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Lacrime e coraggio: la lezione di Pete

Melbourne, 1995: uno dei momenti più drammatici nella storia del tennis. Con l'amato coach Tim Gullikson vittima di un tumore al cervello, Pete Sampras scoppiò a piangere durante il match contro Jim Courier. Ma dopo ogni lacrima, sgorgava un ace o un colpo vincente. Vinse in cinque set, mostrando al mondo cosa significa combattere.
Lacrime e coraggio: la lezione di Pete
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Riccardo Bisti
2 December 2017

Quelli bravi dicono che le lacrime emotive contengono ormoni dello stress. Tramite il pianto, il corpo riuscirebbe ad espellerli. Piangere di getto, insomma, farebbe bene. Spesso il tennis è stato accompagnato dalle lacrime. Gioia, dolore, commozione: il nostro sport è in grado di accendere qualsiasi tipo di condizione umana. E i giocatori che piangono, disposti a mettere a nudo i loro sentimenti, hanno un fascino particolare. Un fascino ancora più grande quando l'episodio va in contrasto con una carriera intera. È successo a Pete Sampras in una serata australiana di quasi 23 anni fa. Lacrime, ace. Urla del pubblico, lacrime, ace. Frase infelice dell'avversario, lacrime, ace. Ma per spiegare cosa è successo nei quarti dell'Australian Open 1995, contro Jim Courier, bisogna fare un passo indietro. Dal 1992, Pistol Pete era allenato da Tim Gullikson, ex buon giocatore degli anni 70-80. Discreto in singolare, ancora più bravo in doppio, dove è stato n.3 del mondo e finalista a Wimbledon con il gemello Tom. Sotto la sua guida, è diventato n.1 del mondo e ha vinto i suoi primi cinque Slam. Un sodalizio perfetto, sia sul piano tecnico che su quello caratteriale. A fine 1994, Gullikson soffrì di una serie di convulsioni. I neurologi tedeschi scoprirono un coagulo di sangue nel cervello, così la prima diagnosi parlò di un problema cardiaco congenito. Parzialmente rassicurato, Gullikson volle accompagnare Sampras in Australia. Tuttavia, durante un allenamento, crollò a terra. Dopo i primi esami in Australia, fu rispedito a Chicago per ulteriori accertamenti. Quando Sampras scese in campo contro Jim Courier, la diagnosi non era ancora definitiva. Ma sapeva, dentro di sé, che era qualcosa di molto grave. Qualche tempo dopo, arrivò la mazzata: tumore al cervello, incurabile. Sul campo da tennis, Pete Sampras era restio a manifestare le proprie emozioni. Non solo: per lui, esprimersi troppo non era un pregio. Semplicemente, denotava minori capacità di autocontrollo. “Preferisco lasciar parlare la racchetta”, rispondeva a chi lo accusava di non essere un personaggio. Di certo, pochi conoscevano il vero Sampras. Tra loro, Tim Gullikson. A differenza di Pete, era molto estroverso. “Si faceva davvero voler bene” dice Andre Agassi. “È stata una delle persone più benvolute che abbia mai incontrato nel circuito” ha continuato Courier. In lui, Sampras aveva trovato la persona giusta. Non si limitavano a lavorare sul campo: andavano a cena insieme, giocavano a carte, si prendevano in giro. “Era molto più che un semplice allenatore – ricorda Sampras – era il mio migliore amico. A lui ho raccontato molte cose che non avevo detto a nessuno”.

