di Fabio Bagatella - foto Ray Giubilo
C'è chi, come Safin, alla soglia dei trent'anni decide di appendere definitivamente la racchetta al chiodo e c'è invece chi, come Ferrero, si riscopre ancora una volta vincente. Juan Carlos, trent'anni suonati e undici di carriera alle spalle, sembra aver scoperto una seconda giovinezza. I fasti del 2003 molto probabilmente non torneranno ma sul film tennistico del Mosquito non è ancora tempo di scrivere la parola fine.
Nel 1996, dopo aver già ottenuto importanti traguardi a livello giovanile, lo spagnolo si ritrova assai vicino a interrompere il suo sogno tennistico, ancor prima che questo abbia inizio. La madre si ammala improvvisamente e in breve tempo un male che non perdona la porta via per sempre a Juan Carlos, alle figlie più grandi Ana e Laura, e al marito Eduardo. Sarebbe un colpo terribile per chiunque, ancor più per un ragazzo di soli sedici anni. Ci vuole tutto l'affetto di Ferrero padre, di Antonio Martinez - storico coach (dall'89 a oggi) e secondo papà di Juan Carlos - e soprattutto tutta la grande forza interiore del “furetto” di Onteniente per non dire basta quando il mondo gli crolla addosso.
Arrendersi non è vocabolo insito nel dna dello spagnolo che decide di continuare per arrivare lassù in cima al mondo proprio in nome della madre, proprio come lei avrebbe voluto. Sin dall'adolescenza è la terra rossa del Roland Garros la sua chimera, Jim Courier, il suo idolo. Precisamente nello Slam parigino offre il meglio di sé: nel 1998 trionfa a livello juniores e cinque anni più tardi, dopo quattro di ottimo tennis nel circuito maggiore, corona il suo desiderio più grande alzando il cielo la coppa dei moschettieri. Sempre nel 2003 giunge la leadership Atp e il più elevato riconoscimento per uno sportivo iberico: il premio come miglior sportivo spagnolo dell'anno che riceve solennemente dalle mani di Sua Maestà, Juan Carlos. Per la Spagna i re Juan Carlos diventano due.
Quando il Destino (e il duro lavoro) sembra avergli dato quello che prima gli aveva sottratto, ecco, ancora una volta togliergli tutto. Il 2004 è un'agonia: dalla varicella ad una rovinosa caduta che danneggia costole e soprattutto polso destro. Un'altra pesante batosta cui lo spagnolo stenta a rispondere. L'anno dopo il mondo tennistico iberico (ed internazionale) è invaso dal ciclone Nadal: Ferrero non è più re Juan Carlos ma ritorna uno dei tanti buoni giocatori che la Spagna produce con regolarità quasi certosina. Quelli che seguono sono anni difficili in cui el Mosquito è costretto ad affrontare avversari fisicamente sempre più forti, nuove traversie fisiche e risultati discreti ma non paragonabili a quelli dei primi anni di carriera. E' vero che la sua “Equelite-Juan Carlos Ferrero”, la scuola di tennis fondata nel 2001 per coltivare i futuri talenti tennistici, continua ad avere ottimi riscontri. E' vero che l'Hotel Ferrero, costruito nel 2007 nella Serra Mariola (meno di un'ora da Valencia), attira turisti da tutto il mondo per l'incanto degli scenari e il lusso della struttura. E’ vero soprattutto però che Mosquito ha da sempre fame di tennis, di misurarsi con gli avversari, con i più forti del circuito. Per questo motivo ogni gennaio si presenta puntuale in Australia a timbrare il cartellino di una nuova stagione con la valigia pronta a girare il mondo.
Quando tra il 2008 e il 2009 la Dea Bendata sembra dargli il colpo di grazia riservandogli un infortunio dietro l'altro ed estromettendolo dopo dieci anni di onorata carriera dai top 100, Juan Carlos non getta la spugna, risorge, come fa l'Araba Fenice dalle sue ceneri, e cerca di riprendersi quello scettro che ha mantenuto forse troppo poco. Le lezioni di “terra” inflitte agli avversari nei recenti tornei sudamericani, il sacro fuoco tornato a brillare nei suoi occhi come nella primavera parigina del 2003, la serenità di chi, alla sua età, non ha alcun tipo di pressioni... rendono Juan Carlos una mina vagante anche per i big, soprattutto perché tra poco si torna sull’adorata terra rossa...
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