Federico Ferrero - 15 aprile 2019

MONTE CARLO, C'EST CHIC!

Il Country Club di Monte-Carlo ha un fascino senza tempo, capace di riempire gli occhi di bellezza. Una tradizione che si ripete ogni primavera
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Se non è questo, il posto più bello al mondo per giocare a tennis, allora quale? Nelle mattinate di sole, ai piani alti della palazzina in art déco che è la stessa dal 1928, lo sguardo si satura di azzurro cielo, blu oltremare, rosso mattone. Le barche dei milionari, appena salpate da porto Hercule, si lasciano dietro una scia che sembra puntare l’attenzione verso il campo centrale. Che rimane stretto, come in una gola dolomitica, tra due tribune di tubolari metallici e sovrastato dalla Roccabruna, il piccolo monte su cui ebbero l’idea di trasformare uno chalet di legno in un (ora ex) albergo di lusso, il Vista Palace. Fossero ancora tra noi gli impressionisti, del panorama del MCCC, il Country Club di Monte Carlo, farebbero un manifesto della gioia di vivere e di giocare a tennis. All’incirca da quando esiste il circolo del tennis, una settimana l’anno, nel Principato si chiudono le strade al traffico, perché tocca alle automobili da corsa. La pensata, totalmente irrazionale, di comprarsi una tappa del campionato e far correre un Gran Premio di Formula Uno ai trecento all’ora tra la Rascasse, il Mirabeau, il tunnel e la curva del Tabaccaio, dove per solito scorrazzano le fuoriserie dei ricconi, poteva nascere solo grazie alla grandeur, valore eletto del Principato. Ed è la medesima vocazione a un concetto estremo di esclusivo che poté rendere un club privato, messo su terrazzando un promontorio, sede di un torneo di tennis internazionale: accadde perché, nel 1925, George Butler, un milionario americano appassionato di racchette, riuscì a mettere insieme consenso e stanziamenti monetari per offrire alla divina Suzanne Lenglen un contesto adatto alle sue gesta, ossia non quei tre campetti ricavati a Beausoleil sfruttando il soffitto di un garage.

Il Country Club di Monte-Carlo come non l'avete mai visto

Dopo che Charles Letrosne, l’architetto del Country Club, ebbe finito di disegnare i volumi del circolo più incantevole del pianeta, con i cipressi a decorare i vialetti e il ristorante dei signori a sfioro sul campo principale, il contorno si creò da sé: la festaiola statunitense Gloria Butler, gaudente figlia di George, negli anni Sessanta prese a organizzare una festa, nel bel mezzo del torneo. Tutti i giocatori erano invitati, le scorte di Dom Perignon terminavano alla svelta e, tuttora, il party dei tennisti rimane il momento mondano per eccellenza dell’intera stagione tennistica: musica, lussureggianti piatti di pesce, show con imitazioni bislacche e, per gli appassionati del genere, visita notturna al casinò (tra i più assidui, nei tempi moderni, i russi Kafelnikov e Safin; oggi, con il professionismo spinto all’estremo, le presenze nelle sale da gioco si sono diradate). Con la famiglia reale titolare del palco d’onore, e la bellezza sbocciata di Carolina di Monaco nei primi anni Ottanta, il torneo non si è negato neppure la storia da gossip, come si conviene a un posto che viene guardato con invidia dal mondo: la presunta liason tra la più vivace delle figlie di Ranieri e Guillermo Vilas, il poeta del topspin, rivelata da un paparazzo della rivista Paris-Match che pizzicò l’aitante mancino (campione nelle edizioni 1976 e 1982) e la splendida principessa appartati in un’isoletta del Pacifico.

Il plus di Monte Carlo, che manca a tutti gli eventi di pari categoria, è l’unicità charmante del torneo, l’ambiente non riproducibile, per quanti denari si possano investire; l’atmosfera vibrante, l’allure che abbraccia i grattacieli, la spiaggia, lambisce i campi da tennis e stordisce con la brezza e i profumi dei pini marittimi. Non c’è bisogno di mettere su tendoni, inventarsi – come fece il compianto Cino Marchese – il villaggio del Foro Italico a Roma, o portare saltimbanchi e arrostitori seriali di salsicce come accade nei tornei americani. Qui, il posto basta ampiamente a se stesso: non è che sia simbolo del glamour, è il glamour. Un aperitivo al Cafè de Paris, un cocktail al Jimmy’z, il ristorante di Ducasse, lo scoppiettare dei cilindri delle Pagani Zonda tra i curvoni, mentre i campioni si sfidano per aggiungere una riga sul tabellone scolpito sulle gradinate, che recita il mantra Rafa Nadal per undici volte, dal 2005 in poi, e ancora piange per la finale del 1995, la grande occasione di Boris Becker di vincere un torneo sulla terra rossa. Di quel doppio fallo di Bum Bum sulla palla del torneo, con una seconda di servizio scagliata a quasi duecento all’ora e che esplose sul campo di Muster come uno shrapnel, rimane tuttora la eco, impigliata in qualche maglia della rete di metà campo.

