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Semplicemente il Palpa, «il più forte»

Poteva diventare un fuoriclasse. Lo dicono tutti, da Panatta a Bertolucci, da Nargiso a Canè. Invece Roberto Palpacelli, classe 1970, è finito nel tunnel più buio, quello della droga e dell'alcol, ma ora sta provando a ricostruirsi una vita lontano dai suoi demoni. A partire dal treno delle 5 del mattino...
Semplicemente il Palpa, «il più forte»
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Federico Ferrero
23 aprile 2018

Articolo pubblicato sul numero di aprile 2018 della rivista Il Tennis Italiano

Riano, provincia di Roma, un giorno del 1985. Dal telefono a gettoni del centro tecnico del Coni parte una chiamata: «Adriano, sono Paolo. Devi venire subito, qui c’è un under 16 che sta facendo un provino ma con gli altri non c’entra niente. Certo che dico sul serio. È mancino, la palla gli esce che è una meraviglia. Devi vederlo». Paolo era Bertolucci. Adriano era Panatta, allora direttore tecnico della Fit e pure febbricitante, ma andò ugualmente a vedere quel ragazzino che al suo circolo, a San Benedetto del Tronto, si allenava col maestro Ferrante Rocchi (ex 153 ATP) e tutti lo chiamavano Virgola, perché era magrissimo. Panatta arrivò e restò folgorato. Lo convocò in segreteria: «Ragazzino, come ti chiami? Noi vogliamo farti entrare nel gruppo. Sì, in nazionale: pensiamo a tutto noi, allenamenti, sistemazione, pasti. Dormirai con gli altri al residence Parioli in città, al mattino verrà il minibus a caricarvi». «Salve, io sono Roberto. E in questo lager non ci voglio stare un giorno di più, altro che venirci a vivere».

Qui finisce la storia, meglio, una delle storie al limite del concepibile di Roberto Palpacelli, un Enea apocrifo del tennis, un eroe mitologico del quale nessuno, però, ha mai scritto nulla. Al suo nome è associata una quantità di leggende metropolitane abnorme, per un giocatore che ha un solo dato ufficiale: il 1.355, cioè un punto ATP, nel 1999. Una messe di racconti e aneddotica tramandati di bocca in bocca, che la conoscenza collettiva di Internet non solo non ha chiarito, anzi, ha contribuito a dilatare fino a sconfinare nell’imponderabile: «Ha battuto tre volte Boris Becker», «A trent’anni, con la sigaretta in bocca, ha dato 6-1 6-1 a Volandri», «Ha vinto una partita in serie B tenendo in mano una bottiglia di birra», «Era il più forte di tutti». L’ultima è la frase più ricorrente, sul suo conto: era il più forte di tutti. A più di trent’anni dall’episodio di Riano, Paolo Bertolucci conferma: «Palpacelli era davvero speciale. Eravamo rimasti colpiti dal suo talento, ma già al raduno si vedeva che era un ribelle: non gli stava bene niente, si lamentava in continuazione. Capita così coi talenti, uno come Fognini è più difficile da governare di un Seppi, no? Solo che non ne volle proprio sapere: gli consigliammo di tornarsene a casa, pensarci bene e richiamarci. Naturalmente, quella telefonata non arrivò mai. Mi è dispiaciuto molto, perché era un pezzo raro; sembrava la accarezzasse, la palla, poi partivano fucilate. Stilisticamente era perfetto. Da lì, credo di averlo rivisto una volta sola, tanti anni dopo. Sapevo che stava passando dei problemi. Eravamo a Verona, ai campionati italiani, mattina presto, al bar: io presi un caffè, lui un Campari». Roberto Palpacelli, che a 48 anni ha accettato per la prima volta di raccontarsi dopo un corteggiamento piuttosto complesso, arriva a Giulianova in treno. Zainetto, stivaletti sportivi, capello corto, orecchino. «Se c’era un fotografo o un cameraman scappavo» esordisce, strizzando una Marlboro tra i denti. «Riano? Certo che lo ricordo. Mi dissero che mi sarei allenato con Riccardo Piatti che aveva il gruppo di Furlan, Caratti, Mordegan, Nargiso e Brandi, tutti ragazzi del ’70 come me. D'istinto risposi di no: mi proponevano tennis, pranzo, atletica; la sera, autobus e stanzoni. Ma io avevo altre cose per la testa: a quindici anni fumavo già le canne. L'anno dopo feci il primo tiro, intendo di eroina, e il problema fu che mi piacque».

