wimbledon, campo Centrale, Sampras (nella foto) incrocia la Pro Staff con quella di Federer.
Non perde, Sweet Pete, da 31 partite, da quella giornata stortissima con Baby Face Krajicek del ’96. Federer non serve come lui ma passa meglio. Di rovescio è tre volte più forte. Al volo, taglia e chiude come il Maestro di Washington DC. Paura? Zero. Pete è il suo idolo ma lui sa di poterlo battere. Risposta vincente di dritto in lungolinea sul 5-6 15-40 del quinto: Roger Federer diventa un campione. 7-6(7) 5-7 6-4 6-7(2) 7-5: è morto il Re, viva il Re. Anche se per il nuovo sovrano ci vuole ancora un po’ di labor limae. Roger è sgrezzato ma non del tutto. Il 2002, l’anno palindromo, è quello del cantiere. E del dolore. A Milano torna ma perde in finale, da un Sanguinetti maturo e ispiratissimo.
A Parigi, dove difende i quarti, lo incarta il talento di Arazi. A Wimbledon peggio ancora: eliminato all’esordio daMario Ancic. Vince tre titoli, il primo Masters Series, ad Amburgo. Poi, ancora lacrime: Carter. È il primo agosto del 2002, Peter è in Sudafrica con la moglie Sylvia, un viaggio-vacanza per festeggiare la di lei guarigione dal cancro. Si spostano in auto separate. La Land Rover di Carter finisce fuori strada vicino al Kruger National Park, lo schianto è fatale.
Roger ha appena perso al primo turno del Masters Series di Toronto contro Guillermo Cañas, gli squilla il cellulare, è la mamma con una notizia terribile. Roger è sconvolto. Lo ricorderà a tutti a Vienna, dedicandogli il titolo, e dicendo che gli “manca da morire”. A metà ottobre bussa ai top ten col questionario della scuola tennis, dice che ha una promessa da mantenere e lo fanno entrare. Un anno dopo smette di lottare contro i classificati dal 2 al 10, e inizia la sua guerra contro la storia. Dove finisce la fiaba e inizia il calcolo ingegneristico.