Caroline di Monaco nel 1979. Le è stata attribuita anche una liaison con Guillermo Vilas

Per più di 40 anni, fino al 2018, Francis Truchi è stato direttore del MCCC, il Monte Carlo Country Club. Tra le sue testimonianze più vive, quelle della prima edizione Open, anno 1969, quando finalmente il fiume del tennis amatoriale sfociò nel professionismo per tutti. «All’epoca – ricorda – il torneo si giocava a fine marzo e non ospitava che tennisti amatoriali. Alcuni di loro, come Nicola Pietrangeli, erano ottimi giocatori ma non avevano da affrontare la concorrenza migliore. Finché, di colpo, arrivarono personaggi come Arthur Ashe, John Newcombe, Pancho Gonzalez. Ricordo la finale del 1973, Nastase contro Borg, con lo svedese che aveva 16 anni e tutti facevano il tifo per lui. A un certo punto il rumeno si girò verso la principessa Antonietta (sorella di Ranieri, ndr) e le disse: Faccia qualcosa, qui sono tutti contro di me!». Di Borg, che nel Principato vinse tre volte, monsieur Truchi ricorda anche l’improbabilissimo ritorno alle competizioni nel 1991: armato di un’anacronistica Donnay Pro di legno, vestito di bianco senza sponsor, Bjorn ignorò i consigli di tutti (Boris Becker, dopo un allenamento, gli aveva fatto capire che tirava troppo piano per poter pensare di battere chiunque in tabellone) e, accompagnato da un ottuagenario mezzo santone e mezzo ciarlatano, il guru di arti marziali Ron Thatcher detto Tia Honsai, perse al primo turno contro Jordi Arrese, che fu giusto in imbarazzo per qualche gioco prima di mettere la freccia e sorpassarlo, ricordandogli che il tempo non perdona: «Aveva 35 anni, decise di tornare a giocare proprio qui (Borg si era ritirato a 26 anni, ndr). Arrivò con la racchettina di legno che non usava più nessuno, gli concedemmo una wild card. Ricordo che c’era gente dappertutto: addirittura alcuni, senza biglietto, erano andati nei supermercati di Roquebrune a comprarsi dei seggiolini per potersi mettere in alto, dove passa la strada, e guardare la partita da lassù». Avventure, lusso, qualche eccesso e drammi incancellabili (il secondo marito di Caroline, Stefano Casiraghi, perì nel 1990 in un incidente sull’offshore, nello specchio di mar Mediterraneo in vista dal club) hanno completato l’universo di Monte Carlo. La cui entrata principale è sul limitare del Principato con il plebeo municipio di Roquebrune-Cap Martin, e al principio di una strada che, tornante dopo tornante, accompagna in riva al mare e non poteva che intitolarsi avenue Princesse Grace. L’incantevole attrice Grace Kelly, moglie di Ranieri e mamma di Carolina, donna dalla bellezza e dalla classe pressoché inarrivabili, viso incantevole e occhi di ghiaccio bollente, come disse Hitchkock; morta tragicamente uscendo di strada con la sua Rover il 13 settembre 1982 mentre scendeva dai curvoni di La Turbie. Assidua del torneo, sulla morte di Grace la stampa degli scandali indugiò come avrebbe fatto solo per Lady Diana, insinuando (non era vero) che alla guida del mezzo ci fosse la figlia minorenne Stéphanie.

Con la nuova direzione di Eric Seigle, il club sta lavorando a un’area fitness disposta su due piani, facendo tesoro dei metri cubi a disposizione; è una riproduzione in scala dell’ennesima sfida allo spazio, un’operazione immobiliare appena conclusa nel Principato che, con 250 milioni di euro di investimenti, nel giro di due anni (quelli che in Italia servono a deliberare una rotonda) ha appena regalato a Monaco il 30% in più di spazi pubblici e altra metratura di ultralusso (ma sostenibile, come piace adesso) per i suoi ricchissimi cittadini, nel quartiere da sogno One Monte-Carlo. Tra tante dolci memorie Monsieur Truchi, ormai in pensione, rammenta anche un episodio spiacevole: «Agassi. Un anno arrivò e pretese di andare a Torino perché voleva vedere la Sacra Sindone. Fummo costretti a smuovere mari e monti, alla fine trovammo un elicottero grazie al corrispondente francese di TF1 in Italia. Al ritorno dal viaggio, ci ringraziò a malapena, e poi non lo vedemmo mai più». Era il 1998: quell’anno, Andre aveva perso quasi senza lottare una delle più brutte partite della leggendaria rivalità con Pete Sampras. Tempo dopo, grazie alla biografia Open, si sarebbe saputo che, in quei mesi, era alle prese con l’antidoping, e che non si trattava di champagne. Le piccole macchie, come la perdita dello status di Master 1000 obbligatorio, non hanno scalfito l’aura di Monte Carlo che, oramai, è il più italiano dei tornei stranieri. Gli appassionati del nord Italia sono affezionati all’accoglienza del Club, capace lo scorso anno di attirare 136.000 spettatori senza sessione serale, e scelgono di accogliere la primavera con una giornata di immersione nel torneo. Che è una sorta di saluto al sole e al gioco all’aperto, dopo i mesi di freddo. Dagli allenamenti sui campi terrazzati al mattino all’ultimo doppio all’imbrunire, quando i gabbiani iniziano a occupare le file più alte delle tribune, in una giornata ci si riempie gli occhi di bellezza e si torna a casa più felici. Difficile chiedere di più, almeno a uno sport.

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