Lorenzo Cazzaniga - 03 luglio 2019

METTI UNA SERA A CENA CON UNO SCOMMETTITORE PROFESSIONISTA E UN QUOTISTA…

Il tennis non è certo immune dal problema delle scommesse anche se in questi anni tante cose sono cambiate. Anche grazie a una vera task force. Intanto, uno scommettitore professionista e un quotista ci hanno raccontato che…

«Cinquemila. La prima volta ho fatto cinquemila euro, a colpo sicuro. Era così, una volta si guadagnava tanto: conosco un tizio che si è comprato una flotta di taxi in Bolivia. Ha pure sposato una ragazza di laggiù… Ah, che tempi!».
Gaspare (il nome è di pura fantasia, ça va sans dire) sorseggia un Brunello invecchiato bene in una bella casa in stile bohémien, mentre ricorda il passato con una certa nostalgia. Ha lo sguardo sveglio, sgamato come dicevano i giovani una volta, deve essere un buon giocatore di poker. In realtà, la sua professione non si allontana granché dall’azzardo: è uno scommettitore professionista, o quantomeno lo è stato (sul concetto ci sono discrepanze: lui non lo ritiene più un mestiere redditizio ma durante Roland Garros mi hanno mostrato un suo messaggio che recitava: «Sono caldo come il diavolo» dopo che aveva centrato un double, a seguito di qualche giornata finita male), un mestiere ce negli Stati Uniti ha un certo fascino come raccontato dagli amici di Ocean, al secolo George Clooney, mentre in Italia uno scommettitore viene subito associato alla frode, se non proprio alla malavita

Gaspare è uno di quelli che ha avvicinato il mondo del betting quando Internet era per pochi, il wi-fi sconosciuto e lo streaming inesistente. «Ho cominciato quasi per scherzo al torneo di Sopot, in Polonia, un posto carino dove passare le vacanze ad agosto. Era un bel torneo e capii che con le scommesse si potevano guadagnare dei bei soldini. All’epoca, il livescore era gestito da una società esterna e gli aggiornamenti arrivavano con ritardi notevoli». E lui, in buona sostanza, lucrava su questo vantaggio temporale: stando sul posto, conosceva il punteggio con grande anticipo rispetto agli ignari concorrenti che puntavano dal divano di casa e perfino rispetto agli stessi bookmaker. «Ne feci cinquemila, di euro. Facili facili». E così, nel 2006 decise di far diventare il giochino una professione: «Raccontai in famiglia che mi avevano proposto un lavoro come giornalista sportivo e che avrei girato il mondo per seguire tornei di tennis. E in effetti qualche volta mi sono pure accreditato in questo modo: andavo ai players’ party, conoscevo tutti, alcuni dell’ambiente mi abbracciavano appena mi vedevano. Ho cominciato con Zagabria ed è stato epocale: esordio di Marin Cilic come wild card, chi se lo ricorda? Contro Igor Andreev. Feci settemila euro: cliccavo sfruttando l’anticipo col quale conoscevo lo score, era come rubare le caramelle a un bambino. A pensarci adesso, mi viene ancora la pelle d’oca. Figurati che adesso, se tutto va bene, tiro su qualche centesimo». Va detto che questa attività era perfettamente legale: semplicemente, Gaspare approfittava di una sorta di bug tra domanda e offerta. «Al massimo si poteva parlare di concorrenza sleale nei confronti di chi, ignaro, stava a casa e non poteva sfruttare quell’opportunità - interviene Giorgione, di professione quotista, cioè l’antagonista principale dello scommettitore, colui che deve preparare le quote di un match -. Ma i tempi erano quelli: ricordo un torneo australiano nel quale era impegnato Wayne Arthurs e l’unico modo per avere un aggiornamento di qualche tipo sull’incontro era un blog, Men’s Tennis Forum, una gabbia di tifosi con le faccine e gli smile che facevano la ola. Però gli update erano rari. Un amico cominciò a chiamare in sala stampa ogni dieci minuti per conoscere il punteggio con maggior frequenza: con Arthurs in campo, tutti si aspettavano un tie-break, visto che aveva un servizio terrificante e una risposta mediocre. A un certo punto si è messo lui ad aggiornare il punteggio su Mens Tennis Forum e, arrivati sul 4 pari, ci fu improvvisamente un break. Peccato che lui scrisse esattamente l’opposto: tutti continuarono a puntare sul tie-break, lui sul 6-4. Vinse una bella cifretta».

