“C’è stato un tempo in cui credevo che il tennis fosse tutta una questione di tattica e di tecnica”. (Roger Federer)
Primo match nel circuito “pro”: Lucas Arnold Ker, un doppista che il mondo del tennis conoscerà perché guarito dalla stessa malattia di Lance Armstrong, è l’esecutore di Roger Federer al primo turno del torneo di Gstaad, edizione 1998. Doppio 6-4.
Federer è brillante ma sulla terra, che pur conosce, sbaglia tanto, col rovescio contiene. Serve poche prime, cede quattro turni di battuta, un’ora e venti e finisce in doccia. Un giornale specializzato si occupa di lui ma non scioglie il dubbio: riuscirà a ripercorrere le orme di Hlasek e Rosset? La testa, quella, sembra molto diversa da quelle dei campioni.
Aprile 1999, la Svizzera di Davis (nella foto) ospita l’Italia nel primo turno del World Group. Il nuovo capitano rossocrociato è l’italosvizzero Claudio Mezzadri, che può mettersi dalla parte della ragione o rischiare. C’è Marc Rosset, numero uno indiscusso. Poi Lorenzo Manta, per il doppio, e due secondi singolaristi: Ivo Heuberger e George Bastl. Mezzadri va da Federer, gli parla, si convince all’azzardo e lo butta nella mischia.
Roger, capelli ossigenati e orecchino, è tranquillo e spocchioso. Tira fortissimo di dritto. Doma l’esperto Sanguinetti in quattro set e la Svizzera vince, tre a zero. Il primo a scendere dal Fed-Express è Carter: a Bienne Roger conosce Peter Lundgren, un ex professionista svedese, da giocatore crinuto e segaligno, da coach solo crinuto. Peter Primo non vuole più seguire Federer in giro per il mondo perché ha famiglia, gli indica Peter Secondo come possibile rincalzo.
A giugno arriva una lettera da Church Road, Wimbledon: un invito a giocare il tabellone principale per il campione juniores in carica. Federer va e perde in cinque set contro un solidone, Jiri Novak. A Brest abbatte la Bestia Max Mirnyi e vince il primo Challenger: torna a casa e fa vedere ai suoi la prima coppa da professionista.




