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Le carezze di Roberta Vinci

Le partite di Roberta Vinci sono un viaggio, un libro, un quadro. Ognuno può animare la fantasia con percorsi personali, osservandola quando taglia il rovescio, mentre tutte le altre sparano. Un dono della natura, scoperto a 17 anni. Il polso sinistro faceva spesso male, così l’intuizione: staccare la mano. Il resto è poesia, pronta a restare per sempre nella memoria degli appassionati.
Le carezze di Roberta Vinci
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Marco Bucciantini
4 dicembre 2017

Gli Internazionali d'Italia del 2018 saranno l'ultimo torneo della carriera di Roberta Vinci. Una carriera meravigliosa, che l'ha vista vincere 10 tornei WTA, arrivare al numero 7 della classifica mondiale e soprattutto in finale allo Us Open, con quella vittoria su Serena Williams destinata a rimanere per sempre una delle più grandi sorprese nella storia del nostro sport. Un percorso lungo oltre vent'anni, che l'ha vista portabandiera di successo di un tennis che (purtroppo) non si vede quasi più. Lo celebriamo con uno splendido racconto di qualche anno fa del nostro contributor Marco Bucciantini. Più che un articolo, un'ode a tutta la bellezza che ci ha insegnato Roberta. E che ci mancherà. Eccome se ci mancherà.
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Un rovescio morbido come un foulard di seta, e altrettanto frusciante, che non attraversa il campo, non solo: sussurra qualcosa di lontano. Una volée, impastata o secca, ugualmente naturale e preziosa. Una partita di Roberta Vinci, una qualunque, non si può solo osservare. È una porta spalancata che ti invita a entrare, è uno spazio che si apre. Le partite di Roberta Vinci sono un viaggio, un libro, un quadro. Ognuno può animare la fantasia con percorsi personali. Sono partite che “trascinano” dentro, come un richiamo primitivo, riproponendo l’archetipo della sfida, il confronto per eccellenza: lei e le altre (quasi tutte). Sembrano romanzi cavallereschi, dove si allineano una serie perfetta di stili contrari, di personaggi e vizi e virtù, e promettono di mescolare tutto al meglio, e di danzare sopra la sorte di tutti, lasciando a disposizione un finale diverso.

Questa è una suggestione che arricchisce una partita di Roberta, arrivata fra le prime dieci giocatrici del mondo. Conta molto anche il gusto, il tormento di un tennis perduto, che ancora vocia, perché è stato seppellito in fretta.

Poi c’è una considerazione, altrettanto esagerata. Non riguarda lei e le altre, ma lei e noi. Lei e il suo paese, l’Italia. Lei e i suoi concittadini: gli italiani. Anche questo è un tormento. Quando nel lontano 2011 ho visto Roberta sconfiggere l’allora numero uno, Caroline Wozniacki, la giocatrice che un calcolo matematico imponeva come la più forte del mondo, ho chiamato il direttore di questa rivista, deciso a non lasciarmi rigirare in mano questa vittoria agostana (era l’11 di quel mese, a Toronto), ma di vestirla degli impegnativi panni di una speranza, cercando significati maggiori. Lei batteva la più forte del mondo, che la sovrasta per fisico e potenza, con il suo arsenale – appunto – di foulard e volée. È come confrontare due ere diverse, quella della spada e quella della polvere da sparo. Le altre sparano, lei taglia il rovescio, e la palla vola via come fosse alleggerita, derubata della sua forza, snaturata e restituita di nuova vita, e infatti torna indietro con rotazione opposta. Lei ha uno schema diverso dalle altre, che non hanno schema: guadagnare il campo, tutto, anche in avanti, dove non viene più nessuno, per giocare senza calcolare il rimbalzo, e azzardare il colpo più bello di questo sport, il tocco al volo. Il tennis nasce per questo scopo: scambiare, prendere il campo all’altro, chiudere. È uno dei pochi sport che con il tempo ha “ridotto” le sue possibilità, aumentando solo la velocità impressa alla palla. Negli altri sport, il progresso ha ampliato la dotazione di un atleta. Nel tennis no. In fondo, confrontando un match di oggi con uno di 30 anni fa, la seconda cosa che si nota (dopo, appunto, al ritmo cresciuto degli scambi) è che di tennis oggi se ne gioca meno. Due colpi sono pressoché spariti: il rovescio a una mano nella versione tagliata e la volée concepita come sbocco naturale della costruzione del gioco.

