07/03/2010

Lew Hoad, braccio di ferro

 

di Claudio Calza, foto Archivio Storico de “Il Tennis Italiano”

 

Al suo apparire sulla scena internazionale, nel 1952, Lew Hoad era stato subito paragonato a un gatto, pacifico all’apparenza, un po’ annoiato, ma capace di balzare sornione sulla palla per assestare il colpo vincente. Così era in effetti Lewis Alan Hoad, nato in Australia il 23 novembre il 1934.

 

Fin da bambino - un bambino biondo come il grano e il faccino angelico - si appassionò al tennis che apprese inizialmente da solo di fronte a un muro del cortile di casa, per la disperazione dei vicini. Aveva 12 anni quando, nel 1946, si riprese a giocare la Coppa Davis, interrotta per cinque anni a causa della seconda guerra mondiale. Dopo la disputa del Challenge Round, che aveva visto gli Stati Uniti battere a Melbourne l’Australia detentrice del trofeo, venne disputata un’esibizione tra i protagonisti dell’incontro, gli americani Jack Kramer e Tom Brown e gli australiani John Bromwich e Adrian Karl Quist. Nell’occasione fu deciso di presentare le due migliori speranze australiane; uno era proprio Hoad e l’altro un certo Ken Rosewall, di 21 giorni più “vecchio” di Lew. Lo storico match si giocò in un circolo di Rockdale, vicino a Sydney, di proprietà dei genitori di Ken. Il risultato fu un impietoso doppio 6-0 a favore di Rosewall, ma l’avvenimento costituì il primo incontro ufficiale di questi due irripetibili campioni che passarono alla storia del tennis come i “gemelli”.

 

E non solo per un fatto anagrafico, ma perché, insieme, formarono un doppio fantastico che vinse tutto quello che c’era da vincere. I due erano affiatatissimi per quanto assai diversi in campo: compassato, quasi matematico Ken (si dice che mai gli sia uscita la maglietta dai pantaloncini), irruento, spesso irriflessivo, a volte litigioso Hoad.

 

La svolta decisiva nella carriera di Hoad fu l’incontro con Harry Hopman, detto Hop. Questo grande coach australiano, dall’intuito infallibile, quando vide Lew, si rese conto della forza impressionante che poteva scaturire da quel ragazzo. Lo sottopose alla sua “cura” e ne fece quel giocatore che per alcuni anni - troppo pochi, purtroppo - il mondo intero ammirò.

Rapido e solido come un torello, Hoad nascondeva nella sua mano possente l’intera impugnatura della racchetta, dalla quale traeva colpi che sembravano pugni da Ko.

I suoi limiti erano l’irruenza e, spesso, la scarsa concentrazione che lo portata ad assumere in campo l’atteggiamento di chi è indifferente all’esito dell’incontro. Fuori dal campo, il suo comportamento non era esattamente un esempio da seguire per un atleta: amava la vita e gli piaceva godersela, la “distrazioni” alle quali cedeva volentieri non erano sempre un toccasana per la sua forma spesso ballerina.

 

Fu nel 1952 che Hoad fece la sua prima apparizione al Roland Garros. In singolare perse al primo turno, ma questo diciottenne non passò inosservato anche perché in doppio, col suo “gemello” Ken Rosewall, anch’egli fuori dal tabellone del singolare al primo incontro, arrivarono in semifinale, dove vennero sconfitti, giocando però splendidamente, dai più esperti connazionali Frank Sedgman e Ken McGregor.

 

Nel 1953 entrò a far parte della squadra di Davis con Rex Hartwig e, naturalmente, con Rosewall, con il quale condusse praticamente una vita parallela. Il suo esordio non poteva essere dei migliori: nel Challenge Round batté sia Vic Seixas che Tony Trabert, dando un fondamentale contributo alla vittoria per 3-2 dell’Australia sugli Usa. Questo successo consentì al suo Paese di mantenere l’insalatiera che gli apparteneva dal 1950.

 

Hoad giocò quattro edizioni di Davis (1953-1956) e ne vinse tre, disputando complessivamente 21 incontri, perdendone soltanto 3. Nello stesso anno vinse il doppio ai Campionati australiani (9-11 6-4 10-8 6-4 a Candy/Rose), agli Internazionali di Roma (6-2 6-4 6-2 a Drobny/Patty), al Roland Garros (6-2 6-1 6-1 a Rose/Wilderspin) e a Wimbledon (Hartwig/Rose battuti 6-4 7-5 4-6 7-5). Sempre, naturalmente, con Rosewall al fianco. In singolare raggiunse la finale agli Internazionali di Roma, dove Jaroslav Drobny gli inflisse una severissima lezione (6-2 6-1 6-2). A Wimbledon si fermò ai quarti.

 

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