Marco Caldara - 29 marzo 2018

Un bravo ragazzo per l'Italdavis del futuro

Italia-Francia di Coppa Davis segnerà l'esordio in nazionale di Matteo Berrettini, il più giovane a vestire la maglia azzurra da quando nel 2008 toccò a Fognini. Il gigante romano arriva nel momento giusto, per dare ossigeno a quella che a febbraio era la squadra con l'età media più alta fra le sedici in gara nel World Group.

Nelle ultime tre sfide dell’Italia di Coppa Davis c’è sempre stato almeno un volto nuovo. Lo scorso anno a Charleroi ha esordito Alessandro Giannessi, a febbraio a Morioka c’era per la prima volta in formazione Thomas Fabbiano, mentre la prossima settimana a Genova sarà la volta di Matteo Berrettini, il più giovane top-100 dai tempi di Fognini e anche il più giovane esordiente da quando a vestire per la prima volta la maglia azzurra fu sempre il ligure, nel 2008 contro la Lettonia a Montecatini Terme. Il gigante laziale sta vivendo un momento d’oro e si godrà l’onore di far parte dell’Italdavis in un match così importante, mentre per il tricolore la sua presenza ha un grande valore in termini statistici, perché Matteo arriva in nazionale prima di compiere i 22 anni, ad abbassare l’età media di quella che lo scorso febbraio era la più vecchia fra le sedici squadre in gara nel primo turno del World Group 2018. Un dato che riassume bene la storia recente della nostra nazionale, su per giù la stessa da una decina d’anni, visto che nessuno di chi a rotazione si è inserito nel ruolo di quarto o quinto uomo è riuscito a conquistare un posto a tempo pieno. Berrettini, invece, sembra il primo ad avere sul serio le credenziali per diventare il leader dell’Italia del futuro, di quando Seppi e Fognini si faranno da parte. “Subito dopo essere entrato tra i top-100 – ha detto Matteo al sito della Federtennis – ecco la mia prima convocazione in nazionale. È un periodo davvero positivo. So benissimo che davanti a me ci sono giocatori più esperti e che meritano la maglia da titolare, ma per ogni evenienza mi farò trovare pronto”. Difficilmente lo vedremo in campo, perché Fognini e Seppi meritano il posto da singolaristi, Bolelli è fondamentale per il doppio e la nuova – e quasi già vecchia – policy della Davis ha ridotto i “dead rubber”, che per quanto inutili servono almeno a far esordire in nazionale i più giovani. Tuttavia, già esserci conta tantissimo.

IL SEGRETO È (ANCHE) SANTOPADRE
L’arrivo di Berrettini fra i top-100 – e di conseguenza anche in nazionale – era un passaggio annunciato, ma nessuno si sarebbe aspettato accadesse così in fretta
. Sia perché sopra al suo nome c’è sempre stata l’etichetta “progetto a lungo termine”, sia perché un brutto infortunio al ginocchio gli aveva fatto perdere metà 2016, rispedendolo indietro alla posizione n.883 del ranking ATP, occupata solo un anno e mezzo fa. Ma da quando è rientrato la sua crescita non si è più fermata, fino a portarlo al numero 95: una scalata talmente repentina che l’ha celebrata anche il sito ATP. “Solo un anno fa ero fuori dai primi 400 – ha raccontato Matteo – quindi non pensavo potessi raggiungere i primi 100 così velocemente. Sono molto felice e voglio godermi questo momento, perché è ciò che ho sognato fin da quando a sette anni ho iniziato a giocare a tennis. Ma non è questo il mio obiettivo finale. Devo lavorare e crescere ancora tanto, per continuare a migliorare il mio gioco”. Uno dei suoi segreti è il coach, quel Vincenzo Santopadre che sa bene cosa significhi una convocazione in nazionale, visto che in Davis ci è arrivato pure lui, con due presenze (e tre match giocati) fra 2000 e 2001. “Vincenzo – ha detto ancora Berrettini – è come un secondo padre, e spendo molto più tempo con lui che con la mia famiglia, sia dentro sia fuori dal campo. Sono onorato di poter contare su di lui. Lavoriamo durante tutti i giorni sul mio tennis, con l’obiettivo di giocare in maniera ancora più aggressiva. Non sono il tipo che ama scambiare troppo, quindi devo provare a chiudere il punto il più in fretta possibile”. È Santopadre che da otto anni è al timone del progetto Berrettini, e che con l’aiuto di Stefano Cobolli (prima) e di Umberto Rianna (adesso) ha forgiato due persone in una: il top-100 che l’Italia aspettava da tempo e un ragazzo con la testa sulle spalle. Quello che alla voce “obiettivi”, invece di perdersi fantasticando numeri e risultati, sveste i panni del giocatore e risponde che vorrebbe semplicemente diventare la miglior persona possibile. Mica roba da tutti.

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