Sorride, Gaspare, ad ascoltare il racconto, prima però di aggiungere: «Guarda che stiamo parlando di preistoria perché quello è un mercato che non esiste più. È la tecnologia che ci ha rovinati: il giudice di sedia ha l’obbligo di cliccare immediatamente il punteggio sul suo tablet e questo aggiorna il livescore in tempo reale. Non è un caso che nei tornei Futures, chi vuole truccare un match, cerca di comprarsi gli arbitri, in maniera che ritardino l’aggiornamento». E in effetti, sono sempre più i giudici di sedia sospesi perché sospettati di combine, seppur nei soli tornei di fascia bassa. «Ho lavorato bene dal 2006 al 2010 – continua Gaspare -, poi per tre anni ho tirato a campare perché mi piaceva quella vita: stessi hotel, ristoranti e palazzetti dei tennisti. Conoscevo tanti giocatori ma non mi hanno mai avvisato di un malanno o un infortunio. Però mi reputavano un esperto e qualcuno mi avvicinava. Ero molto amico di un giocatore che è stato anche indagato. Dicono che sfruttasse informazioni che carpiva dallo spogliatoio? Non saprei, con me non le ha mai condivise. Però sono certo che diversi giocatori scommettevano, molti più di adesso. Alcuni ritengo siano stati fermati, perché quando un giocatore sparisce dal circuito, niente mi toglie dalla mente il pensiero che sia stato convinto a smettere perché sospettato di accomodare le partite».

Casi clamorosi? Gaspare e Giorgione annuiscono e scoppiano in una fragorosa risata: «Te la racconto così – dice Giorgione -: torneo in Sud America, match tra sudamericani, io già lavoravo come quotista. Non c’era possibilità di scommettere sul risultato esatto ma ricevevo puntate importanti su ogni altra possibilità: handicap, under/over, eccetera. Il match doveva finire in due set, ma chi aveva perso il primo parziale, arriva a set point nel secondo. O almeno così sembrava, dopo che la palla dell’avversario era stata chiamata out. Oh, mai visto un’inquadratura che mostrasse un segno così nettamente fuori. Ma non si poteva rischiare. Quindi si vede arrivare un piedone che cancella il segno e dice che la palla è buona. Quello si è preso pure gli applausi, capisci? Cinque pari, break, sette a cinque e tutti felici». Ma non è certo un caso isolato: «Una volta il livescore era un sistema fallace: un paio di volte è successo che abbiano scambiato i giocatori e invertito il punteggio per tutta la partita. Chi era sul posto e si è accorto, ne ha fatti tanti» ricorda Gaspare con invidia. Senza considerare i casi del tutto involontari: Basta ricordare il match al WTA di Lussemburgo tra Wozniacki e Kremer nel 2009, il primo anno in cui si sperimentò il coaching ai cambi di campo: la Wozniacki era sotto di un set e stava perdendo nettamente anche il secondo. Fisicamente non stava bene e, quando il papà scese in campo, le consigliò di ritirarsi. Una scelta comprensibile (il match infatti finì 7-5 5-0 e ritiro): il colloquio non fu comprensibile a molti perché parlarono in polacco, la loro lingua di origine. Però quel giorno, gli scommettitori che parlavano polacco hanno gioito. In questi casi si tratta di situazioni imprevedibili e solo il destino ti permette di specularci sopra. Invece, uno scommettitore professionista quanto può realmente guadagnare in un anno? «Una tempo anche diecimila euro a torneo, quindi tra i duecento e i trecentomila euro a stagione – spiega Gaspare -. Poi, come in tutti i mestieri, c’era quello bravo e quello meno, perché in campo non eri solo, c’erano almeno trenta colleghi». All’inizio andavano col computer; banditi i laptop dalle tribune, sono passati al telefonino; banditi gli auricolari, sono passati a cliccare tramite un pulsante infilato nella scarpa e collegato con un filo al cellulare che tenevano in tasca: «Perché chi deve controllare ti guarda le mani, non i piedi - dice ancora Gaspare -. Però tutte queste problematiche hanno ridotto i margini e aumentato i rischi. Per battere gli altri sul tempo, c’è chi clicca mentre il giocatore sta tirando uno smash: e se lo sbaglia? Sei fottuto».

