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Per un pugno di dollari

Quattro settimane vissute nel circuito Futures, dove si lotta per pochi punti ATP e la sopravvivenza economica, fra incordature fai da te, passaggi di fortuna, hotel a basso costo e l’eterno dilemma per il pranzo: ticket da 10 o da 15 euro?
Per un pugno di dollari
23 December 2015

STEVEN DE WAARD bussa alla porta della players lounge. La chiamano così, come nei grandi tornei, dove la parola lounge significa divanetti, frigoriferi pieni di bevande, cibo, playstation, biliardini, divertimenti e hostess dalle gambe chilometriche. Al Tennis Club Bergamo invece è tutto diverso. Una cinquantina di metri quadrati, deserti, coi muri bianchissimi, un paio di finestre, tre tavolini e una decina di sedie, piuttosto datate. Lui è australiano, ha festeggiato i 24 anni a maggio e il best ranking qualche giorno prima: numero 935 del mondo. Scarso secondo gli internauti, pure peggio se a parlare è il portafoglio. Ha deciso di provare la vita da ‘pro’ nell’aprile del 2011, e dopo quattro anni ha messo insieme circa ottomila dollari, settemila euro. Divisi per 48 mesi fa 145 al mese, meno di cinque euro al giorno. Roba da far ridere i vu cumprà della stazione. Due tavolini sono occupati, chiede se può prendere il terzo. Lo sposta vicino alla finestra, apre il suo borsone Wilson di tre anni prima ed estrae una piccola macchina incordatrice fai-da-te, fedele compagna di viaggio nella stiva di qualche compagnia low cost, sballottata da una parte all’altra dei carrelli fino al nastro della salvezza. È successo anche qualche giorno prima, sul WizzAir Bucarest-Orio al Serio, novanta euro con due bagagli se prenotato con qualche giorno d’anticipo, e tanto male alle ginocchia per chi passa il metro e novanta. Siede in fretta e furia, fissa la macchina al tavolo e inizia il lavoro. Ha poco tempo, sono le 14.10 e il suo secondo turno del doppio inizia dopo una ventina di minuti. Ci tiene molto, insieme al diciottenne Marc Polmans (lui sì, una discreta promessa) un paio di Futures li ha vinti, arrivando a ridosso dei primi 500 del mondo. Tira ogni corda con grande minuzia, con un occhio all’orologio, e fa niente se Marco Barcella di Mauro Sport, in postazione a pochi metri dai campi e anche dal camper rattoppato a scotch di un tennista polacco, chiede appena 10 euro ma garantisce standard qualitativi ben diversi. Lui quel deca preferisce risparmiarlo per un pranzo in più: pasta al pomodoro e petto di pollo nel ristorante del buon Luigi. Cibo di classe per uno abituato alle imburrate delle sue parti, da impallidire solo guardando una puntata doppiata male di Masterchef Australia.

Il suo è uno dei tanti volti che si incontrano nei tornei Futures, il grado più basso del professionismo, dove la palla e il sudore scorrono come nel tour maggiore, ma i Suv nel parcheggio appartengono ai soci del club, mica ai giocatori. Loro si accontentano dei treni (meglio se regionali) o di un’utilitaria da spremere su e giù per l’Italia e non solo, fra ITF da diecimila, tornei nazionali e gare a squadre, vera e propria àncora di salvezza per chi i top 100 li guarda con la bava alla bocca. I più fort(unat)i riescono ad accaparrarsi anche qualche contratto all’estero, dove girano più soldi, ma le certezze sono spesso ridotte all’osso. Lo sa bene Matteo Trevisan, italiano, ex grande speranza, negli spogliatoi in accappatoio e ciabatte a discutere con un amico che abita in città e lo ospita a casa, facendogli risparmiare i soldi dell’hotel. È felice per la vittoria di qualche minuto prima, con tanto di toilet break nell’erba appena fuori dal campo (“Non farmi andare fino al bagno, tanto non mi vede nessuno”), ma appena esce l’argomento campionati a squadre il sorriso sparisce. Nel 2014 aveva lasciato le due squadre all’estero sicuro della riconferma, ma senza avvisarlo hanno sciolto sia quella austriaca sia quella tedesca. Una mazzata via l’altra nel giro di un mese, fuori tempo massimo per trovare nuove sistemazioni. Addio dunque a oltre un terzo dei suoi introiti stagionali e benvenuto ai tornei Open (utili per far cassa) e bentornate alle discussioni coi genitori, per quel conto in banca che galleggia fra segno più e segno meno manco fosse un indice della borsa di Milano. “Non ho nemmeno i soldi per cenare stasera, dovrò chiedere un anticipo del prize money”, se ne va scherzando. O forse no.

