
di Claudio Calza, foto Archivio Storico de “Il Tennis Italiano”
Stringeva la racchetta quasi con rabbia, come fosse un’arma con la quale farsi strada nella vita. Una vita che non era certo facile per Ricardo Alonso Gonzalez, detto Pancho, per i suoi cinque fratellini Bertha, Margaret, Terry, Manuel e Ralph, per il padre Manuel e la madre Carmen.
Pancho era nato in un sobborgo di Los Angeles, dove i suoi genitori erano emigrati per sfuggire alla miseria, il 9 maggio 1928, ma le sue radici erano lontanissime geograficamente e socialmente. La sua famiglia proveniva infatti da Chihuahua, una città mineraria del Messico settentrionale, a 1400 metri di altezza, nota ai più per la razza dei cani in miniatura.
Non se la passavano bene i Gonzalez in quegli anni, i più duri della depressione americana. Papà Manuel era un semplice operaio addetto agli arredi di scena di uno degli “studios” cinematografici e il suo salario serviva a malapena a garantire un piatto di fagioli alla numerosa famiglia. Ricardo cresceva ribelle, dedicando più tempo ai compagni di strada che ai libri. Sua madre, per cercare di allontanarlo dall’ambiente, gli regalò per Natale una racchetta da tennis.
Il ragazzo, che aveva allora 14 anni, vi si dedicò con puntiglio senza però volere accanto a sé un maestro. La sua seconda casa diventò il negozio di articoli sportivi di Arzy Kunz, dove imparò a riparare la sua racchetta, una clava pesantissima, sempre malridotta per l’accanimento che metteva nel colpire la palla. Questa nuova passione lo portò a trascurare sempre di più gli studi, al punto che fu espulso dall’istituto.
Venne riammesso, dopo un paio d’anni di quarantena, quando gli insegnanti si accorsero delle grandi qualità sportive del giovane Ricardo. Il solo a non capirlo all’inizio fu Perry Jones che, in quegli anni, dettava legge nell’ambito del tennis in America e che lo liquidò dopo una prova superficiale, giudicandolo abulico e poco combattivo. Questa sconfitta fu come una frustata sul viso di Pancho, che giurò a se stesso che sarebbe diventato il più forte del mondo.
Cominciò spopolando nei tornei giovanili: a 15 anni era già il numero 1 della classifica juniores della California del Sud, risultato che raggiunse battendo il campione Herbert Flam. Nel 1954, Pancho si arruolò in marina e, in quel periodo, esplose letteralmente sotto l’aspetto fisico. Nel 1947 - aveva quindi 19 anni - era ormai il n. 17 della classifica assoluta degli Stati Uniti.
Nel frattempo, Perry Jones si era ricreduto ed era diventato il suo sponsor. Flessuoso come un gatto, bello come un eroe da film western, il colorito olivastro e gli occhi neri fiammeggianti, questo ragazzone di un metro e ottantotto, che sembrava uscito dalle pagine di un romanzo di Hemingway, era un atleta eccezionale, a dispetto del suo carattere refrattario alla disciplina e al sacrificio.
Era infatti più facile incontrarlo a un tavolo da gioco o in un night club che su un campo d’allenamento. Ciò nonostante, il suo spirito combattivo e la ferrea volontà gli consentivano di affrontare e vincere gli incontri più duri. Possedeva istintiva la naturalezza e la perfezione del gesto e si era costruito, attorno a un servizio unico al mondo, un gioco aggressivo e spesso “cattivo”.
Nel 1948, tutto il mondo conobbe finalmente il valore di Pancho Gonzales che, nel frattempo, aveva “americanizzato” il suo cognome sostituendo la cacofonica zeta finale con una esse, in modo da renderlo più facilmente pronunciabile. Quell’anno, Gonzales vinse a Forest Hills, battendo in finale il sudafricano Eric Sturgess in tre set e facendo tirare un sospiro di sollievo agli americani che avevano appena perso il loro idolo Jack Kramer, emigrato tra i professionisti.
Nel 1949 dominavano la scena internazionale proprio tre americani: oltre a Gonzales, Ted Schroeder e Frank Parker. Quest’ultimo, a differenza dei primi due, più adattavi ai terreni veloci, si esprimeva al meglio sulla terra rossa. Infatti, Parker vinse a Parigi battendo in finale l’elegante Budge Patty che, nel turno precedente, aveva sconfitto Gonzales, in difficoltà sui campi in terra troppo lenti, infastidito dal sole e stranamente in balia della pressione psicologica che gli veniva dal giocare sul Centrale del Roland Garros. In coppia con lo stesso Parker, Gonzales vinse comunque il doppio, contro Fannin/Sturgess.
Fu ancora la vittoria in doppio - sempre con Parker, contro Mulloy/Schroeder - a rendergli accettabile la sua partecipazione al torneo di Wimbledon di quell’anno. In singolare, perse infatti contro Tom Brown negli ottavi, col punteggio di 2-6 6-3 6-2 6-1. A Forest Hills invece bissò il successo dell’anno precedente, sconfiggendo il connazionale Ted Schroeder che vantava, nei suoi confronti, una serie positiva di sette vittorie contro una. Fu la finale più lunga fin lì giocata nei Campionati degli Stati Uniti.
Un personaggio del genere, al di là del suo valore come tennista, peraltro non ancora pienamente espresso nei risultati, non poteva sfuggire a Jack Kramer, che intuì subito quale potente calamita per gli spettatori avrebbe potuto rappresentare. Offrì quindi a Gonzales - che naturalmente accettò - un contratto di 100mila dollari per unirsi alla sua troupe di professionisti. L’esordio però fu pressoché disastroso per Pancho; la sua lunga sfida con Kramer, iniziata al Madison Square Garden il 25 ottobre 1949, si concluse con 96 sconfitte e solo 27 vittorie.
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Grandi campioni di oggi onorano il mito del leggendario Pancho Gonzales