Entrambi sono concordi nell’affermare che il grande passo in avanti compiuto da ATP e Tennis Integrity Unit sia stato creare delle vere e proprie task force per controllare gli scommettitori ed eventualmente allontanarli dal campo: «Gerry Armstrong è sempre stato un segugio, non si rilassava mai, sembrava un uomo in missione. Lui, Eva Asderaki, Mariana Alves, riuscivano a controllare ogni cosa. Altri invece erano più permissivi - sostiene Gaspare -. Però l’arbitro deve verificare tante cose e non era così facile beccarti in uno stadio grande; da quando hanno creato queste task force invece, non hai scampo. A Indian Wells c’è Mikey, praticamente un marine che gira col binocolo e ti scova sicuro. E a uno scommettitore spagnolo in Malesia, che è tornato dopo essere stato cacciato una volta, l’hanno messo in carcere per una settimana. Non credo sia stato piacevole. Un altro è stato menato, altri ancora minacciati di espulsione. Insomma, ti mettono pressione, ti fanno passare la voglia. Magari spendi tremila euro per una trasferta di una settimana a Miami e dopo venti minuti sei fuori dallo stadio» afferma sconsolato Gaspare. La posizione ideale per seguire una partita volendoci scommettere sopra è dietro i giocatori, sul lato corto, perché si vedono meglio le traiettorie della palla e si rubacchia qualche decimo rispetto alle immagini televisive nel capire se un recupero finirà in campo o in corridoio. Però, è ovvio, sono anche i posti dove la task force va a caccia dei courtsider. «Sfuggire alla ricerca è quasi impossibile. Puoi anche provare a mimetizzarti in mezzo a centinaia di persone ma se hanno la tua foto, prima o poi ti beccano. A cavarsela è stato un tizio che ha avuto una relazione con una ragazza di una task force; in cambio, pare che lei evitasse di cacciarlo dal campo. Ma deve essere durata poco perché mi hanno detto che adesso non si occupa nemmeno più di tennis. Si è dato al cricket e passa un mese in India e uno in Pakistan» racconta divertito Gaspare. Ma un giocatore che decide di vendersi una partita, quanto può guadagnare? «Quindicimila euro in un Challenger, molto di più nei tornei ATP – stima Giorgione -. Poi dipende dalla complessità perché con le multiple di set betting, puoi moltiplicare la vincita. A un certo punto ho sentito parlare di otto partite accomodate nella stessa giornata che dovevano finire due set a zero: accoppiandole tutte in una sola scommessa, la quota saliva parecchio. Per dire, con cinque euro ne vincevi 400». Ma come si comporta il quotista nei casi sospetti? «Se arriva una segnalazione, drizzi le antenne; alla seconda storci il naso, alla terza chiudi la partita. Non rischi per un match di un piccolo challenger – spiega Giorgione -. Da bookmaker, mi aspetto che per una partita di un torneo Futures mi arrivino giocate per poche decine di euro, forse qualche centinaio. Mille euro sono già troppi. Se poi le puntate sono di clienti sconosciuti, giro il messaggio ai colleghi che si occupano delle scommesse live e il match viene tolto dal palinsesto». Anche per questo motivo, si tende a non giocare pre-match, ma solo le quote live. «Così è più difficile intervenire tempestivamente. A poter controllare gli score degli arbitri – aggiunge Giorgione – ci si accorgerebbe che, per diverse partite, alcuni giocatori hanno sempre perso il secondo turno di battuta. Non il primo, perché può succedere che il live betting non cominci subito e non ci siano ancora abbastanza soldi sul tavolo. Quindi, secondo game di servizio… e break!».