I Futures accolgono tennisti di ogni tipo: da quello di categoria superiore sceso in classifica per il tal infortunio, al giovane che il ranking lo sta scalando per la prima volta, fino a chi ormai ha capito che a quei livelli ci passerà l’intera carriera. E poi ci sono quelli che gli habitué del circuito chiamano ‘soci’, non gli affiliati del club dove si gioca il torneo, bensì amatori che non hanno ben chiaro il concetto di professionismo e nemmeno l’intelligenza per starci alla larga. Si tratta per lo più di miliardari, che in attesa di decidere cosa combinare nella vita si dilettano a fare i turisti col borsone, rimediando 6-0 a destra e a manca. Come Nicolas Leobold, franco-canadese sulla cinquantina, taglia XL e occhiali rosa di Hello Kitty, che si aggira per il Tc Lecco con due Head Extreme da incordare e una matassa di Luxilon sotto il braccio, nella speranza che la corda illegale secondo Andre Agassi renda legale il suo diritto da ‘ennecì’. O uno statunitense di origini italiane, al secolo James Giovannini, che di Andy Roddick ha preso i doppi falli e di Mardy Fish l’amore per i fast food. È arrivato dagli States fino a Lodi per giocare il suo primo Futures, ma invece di tornare a casa in aereo lo fa in bicicletta, dopo una quarantina di minuti scarsi passati a ridere fra un punto e l’altro. Tolte queste rare eccezioni, la vita è identica per tutti gli altri, fra lavanderie e piccoli bed & breakfast, senza allenatore al seguito perché costa troppo, senza giudici di linea, talvolta senza raccattapalle e di rado pure senza arbitro nelle qualificazioni. Paradossale, ma tutto vero. Per molti l’attività dipende dai risultati: arrivare in fondo a un torneo significa poter giocare anche la settimana successiva, garantirsi una chance in più per salire almeno nel purgatorio. Ma con una lista della spesa lunga così, nemmeno chi vince è sicuro di guadagnare qualcosa. Arrivare in fondo ai tornei significa incassare più soldi (1.440 dollari al vincitore), ma anche dormire più notti in hotel, mangiare più volte al ristorante, andare più volte in lavanderia, incordare più racchette. Alla fine il portafoglio è sempre vuoto.

Una situazione che sa di irreale per chi è abituato a vedere il tennis perfetto, quello delle tv, con i giocatori che navigano nell’oro scortati da scialuppe di coach, manager, fisioterapisti, psicologi. Nei Futures mangiano accanto a soci e spettatori, e lottano per qualche breve notizia nelle ultime pagine dei quotidiani di provincia.

Ma qual è la soddisfazione per cui vale la pena dannarsi l’anima?

Bisognerebbe chiederlo a quei due, Giacomo Oradini e il finlandese Patrik Niklas-Salminen, che al Tennis Club Lecco se ne sono dette di tutti i colori per un set, al turno decisivo delle qualificazioni. Forse abbagliati dagli spalti stranamente pieni, hanno dimenticato che in palio ci fossero zero punti e giusto quel centinaio di dollari garantito a chi raggiunge il main draw. Una missione compiuta nel match precedente da un altro azzurro, Jacopo Stefanini che si appresta a pranzare poco lontano, con le parolacce provenienti dal Campo 1 come musica di sottofondo. Siede con un amico, e riflette a lungo. Il dilemma? Optare per il ticket da 15 euro, con menù completo, o pagarne 10 e rinunciare a primo o secondo, ma compiere quella che per le sue tasche sponsorizzate da mamma e papà può diventare un’importante operazione di business? Sceglierà quello da dieci e proseguirà la missione-risparmio la settimana seguente a Lodi, suggerendo a due colleghi una tripla a 60€ (da dividere in tre) in un agriturismo, piuttosto che la stessa soluzione a 20 euro in più, ma in un hotel convenzionato a quattro stelle. A conti fatti sono 7€ scarsi risparmiati a notte, e fra un agriturismo e un 4 stelle ce ne passa. Ma non c’è nemmeno da pensarci. È pur sempre meglio del “Ciao, piacere, sono Pinco Pallino, ti va di dividere una doppia?”, che tocca fare ogni tanto, specialmente quando ci si trova all’estero e si socializza con chi capita. Importa zero se dall’altra parte del telefono c’è uno sconosciuto, conta solo risparmiare. La cosa giusta? Sì. La migliore? No. Perché per emergere bisogna investire, su se stessi e sul proprio staff. Ma bisogna anche poterselo permettere.