Lacrime e coraggio: la lezione di Pete

10 MINUTI DI DISPERAZIONE
Mentre preparavano il match di terzo turno contro lo svedese Lars Jonsson, Gullikson svenne sul campo. Fu Tom a portarlo in ospedale: gli dissero che aveva un melanoma al cervello, con un'aspettativa di vita dai tre ai sei mesi (gli esami più approfonditi, negli Stati Uniti, rivelarono che non aveva un melanoma, ma era vittima di ben quattro tumori al cervello). Tuttavia, decise di non dire nulla a Sampras. Quando il n.1 del mondo lo andò a trovare in ospedale, gli dissero che aveva superato alcuni test in una clinica privata, e che doveva tornare a casa. Ma quando gli parlarono, non riuscirono a trattenersi e scoppiarono a piangere. Rimasero sul vago, ma era chiaro che la realtà fosse molto pesante. Poco più tardi, nello spogliatoio di Melbourne Park, Sampras origliò una discussione tra alcuni coach. Parlavano di tumori al cervello. Nella sua autobiografia, uscita nel 2008, ha scritto: “Dovevo scendere in campo e giocare bene. L'ultima cosa di cui Tim aveva bisogno era sentirsi responsabile del mio rendimento. Era il tipo di persona che avrebbe reagito in quel modo”. In una condizione mentale inedita, Sampras scese in campo sulla Rod Laver Arena (che non si chiamava ancora così) per sfidare il roccioso Jim Courier, vincitore del torneo nel 1992 e nel 1993. Perse i primi due set, ma combatté per conquistare il terzo e il quarto. All'inizio del quinto, uno spettatore urlò dagli spalti: “Forza Pete, fallo per Tim!”. Non riuscì a trattenere le emozioni. Le aveva imbottigliate per quattro set, ma sgorgò tutto per tre game. Almeno 10 minuti di disperazione. Quando succede qualcosa di tragico, la devastazione è interiore. Le lacrime non arrivano subito. Può volerci un'ora, o magari qualche giorno. Ma quando il momento arriva, è incontrollabile. Il problema di Sampras è che è successo in mondovisione. È stato un momento straziante, ma a modo suo spettacolare. Nonostante le lacrime di disperazione, era in grado di giocare un tennis dirompente.

LA FORZA DELLA PERSEVERANZA
Tra un punto e l'altro, Sampras piangeva. Ma non appena metteva in gioco la palla, ritrovava la concentrazione. In questo filmato, lo si vede seguire a rete un buon servizio e coprire la rete con una complicata demìvolèe. Piange, ma non appena guarda il suo avversario, ritrova improvvisamente lucidità. Subito dopo, spara addirittura un ace centrale. Nonostante i punti incassati, continua a piangere. La gente se ne accorge, a partire dalla fidanzata Delaina Mulcahy. Se ne accorge anche il suo avversario. A un certo punto, Courier dice: “Tutto ok, Pete? Se vuoi, possiamo fare domani”. Non aveva cattive intenzioni ma fu di cattivo gusto, anche perché scatenò le risate del pubblico ignaro. Nonostante la situazione potenzialmente devastante, Sampras si è asciugato le ultime lacrime e ha tirato un altro ace. Dopo il terzo game, ha ritrovato un pizzico di compostezza. Poco più tardi avrebbe brekkato Courier e si sarebbe imposto 6-7 6-7 6-3 6-4 6-3. Non ci sarebbe stato il lieto fine: Pete avrebbe perso in finale da Andre Agassi, rivitalizzato dalla cura tecnica di Brad Gilbert e dal fidanzamento con Brooke Shields. Nel maggio dell'anno successivo, ad appena 44 anni di età, Gullikson sarebbe morto nella sua casa di Wheaton, nell'Illinois. Dopo la sua scomparsa, Tom Gullikson (che all'epoca era il capitano della Davis americana) creò la Tim & Tom Gullikson Foundation, che fornisce aiuto economico ai malati di tumore al cervello e alle loro famiglie. Con un nuovo allenatore al suo fianco (Paul Annacone), Sampras vinse altri nove Slam e rimase al numero 1 ATP fino a fine 1998. Ha chiuso la carriera vincendo lo Us Open, Slam numero 14. Nessuno pensava che sarebbe bastato un decennio a Federer e Nadal per raggiungerlo e superarlo. Anche nella vita privata è rimasto fedele a se stesso: la fidanzata di quella sera, Delaina, sarebbe evaporata nel 1996. Molti pensano che nessuno abbia mai amato Sampras come lei: si può leggere anche così la causa legale che, neo-avvocatessa, intentò dopo la separazione. Voleva un risarcimento per "averlo sostenuto" nei suoi anni di carriera. Gesto disperato, da donna ferita. Dopo un'avventura di transizione con l'attrice Kimberly Williams, si è sposato con l'altra attrice Bridgette Wilson e ha messo su famiglia. Tutto preciso, tutto perfetto. Salvo quei tre game di Melbourne, in cui ha mostrato le sue fragilità in mondovisione, ma senza perdere il suo grande tennis. Ancora oggi, quei 10 minuti sono una delle più grandi fonti d'ispirazione offerte dal tennis. Pete Sampras, Mr. Perfect, ha dimostrato che si può perseverare anche nei momenti bui. Ha mostrato a tutti cosa significa combattere, per davvero. Che fosse su un campo da tennis non aveva, in quel momento, una grande importanza.

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