LA RIVISTA IN EDICOLA - Maggio 2012
12/02/2010

Pancho Gonzales, il lottatore

Pancho Gonzales, il lottatore

 

di Claudio Calza, foto Archivio Storico de “Il Tennis Italiano”

 

Demoralizzato, mollò tutto. Tento il commercio di articoli sportivi rilevando il negozietto del vecchio amico Arzy Kunz, si dedicò alle gare di Dragstrip, al bowling e al golf. Ci provò anche con Hollywood, facendo molto ingelosire la moglie Henrietta - che aveva sposato giovanissimo - ma poi si rese conto che quella non era la sua vita.

 

Firmò allora un nuovo contratto con Kramer. La tournée che fece l’anno successivo con Frank Sedgman, Kenneth McGregor e Pancho Segura segnò il suo rilancio e, paradossalmente, la sua rovina. Venne messo infatti un po’ da parte perché era troppo forte e il pubblico cominciava a non divertirsi più agli spettacoli di cui conosceva in partenza l’esito finale.

 

Aveva solo 26 anni Pancho e il piccolo mondo dei “pro” gli andava troppo stretto. Kramer cercò di rivitalizzare l’ambiente organizzando una sfida infinita con il “dilettante” Tony Trabert. Il risultato fu di 74 vittorie per Gonzales e di sole 27 per Trabert. A questa schiacciante superiorità non fu estranea la formula del contratto che prevedeva una borsa di 80mila dollari per il dilettante e di soli 15mila per Pancho: un motivo più che sufficiente perché ce l’avesse a morte con l’avversario.

 

Poi approdarono tra i professionisti Ken Rosewall, Lew Hoad e Rod Laver. Contro di loro, Gonzales si superò e ottenne le più belle vittorie. Per Hoad aveva anche una profonda ammirazione, tanto da fargli esclamare che, “nei giorni di grazia è addirittura più bravo di me”.

 

Nel 1966, a 38 anni, un’età in cui molti suoi coetanei si erano già ritirati, vinse il torneo di Wembley battendo Rosewall in semifinale e Laver in finale. Ma a Pancho non bastarono nemmeno i 40, che scoccarono nel 1968, l’anno in cui il mondo del tennis decise di “sdoganare” i professionisti. Il primo torneo “misto” si giocò a Bournemouth il 24 aprile e Pancho non volle mancare. Incontrò l’inglese Marc Cox, un “puro” che lo sconfisse creando una certa sorpresa e forti dubbi sul reale divario tra professionisti e dilettanti.

 

Questo a prescindere dal fatto che in finale arrivarono proprio due professionisti, Rosewall, che poi vinse e Hoad. Quell’anno Gonzales disputò anche i tornei di Parigi, perdendo in semifinale da Laver, di Wimbledon, battuto dal russo Alex Metreveli e di Forest Hills, dove venne sconfitto dall’olandese Tom Okker, che allora aveva 24 anni.

 

Basta così? Nemmeno per sogno. Nel 1969 - gli anni sono ormai 41 - il vecchio campione si presentò ancora da testa di serie a Wimbledon dove al primo turno era in agguato il venticinquenne portoricano Charly Pasarell. Gli spettatori si attendevano al massimo una resa onorevole da parte dell’americano, ma non fu così. Quando ormai le prime ore della sera calavano su Londra, si era appena concluso il primo set, vinto dal portoricano 24-22. Gonzales chiese la sospensione per l’oscurità che gli venne negata. Si innervosì e consegnò letteralmente il secondo set al suo avversario senza lottare: 6-1 a favore di Pasarell. L’indomani però, quando il gioco riprese, in campo era tornato il vecchio leone, capace di lottare come un ragazzino e di aggiudicarsi la terza partita con un altro punteggio astronomico: 16-14. A questo punto, il destino di Pasarell era segnato: 6-3 11-9 furono i punteggi degli ultimo due set a vantaggio dell’americano, con gli spettatori in delirio.

 

Ogni anno, la squadra delle ambulanze dell’ospedale di St. John pubblica le statistiche degli interventi effettuati nel corso del torneo per soccorrere le persone colte da malore. Nel 1969 furono 1700 e un notevole contributo lo diedero senza dubbio le emozioni di questa partita, durata 5 ore e 12 minuti. Per la cronaca, Gonzales uscì poi dal tabellone negli ottavi, battuto da Arthur Ashe 7-5 4-6 6-3 6-3. Il grande Pancho, che non aveva mai finito di stupire, lasciava a questo punto il palcoscenico del grande tennis con tutti i riflettori puntati addosso, come un grande attore.

 

Non abbandonò la racchetta però. Fino a 46 anni continuò a destreggiarsi da par suo; nel 1969 vinse a Las Vegas un prestigioso torneo a inviti, l’Howard Hughes Open battendo Laver e nel 1971 il Pacific Southwest, dove figuravano Jimmy Connors e Stan Smith. Nello stesso anno diede la sua disponibilità a far parte della squadra di Coppa Davis, competizione alla quale però partecipò soltanto una volta, nel 1949 nel Challenge Round contro l’Australia.

 

Nel 1972 fece la sua ultima apparizione a Wimbledon, dove perse al secondo turno. Aveva fondato un Tennis Ranch per giovani a Malibou Mountains, poi si trasferì a Las Vegas, dove diresse il tennis club del Caesar Palace e dove ebbe una figlia dalla sorella di Andre Agassi, Rita, che divenne la sua terza moglie.

 

Pancho Gonzales morì il 3 luglio 1995 stroncato, a sessantasette anni, da un cancro alla gola. Tra i primi ad accorrere al suo capezzale fu Philip Agassi, fratello di Andre.

 

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