Quando in ballo ci sono i soldi, ovviamente, c’è pure chi ‘ci prova’. Come quel tennista dell’Est, lo slovacco Ivo Klec che sempre a Lodi si è presentato due volte al players’ desk a ritirare i 50€ di cauzione lasciati per le palle d’allenamento, discutendo animatamente quando gli è stato fatto notare che li aveva già ritirati in precedenza, prima di scusarsi per l’accaduto. Sbadataggine? Verrebbe da pensarlo se non fosse che proprio lui, nel giorno dell’eliminazione, si è presentato in tarda serata dall’incordatore a ritirare la propria matassa e saldare l’ultima incordatura, ma una volta appreso che il responsabile se n’era già andato, si è miracolosamente dimenticato dei 12€ da pagare, limitandosi a recuperare la corda. Mancava il terzo indizio per provarne la dubbia moralità, ma è arrivato qualche mese dopo, insieme alla radiazione da parte di Tennis Integrity Unit. E non certo per i 50€ contesi. Resta il fatto che se un giocatore è disposto a sporcarsi la faccia per così poco significa che ne ha bisogno davvero.

Lo conferma il caso di Josè Pereira, 24 anni dal Brasile, che a fine maggio si è fatto un paio di settimane dalle nostre parti. A Bergamo ha raggiunto la semifinale: fosse così tutte le settimane, a fine anno il conto piangerebbe un po’ meno. Ma quando ha scoperto che i 502 dollari guadagnati avrebbero subito una decurtazione del 30% (prevista per i giocatori stranieri), ha chiesto che ad accompagnarlo all’aeroporto fosse qualcuno del club, per risparmiare una trentina d’euro del taxi che aveva prenotato anzitempo. Un lusso che non si poteva (più) permettere.

È la vita dei Futures, dove – a differenza di un nome che sa tanto di illusione – il futuro lo vedono in pochi, gli altri vanno avanti per passione. Alla peggio si ricicleranno come maestri, mica in miniera. E se alla fine dei match capita di vedere i giocatori infilare nel borsone bottigliette d’acqua a raffica, non significa che stiano morendo di sete ma che, così facendo, le avranno gratis fino a sera. Due o tre euro risparmiati ogni giorno significa poter giocare un torneo in più alla fine dell’anno, magari quello giusto per uscire finalmente dal buio. Fare la fame è ben altra cosa, e alla stazione non ci dorme nessuno (o quasi, perché è capitato anche a dei futuri top 100), ma di garanzie non se ne vedono. Il sogno di vivere di tennis giocato lo accarezzeranno in pochi, pochissimi. Per gli altri sarà sempre un mondo di solitudine, che ti svuota psicologicamente. Perché nella solitudine l’uomo pensa, si fa delle domande. “Ho ancora voglia di dormire una notte sì e l’altra pure su un letto scomodo, di una piccola stanza, di un albergo qualsiasi?”. “Ho ancora voglia di dannarmi l’anima per qualche dollaro e davanti a quattro gatti?”. “Ho ancora voglia di mettere da parte tutto il resto per inseguire un sogno che probabilmente non raggiungerò mai?”. Tanti hanno ceduto, ma per molti altri la risposta è sempre la stessa. E il bello di ‘sto mondo è tutto in quel “sì”.


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