Poi ci sono le eccezioni, e fra loro c’è Roberta. In ogni consorzio umano ci sono persone migliori, più capaci. E altre che seguono il gruppo, allevate nelle accademie, dove tutti giocano allo stesso modo. In altri sport, poi, la logica del gruppo è svenduta di retorica stucchevole, e logiche del “gruppo”, in fondo, sono la condanna di questo Paese: la selezione per cooptazione, per simpatia, per parentela. Sono la via più comoda per chi detiene il potere, fortificandolo di fedeltà, nell’imbecille convinzione della supremazia della conservazione. Più un Paese è in crisi, e crescente sarà la sua paura verso l’azzardo. Per questo bisogna soffiare dentro ogni piccolo refolo di vento contrario in questo periodo di aria stagnante, di finanziarie tutte uguali, di deputati che sfilano in maniche corte per trenta secondi di niente al telegiornale, di lotte parlamentari per un punto di Iva in più, per un anno di lavoro in più prima della pensione. Mai uno che considerasse la volée di rovescio, che sparigliasse il vuoto linguaggio comune. Tutto si consuma nel solito solco di un Paese che ha fatto debiti enormi, e finge di rimediarvi con ricette senza genio. Un’Italia di santi, poeti e navigatori, però sono rimasti solo i santi sul groppone. Di questo si parla, enfatizzando, anche. Scoprendo che una partita può avere uno stile.

Ogni partita di Roberta, anzitutto, ne mescola due, essendo il suo praticamente unico, singolare, suo proprio. Altre sono capaci di variare. Altre sono capaci di inventare. Altre praticano la rete con medesima convinzione. Ma nessun’altra tesse lo scambio con il rovescio come lei. Le partite della Vinci hanno anche un rumore diverso: non più stoc-stoc-stoc-stoc... ma ogni botta viene assorbita, confusa, aggraziata. Roberta ha un tennis coraggioso perché le altre lo evitano per puro calcolo: oggi si picchia, sempre, tutto. Wolfgang Goethe, cui non mancò l’audacia e la convinzione per cimentarsi su tutto quanto offrisse la facoltà umana, lasciò una complessa definizione del coraggio: “Le idee ispirate dal coraggio sono come le pedine negli scacchi, possono essere mangiate ma anche dare avvio a un gioco vincente”.

Certo, un rovescio in back, oggi, lo puoi divorare. Una Serena Williams te lo può trangugiare e risputare a velocità quadrupla. Può lasciarti perfino il senso di vergogna di chi non è attrezzato alla battaglia moderna. Ma può aprirti un gioco, può assicurarti la rete. “Faccio così da sempre. Da piccola frequentavo il circolo dove andava papà. Lui era commercialista, e con il tennis riempiva un po’ del tempo libero. Avevo cinque anni, mi sembrava naturale avvicinarmi alla rete e rimandare i colpi al volo, mi sembrava il modo più rapido e meno faticoso”.

Le carezze di Roberta Vinci

Inondo Roberta delle mie aspettative, delle mie considerazioni sul paese. Quegli speranzosi vestiti non vuol metterli addosso. Al limite, Roberta accetta di vantarsi per il suo bel gioco, che paradossalmente doveva impedirle di diventare anche forte e vincente, per lasciarla confinata al doppio. “Ringrazio i maestri per avermi conservata”. Hanno fatto di più, una mutilazione miracolosa: “Usavo il rovescio a due mani, ma soffrivo dolori al polso sinistro e passavo molte settimane ferma per curarlo. Questo mi toglieva continuità. Ero ormai 'fatta', a 17 anni, e decidemmo comunque di togliere una mano dal rovescio”. Per questo è quasi sempre portato dall’alto verso il basso, in controllo. Non è stato assimilato negli anni della crescita. Eppure, un tempo si giocava così, in “ciop”, cercando la radenza del colpo, il sibilare sulla rete, il rimbalzo basso e sfuggente. Mica quei top inutilmente vigorosi, tre metri sopra la rete. “Certo che quel rovescio si è incastrato bene nel mio gioco, e sulla rete posso volleare senza cambiare presa. Altro tassello: “Ho cambiato il dritto, era più aperto, l’ho chiuso un filo per avvicinare le due impugnature”.

