Luglio 2003: quando abbiamo scoperto Fabio Fognini

AMARCORD – L'Italia è il paese delle promesse mancate, giocatori che fanno i fenomeni da junior ma che falliscono tra i professionisti. Però una promessa è stata mantenuta: Fabio Fognini. Tra qualche anno, i suoi risultati saranno visti e rivalutati. Ma quando è uscito, per la prima volta, il suo nome? Era il 2003, a Vienna, da un ostello inguardabile...
Luglio 2003: quando abbiamo scoperto Fabio Fognini
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Riccardo Bisti
14 ottobre 2016

Non è il momento migliore nella carriera di Fabio Fognini. Il ranking attuale lo vede al numero 50 ATP, sua peggior classifica negli ultimi quattro anni (l'ultima volta che era stato così “indietro” risale al 17 settembre 2012, quando era 53esimo). Per Fabio sarà importante chiudere bene l'anno, magari preservando un posto tra i top-fifty. Detto che Fognini ha le qualità per giocare ancora 4-5 anni su ottimi livelli, è onesto ricordare che si tratta del migliore tennista italiano da quando Adriano Panatta e Corrado Barazzutti si sono ritirati. In 35 anni, nessun giocatore azzurro ha vinto come lui, è salito così in alto e ha dato l'impressione di potersela giocare sul serio con i migliori (forse ce l'aveva fatta Camporese, ma la sua carriera è stata devastata dall'infortunio al gomito). E allora è interessante riavvolgere il nastro per capire da dove è partito Fabio. Su di lui si possono dire tante cose, ma non che sia stato un bluff. E l'Italia del tennis ne ha avuti moltissimi, più o meno clamorosi. Invece Fognini ha vissuto una carriera lineare, al di là di considerazioni superficiali sulla sua condotta. I suoi comportamenti fuori dalle righe sono noti e sì, avrebbe dovuto evitarli. E sì, forse avrebbe potuto vincere di più. Ma neanche troppo, fidatevi. Ma da dove arriva Fabio Fognini? O meglio, quando ci siamo accorti che l'Italia aveva l'ennesima speranza? Il momento è chiaro, preciso. 27 luglio 2003, Vienna. Un ragazzino di 16 anni, racchetta Babolat e scarpe Australian, vinceva i Campionati Europei Under 16. Lo faceva da dominatore, lasciando per strada appena 20 game nelle prime cinque partite, salvo prendersi un set di distrazione nella finale contro il russo Krasnoroutskiy (che da professionista non è mai andato oltre il numero 705 ATP). Ed è significativo che soltanto due dei cinque avversari battuti siano poi entrati tra i top-100. Come a dire che anche altri paesi hanno avuto i loro bluff. Per dovere di (nostalgica) cronaca, vi riportiamo il suo percorso.

1° Turno: bye
2° Turno: + Mikhail Bekker (RUS) 6-2 6-3
3° Turno: + Andreas Haider Maurer (AUT) 6-1 6-2
4° Turno: + Martin Pedersen (DEN) 6-3 6-3
Quarti: + Javier Ruiz (SPA) 6-1 6-0
Semifinali: + Jeremy Chardy (FRA) 6-2 6-3
Finale: + Alexander Krasnoroutskiy (RUS) 6-0 2-6 6-3

Erano gli anni in cui i due Caperchi Boys, Fognini e Gianluca Naso, ci davano grandi speranze. “Giallo” perse nei quarti contro il ceco Marek, ma grazie ai loro risultati l'Italia vinse la Nations Cup (Fabio e Gianluca fecero semifinale in doppio). La loro permanenza a Vienna, tra l'altro, fu in un ostello inguardabile. Ma l'ultimo giorno lo colorarono con i loro canti ("I campioni dell'Europa siamo noi"). Fu allora che l'Italia, scottata da tanti baby fenomeni (tra loro, anche chi aveva avuto l'onore di copertine e articoli sul Corriere della Sera ad appena 12 anni), scoprì un ragazzo che fino a pochi anni prima giocava sia a tennis che a calcio. A 11 anni di età, la scelta definitiva. Col tennis era bravino, vuoi per la passione di papà Fulvio (ex buon giocatore di club), vuoi per la bravura dei primi maestri Pierangelo Rodi e Massimiliano Conti. La tecnica di Fognini l'hanno impostata loro, poi la scelta di provarci con un coach giovane e ambizioso: Leonardo Caperchi. Reduce dall'esperienza con Andrea Gaudenzi (che gli era stato “affidato” da Ronnie Leitgeb), Caperchi accettò la sfida di crescere due ragazzini. Oltre a Fabio, dalla Sicilia arrivò Gianluca Naso. Fu proprio Naso a battere Fognini nella finale dei Campionati Italiani Under 14, quando i più quotati erano Andrea Arnaboldi e Yari Natali. Il primo sta lottando duramente per coronare il sogno dei top-100, il secondo...è quello del Corriere della Sera.