Le agenzie di scommesse possono risalire a questo genere di situazioni e infatti pare che sia diffusa una sorta di black list dei giocatori più a rischio. Ma un giocatore come lo scopri se ha truccato un match? «Se sono bravi, è difficile. All’inizio avevano la grazia di un elefante: c’erano puntate talmente folli che era facile riconoscerli. Anche perché avevano poco senso pratico: se metti pre-match una grossa somma sullo sfavorito, la quota di questo giocatore scende fino a diventare insignificante. Nella celebre partita Vassallo Arguello contro Davydenko a Sopot nel 2007, quando si registrarono milioni di euro di scommesse, a un certo punto l’argentino era offerto a 1.15, una quota bassissima, e giocava contro il numero 5 del mondo! Non è logico scommettere un milione di euro su un giocatore dato a 1.10 o 1.15 perché non guadagni granché». Chi pare rendersi conto di quello che sta succedendo sono gli avversari, come hanno spiegato diversi giocatori: «Un tennista professionista si accorge se l’avversario sbaglia perché è stanco o se lo sta facendo apposta». E non è nemmeno troppo conclamata l’idea che questi giocatori lo facciano perché sotto minaccia di chissà qualche mafia: «Magari qualche caso c’è stato – dice Gaspare - ma credo che la stragrande maggioranza sia consenziente». Discorso ancora diverso è quello che coinvolge i cosiddetti sponsor, intesi come affaristi che hanno aiutato economicamente un giocatore quando era giovane e squattrinato, e poi vengono a battere cassa perché gli venga restituito il favore. Il modo più semplice? Accomodare una partita e scommetterci sopra.

Tuttavia, la situazione attuale sembra molto migliore rispetto a qualche anno fa: «A livello ATP e Challenger credo non ci siano quasi più partite irregolari – dice Giorgione – anche perché si è limitato molto il betting exchange (uno scommettitore punta una certa somma su un giocatore a una determinata quota e attende che altri scommettitori la abbinino, puntando sull’avversario. Il bookmaker non rischia nulla ma trattiene solo una percentuale su chi vince. Il problema è se la propria puntata non viene abbinata n.d.r.). Betfair è stato il capostipite di questo genere di scommessa e ora collabora con la TIU: se nota qualcosa di strano, avverte immediatamente organizzatori e supervisor. E poi non esiste più il .com: adesso il betting exchange è solo a carattere nazionale. Dunque, se una volta trovavi trecentomila euro su una partita media, ora ne trovi ventimila in Italia, trentacinquemila in Francia, quindicimila in Germania… Con una frammentazione così, non c’è più convenienza». Continua Giorgione: «Secondo me il lavoro dell’ATP e della TIU è efficace, ora dovrebbe intervenire anche l’ITF nei tornei minori dove i guadagni dei giocatori sono talmente bassi da spingere all’imbroglio. Oppure succede come l’altro giorno in India, dove ha ottenuto una wild card un tizio di 58 anni con una bella pancia: ha perso il primo set in dodici minuti senza fare un punto. All’avversario sarebbe bastato perdere un game qui e là per raggranellare una discreta cifra».

Dunque, se stare in campo non offre più alcun vantaggio temporale perché lo streaming e il livescore arrivano con un paio di secondi di ritardo e ne servono almeno cinque per piazzare una scommessa, perché ci sono ancora tanti courtsider? «Perché stando sul posto hai sensazioni uniche che nemmeno la tv può trasmettere – dice Gaspare -: ti accorgi se un giocatore è stanco, se il match sta girando. Però, onestamente, non ne vale più la pena». Almeno fino alla prossima scommessa.

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