Torniamo al Paese, che vola basso, mortifica il talento, lo lascia fuggire via. Lo invecchia di precariato, di contratti a termine. Che fa a pallate con la modernità, per non saperla sfidare con coraggio. “Se io facessi a pallate, sarei massacrata”, dice Roberta, 32 anni, tre centimetri sopra il metro e sessanta, venti centimetri sotto le rivali. “Non ho un gran fisico, eh...”. Dipende. Ha vinto dieci tornei in carriera, sei sulla terra rossa, tre sul cemento, uno sull’erba. Il suo tennis colto si può imparare: “Da lontano non è facile vivere l’Italia. Capirne i problemi. Ci informiamo su Internet, e magari si diventa più affezionati. La sera, con le altre, giochiamo a carte, andiamo al ristorante, ma non parliamo di politica. Qualcosa ci sfugge, la sfiducia ossessiva, questo lamentarsi sempre, questo incentrare tutti i discorsi sui problemi. Perché all’estero continuiamo ad avere un buon nome”. Anche questo, dipende.

La madre faceva e fa la casalinga, un mestiere che dura tutta la vita, senza pensione. Il fratello giocava a tennis ma ha smesso, per non doversi sentire ripetere: “Sei il fratello di quella che vince...”. Sì, lo è. “Ma adesso è il mio primo tifoso e comunque avere un fratello più grande che gioca a tennis è uno stimolo per migliorarsi...”. Taranto è ancora casa sua, il posto fermo, il mare. Il panorama di una giornata ideale. “Un caffè, un bar carino, un pranzetto al sole, magari con il rumore del mare in sottofondo, una vittoria nel pomeriggio, una passeggiata, una pizzetta la sera con le amiche. Un film sentimentale al cinema, dove non mi piace soffrire: questa è una giornata perfetta, scrivila così, tutta in fila”.

Le carezze di Roberta Vinci

Negli anni pugliesi finiva sempre allo stesso modo. “Io e Flavia (Pennetta n.d.r.) in finale, ovunque. Amiche e anche rivali, per circostanza. Due modi diversi di giocare, lei picchiava più forte, io ero magra, mangiavo poco, ma avevo un bel tennis, duttile, e imparavo in fretta. Per questo poi fu possibile reimpostare le impugnature sui colpi da fondo”. Lei e la Pennetta: una regione, due mari, lo Ionio e l’Adriatico, due tenniste arrivate fra le prime dieci del mondo.

Ma la Puglia finì in fretta. “A 13 anni sono andata a Roma, in Federazione. Da lì, la sorte era segnata: tennis, tennis, solo tennis. Sono stati anni duri, sempre in campo. Lo capisci dopo che ti sei persa qualcosa che non puoi ritrovare più. Una certa adolescenza, una spensieratezza sovrastata dalle aspettative, dagli obiettivi negli allenamenti e nei tornei. È come crescere in collegio, non hai niente, e per questo niente può mancarti. Non lo sai. In realtà manca il tempo per essere ragazze. Veniva il professore all’Acquacetosa a insegnarci la ragioneria: nemmeno potevamo vivere la scuola, la promiscuità, la semplicità. Nella nostra memoria non c’è quel patrimonio condiviso da tutti gli altri, quegli anni uguali per tutti, ma non per noi. Uscivamo poco, con l’accompagnatrice, e nel programma del giorno mancava una cosa: la normalità”.

