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30/10/2009

Rod Laver, il razzo

Rod Laver, il razzo

di Claudio Calza

 

Roy Laver, di professione macellaio, originario di Gipsland nello stato di Victoria in Australia, era tanto appassionato di tennis da farsi costruire, nel giardino di casa, un campo in terra dove giocava con la moglie Melba. Aveva Tre figli maschi: Trevor, Bob e il più giovane, Rodney George - Rod per brevità - nato il 9 agosto del 1938.

Papà Roy, ovviamente, li avviò tutti al tennis. Un giorno, un vecchio amico di Roy, Charlie Hollis, il miglior istruttore di tennis d’Australia, ebbe l’opportunità di vedere Rod giocare sul campo di casa Laver e sentenziò che quel ragazzino mingherlino, con le gambe arcuate, possedeva un talento eccezionale e che ne poteva nascere un campione.

 

Rod non aveva ancora compiuto 11 anni. Charlie Hollis si diede da fare per irrobustire il fisico del ragazzino, in modo particolare polso e braccio, che rimase quello naturale, il sinistro, a dispetto della tendenza generale di far cambiare mano ai mancini, come era successo a Ken Rosewall, Maureen Connolly e Margaret Court. Lavorò molto Hollis, soprattutto per instillare nel suo allievo quello che lui chiamava l’istinto del killer, che consisteva nel non concedere mai nulla a chi gli stava di fronte.

Rod si sottomise ad allenamenti durissimi che diedero in breve i loro frutti, tanto che, a 13 anni, fece centro alla sua prima apparizione in un torneo giovanile, i campionati under 14 del Queensland, a Brisbane. E fu proprio a Brisbane che avvenne il passaggio di Rod dalle mani di Hollois a quelle di Harry Hopman che fece fare a Laver il definjitivo salto di qualità.

 

A 18 anni ebbe il suo primo sponsor nella persona di Arthur Drysdale che mise a disposizione di Hopman i soldi necessari per andare in giro a fare esperienza nei tornei juniores. Ormai si stavano delineando le caratteristiche di quello che doveva diventare il più grande giocatore del mondo.

Correttissimo, veloce, aggressivo, con una straordinaria potenza, disponeva di una gamma di colpi tale da consentirgli di essere vincente su tutte le superfici. Anche sul rosso, che era indubbiamente il terreno meno adatto al suo modo di giocare. Ma aveva imparato a essere paziente, a rimanere parecchie ore a palleggiare in attesa di potersi aprire il campo per piazzare l’attacco finale. Come Laver stesso amava dire, quando si gioca sulla terra, bisogna ricordarsi di portare con sé la colazione.

 

“Rocket”, cioé “razzo”, l’aveva soprannominato Hopman, quando l’aveva visto la prima volta, ironizzando sul suo fisico gracile e sulla sua lentezza. Ma non sapeva che mai nomignolo sarebbe stato più azzeccato. 

La sua galoppata mondiale iniziò con la vittoria a Wimbledon nel 1961, ottenuta battendo in tre set Chuck McKinley. Era al suo terzo tentativo; nei duer anni precedenti, era caduto in finale contro Alex Olmedo e il connazionale Neal Fraser. Sullo slancio, bissò il successo nel 1962, annichilendo l’australiano - poi stabilitosi in Italia - Martin Mulligan e mettendo uno dei quattro mattoncini necessari ad assicurarsi il suo primo Grande Slam. Fu un risultato storico, realizzato 24 anni dopo il primo Slam in assoluto, ottenuto dall’americano Don Budge. A coronamento di questo straordinario anno, Laver mise il sigillo sui tornei di Germania, Italia, Svizzera, Irlanda, Olanda e sulla finale di Coppa Davis che l’Australia si aggiudicò con un sonoro cappotto sul Messico.

 

Proprio riguardo alla Davis, dal 1959 al 1962, Laver fece parte di una delle più forti squadre che l’Australia abbia mai messo in campo; con lui, figuravano infatti Neal Fraser e Roy Emerson che, insiele, formarono per anni una coppia pressoché imbattibile. In due delle quattro finali, tutte vinte dagli australiani, Laver e compagni ebbero come avversaria l’Italia di Pietrangeli e Sirola. Erano gli anni 1960 e 61.

A questo punto la svolta. Sollecitato dagli amici Lew Hoad e Ken Rosewall, già passati al professionismo, saltò il fosso ed entrò a far parte della IPTA (International Professional Tennis Association), con una garanzia di 110.000 dollari. Non fu un’esperienza felice; il ritmo delle esibizioni era folle, le condizioni ambientali, in cui si giocava, difficili e i guadagni non eccelsi.

 

Purtroppo, nel 1968, quando a Parigi venne ufficializzata l’apertura ai professionisti, Laver aveva già trent’anni. Nonostante questo, nel 1969 si ripeté nell’exploit di far suo il Grand Slam.

Questa volta, la situazione non era come nel 1962, quando già molti campioni se n’erano andati per seguire la troupe di professionisti di Kramer. In questa occasione, sconfisse in finale Andres Gimeno in Australia, Ken Rosewall a Parigi, John Newcombe a Wimbledon e Tony Roche a Forest Hill. Il suo canto del cigno furono gli Internazionali d’Italia nel 1971 (7-5 6-3 6-3 aò ceco Jan Kodes di otto anni più giovane e, nel 1973, la finale di Coppa Davis contro gli Stati Uniti. Fu un 5-0 netto per gli australiani.

 

La presenza di Rod Laver nel panorama tennistico mondiale è stata fondamentale per l’esempio, sotto l’aspetto tecnico, tattico e di comportamento in campo, che ha saputo dare ai giocatori che l’hanno seguito. Ha vinto molto “Rocket” nei suoi quattordici anni al vertice: il giornalista Michel Sutter, nel suo volume “Vainqueurs-Winners 1946-1991”, esaminando circa 7300 tornei, per complessivi 800 vincitori circa, scoprì che, nell’arco dei 45 anni presi in considerazione, fu proprio Laver a vincere di più (142 volte), seguito dal ceco Jaroslav Drobny con 133 e dall’americano Jimmy Connors con 109. Ma nessuno saprà mai quanto avrebbe ancora ottenuto se non fosse sparito dai tornei durante i cinque anni in cui si fece tentare dalla Maga Circe del professionismo.

 

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