Fognini andava ancora a scuola, in un istituto privato di ragioneria, a San Remo. Tra i banchi al mattino, poi subito in campo con Caperchi, dalle 14 alle 20: tennis, atletica, parti speciali. Tanto lavoro e poche distrazioni. Anche a 16 anni, Fognini ammetteva che il suo tallone d'achille era l'aspetto mentale. Dritto e servizio miglioravano e sono migliorati ancora, mentre quella tendenza a distrarsi e perdere la concentrazione, con le debite proporzioni, gli è rimasta anche tra i professionisti. Qualcuno non ci crederà, perché è più facile ricordarsi le “sciolte” (e qualcuna c'è stata), ma Fognini ha sempre dato il massimo. Lo ha fatto a modo suo, magari non era semplice capirlo a prima vista. Ma se non fosse stato così, beh, non avrebbe vinto quattro titoli ATP, giocato una semifinale Masters 1000, un quarto a Parigi, nonché un ottavo a Melbourne e un altro a New York (senza dimenticare i successi in doppio). Aveva fatto del suo meglio anche all'Avvenire 2003, quando nei quarti pescò un ragazzo argentino, da lui definito “molto bravo”. Caperchi gli aveva consigliato di giocare 7-8 game “duri” in attesa del calo fisico dell'avversario. “Invece ho iniziato male e il primo set è volato via: 6-1 per lui. A quel punto mi rendo conto che devo far girare la partita con le mie forze: vinco il secondo 6-3 e salgo 5-3 nel terzo. A quel punto sono sicuro di aver vinto. Ho sbagliato una palla facile, lui si è ripreso e ha vinto”. Quel ragazzino si chiamava Juan Martin Del Potro. I giocatori di matrice latina sono sempre stati importanti per Fognini. Ancora oggi, Fabio ricorda che il suo idolo era Carlos Moyà. Se però torniamo al 2003, non lo citò quando gli chiesero gli esempi da cui prendeva spunto. “Più che a un giocatore miro a una scuola, quella spagnola. Ferrero, Corretja...con il mio maestro puntiamo a giocare così”. Sfrugugliando il Baby-Fognini, si scopre perché mamma Silvana non è così assidua in tribuna. “Mio padre mi segue molto ma non mi stressa, insomma, è bravo. Mia mamma viene di rado a vedermi giocare. Una volta è venuta, ho perso, e le ho detto (scherzando!) che portava sfortuna. E allora...”. Se la fidanzata dell'epoca si chiamava Martina, la moglie di oggi (Flavia Pennetta) può stare tranquilla, poiché già allora Fabio diceva che gli sarebbe piaciuto formare una famiglia. (“Certamente sì”).

Ecco cosa diceva di lui Leonardo Caperchi, l'uomo che lo ha seguito fino al 2007, conducendolo tra i top-200 ATP e alle prime esperienze importanti, anche con scelte dolorose come i tanti tornei sul cemento quando sarebbe stato più comodo giocare sulla terra.
“Fabio ha forza e mano: due caratteristiche che servono per giocare bene a tennis. Adesso si sta specializzando sulla terra, però in futuro giocherà senz'altro benissimo sul veloce, sia fuori che indoor. La resistenza gliela do io, non c'è problema. E' un ragazzo molto più attento e disciplinato di quello che sembra. Non ha l'attitudine di uno Hewitt, piuttosto, in campo, ha un'esternazione fisica tipo Moyà, cioè a volte sembra disinteressato, ma è uno che gioca le finali con l'attivazione giusta. Ci sono quelli che giocano molto bene i primi turni, poi si “incriccano”. Lui non è così e io, come allenatore, voglio avere con me uno che gioca bene le fasi finali e non i primi turni. A tratti tende a giocare al risparmio e questa è una sua caratteristica negativa, ma quando tira fuori quello che deve, questa determinazione diventa la sua arma vincente. Ha migliorato molto dritto e servizio. Poi passeremo anche al rovescio: non bisogna fare troppe cose in una volta. Deve continuare a lavorare e imparare a dare continuità al suo gioco”.



Una visione di una lucidità incredibile. Caperchi aveva centrato tutti i punti: su qualcosa è migliorato molto su qualcos'altro un po' meno, ma la carriera di Fognini è andata proprio così. Oggi Leo lavora negli Stati Uniti, presso la Rick Macci Academy, ma segue ancora con affetto la carriera di Fabio. Gli abbiamo chiesto se in quel 2003 avrebbe messo la firma per questa carriera, per un piazzamento al numero 13 ATP...e tutto il resto. “Numero 13? La firma ce l'avrei messa, ma avevo un'altra speranza: ogni mattina mi svegliavo e ogni santo giorno spingevo per creare il primo top-10 italiano dai tempi della squadra formata da Mario Belardinelli”. C'è arrivato davvero vicino. “Fu davvero molto bello spingere 'a full'. Rimane il rispetto delle mille cose fatte” dice Caperchi, che oggi ha intrapreso una strada diversa. Lui sta bene, ma a noi – da appassionati – spiace non vederlo coinvolto in un progetto con i giovani nazionali. I numeri, i fatti, le vittorie, sono lì a raccontarci che il migliore giocatore dell'epoca post Belardinelli l'ha costruito lui.

L'ANEDDOTO - Caperchi ci ha raccontato un gustoso episodio del Fognini 2003. "Rafa Nadal stava giocando a minigolf nel simulatore della Players Lounge, allo Us Open. Fabio lo avvicinò e gli chiese se voleva giocare con lui (a minigolf). Rafa pensava che si riferisse al tennis e gli disse: 'ok, a che ora?'. Fabio venne da me e mi disse: 'Oh, Nadal mi ha chiesto a che ora voglio giocare, ma io intendevo a minigolf!' e io gli risposti. 'Sbrigati! Digli domattina alle 10, sennò ci scappa! Il primo allenamento Fognini-Nadal è nato così. Durante l'allenamento, Nadal passò tutto il tempo a spiegarmi l'importanza del servizio...lui a me! Fabio era ancora un junior, mentre Rafa aveva appena centrato il secondo turno nel main draw". 

LA SCHEDA ATP DI FABIO FOGNINI 
STOCCARDA 2013: IL PRIMO TITOLO ATP

L'ULTIMO TITOLO A UMAGO 2016

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