A uno sportivo non puoi chiedere: cosa avresti fatto nella vita, se non avessi avuto il tuo talento. Ogni risposta di fantasia è un trucco. “Non ho avuto altre passioni, non le ho conosciute. Della scuola ho i ricordi di Taranto, ero troppo piccola, non mi sentivo portata, durante i compiti in classe cercavo di scopiazzare. Questa vita ho mangiato, questi campi, questo mestiere. E questo farò: mi vedo in un circolo a insegnare tennis. Una scuola per bambini, imparare loro a tenere in mano una racchetta, a variare l’impugnatura, capire da come cercano la palla se posseggono quel talento per continuare”. Parla e vede qualcosa. “A Taranto: è casa. Lì torno in vacanza, l’unico momento mio durante l’anno”.

Ci sono molti sogni nel suo tennis. “Adoravo Edberg, quel modo di stare in campo, quella purezza nel gioco di volo. E prima di lui, Martina”. Di Martina basta il nome, per chi conosce il tennis. Quel gioco cerca di ripetere, in modo meno ossessivo, giacché oggi nessuno può giocare serve and volley su ogni palla. Da allora un’altra cosa è cambiata: se un tempo per questi manieristi la terra rossa era avversa, patria di altri, oggi con le eccessive velocità dei possenti scambi da fondo è forse l’unica dove un attaccante può organizzare il suo gioco. “Io la partita della vita me la giocherei sulla terra” conferma infatti Roberta. “Difendo meglio, e poi trovo il tempo per lavorare lo scambio con il back, e piazzarmi a rete. Il mio obiettivo era battere un giorno la numero uno del mondo. È successo, anche se Caroline non era la più forte, ma occupava quella posizione perché Serena Williams giocava quando le andava (come sarebbe andata qualche tempo dopo a New York, allora, nemmeno Roberta lo poteva immaginare, ndr). Certo, sognando mi piacerebbe vincere Wimbledon, anche in singolare”.

Anche io vorrei vincere il Pulitzer, ma Roberta è messa meglio di me. Ci è arrivata piano, allenandosi a Palermo con Francesco Cinà. “Con lui ho migliorato molto il dritto e l’aspetto mentale. Rivediamo insieme le partite, le correggiamo”. A 18 anni era già in semifinale in un torneo dello Slam, come doppista. Quella poteva diventare una nicchia assai remunerativa della sua carriera e “molti mi consigliarono di specializzarmi. Ma io mi sono sempre pensata come singolarista, lavoravo per vincere di più, per scalare la classifica. Ho cominciato a crederci e non è finita qui”. Poteva finire prima, quando dentro la sua vita di tennista s’insinuò una domanda. “Era il 2005, tornai a casa, a Taranto. Dissi a mio padre: sono stanca. Per due mesi non toccai la racchetta, e passeggiai sul mare. Mi rendevo conto che avevo un dolore addosso: mi mancava il tennis. Si dice che a volte serve allontanarsi per riconoscere l’amore: lo ritrovai”.

Di lei, le altre direbbero tre cose: è introversa. Ma anche: è permalosa. “Sì, tanto. Non ho preso da nessuno di casa: è tutto orgoglio mio...”. E poi direbbero che è leale, che il tempo per aiutare gli altri lo trova. È arrivata dopo la Pennetta, che incuriosì gli italiani anche per la sua bellezza e per la sua storia con Moya. E dopo la Schiavone, che ha riportato la gente davanti alla televisione a vedere un match di Roland Garros. Adesso c’è anche lei: “Non sono vanitosa, ma se mi chiedono una foto mi fermo, sorrido, abbraccio, firmo autografi: mi fa piacere. Dopo, quando avrò finito di girare il mondo, vorrei crescere una bella famiglia. Ma ora non posso. Colpa del tennis: chi se la prende una che non c’è mai, che non ha vita privata?”.

Le chiedo se per caso non senta su di sé un compito estetico, un dovere di mostrare quel suo tennis “fondamentalista”, e seminarlo nella memoria di tutti gli appassionati, perché nessuno lo dimentichi. “Io voglio solo vincere le mie partite, arrivare a rete e mettere la volée di rovescio nell’angolo”. Aspetteremo quelle carezze.

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