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Sdoganato a sorpresa l’argomento più lacerante, quello su cui era più probabile si sarebbe girata la testa dall’altra parte, srotolare la bobina degli altri ricordi è quasi una scampagnata: «La federazione ebbe la cattiva idea di convocarmi in coppa Europa, a Sciacca. La prima sera facemmo la passatella, un giochetto alcolico tipico delle nostre parti. Finì che mi appartai con delle ragazzine svedesi che stavano nello stesso albergo e poi, preso dai fumi dell’alcol, spaccai un po’ di cose. Ovviamente mi cacciarono e non mi chiamarono mai più». A diciassette anni, la federazione depennò il suo nome dalle liste e lo mise tra gli indesiderabili.

Nato a Pescara, figlio di Giovanni Cecio Palpacelli, una talentuosissima ala destra di serie C di cui ancora si ricorda un famoso gol col Cosenza a Reggio Calabria nel ’59, baby Palpacelli cresce in una famiglia della media borghesia, due sorelle, la scuola, lo sport e un fisico fatto per essere atleta. Arriva al tennis per vicinanza, perché a calcio era bravo almeno quanto il padre: «I campi da tennis del circolo erano accanto a quello di pallone e avevamo fatto un buco nella rete per andarci a giocare di nascosto. Un giorno il maestro del club mi acchiappò, pensavo mi avrebbe mandato via a calci. Invece mi propose un provino». In quegli anni è tutto molto veloce e altrettanto facile: lasciato lo sport professionistico, Palpacelli padre venne trasferito a L’Aquila dalla sua banca e si portò dietro la famiglia. «Lì incontrai il maestro Totò Bon, uno bravo, da giocatore aveva anche battuto Panatta. Allenava me, Katia Piccolini e Pietro Angelini. Un anno, siccome i miei vedevano che miglioravo costantemente, una volta alla settimana mi facevano prendere l'autobus con mia sorella e andavamo a Roma da Vittorio Magnelli. Lì dividevo il campo con Eugenio Rossi (noto al pubblico del tempo per un flirt con Gabriela Sabatini, ndA), Stefano Pescosolido e Vincenzo Santopadre. Spesso Magnelli ci provava, mi chiedeva di trasferirmi da lui ma io rifiutavo perché ero, parole sue, una cap'ecazz. Aveva ragione: proprio non riuscivo a vederlo come un lavoro, il tennis. Mi accontentavo di diventare B1, come quelli che vincevano il torneo di Pescara, che per me era il centro del mondo. Lo vedevo come un punto di arrivo».

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Del periodo aquilano di Palpacelli è testimone Miska Ruggeri, per anni firma di Libero e oggi giornalista Rai, nonché grandissimo appassionato di tennis: «In Abruzzo, Roberto è a tutt’oggi una specie di leggenda. A pallone era famoso per lo stop: si sedeva sulla palla volante e la fermava col didietro. Proprio così, faceva lo stop di culo. Con la racchetta era capace di cose allucinanti. Un genio. Ma era matto: ricordo un torneo under 16 del nostro circolo contro il CT Firenze, che aveva Massimo Ardinghi, ai tempi fortissimo (poi 194 ATP, ndA). Palpa vinceva facilmente ma, siccome non si divertiva abbastanza, prese a fare gli smash col manico. Ovviamente finì col perdere. Al circolo, quel pomeriggio, lo volevano linciare». Lo stop di Riano si avvicina: «A 15 anni andammo a stare a San Benedetto del Tronto, presi ad allenarmi con Ferrante Rocchi. Quello fu l'anno del provino a Riano. Il circolo tennis, il Maggioni, è in centro, nell'isola pedonale. Solo che quando uscivo, invece di passare il tempo con i ragazzi con cui mi allenavo, preferivo incontrare gli spacciatori e i cosiddetti amici, quelli coi quali condividi quelle esperienze. Oggi sono morti praticamente tutti, a parte me... A pensarci, è una specie di miracolo che io sia ancora qui a parlare. Insomma, pian piano mi sono allontanato dal tennis: un po' perché non c'era nessuno del mio livello, un po' perché quella cosa lì, la dipendenza, diventa più importante di tutto il resto». Se gli si domanda chi avrebbe potuto tirarlo fuori dal pozzo, risponde al volo con un nome: Riccardo Piatti. E ne racconta un’altra delle sue: «A 26 anni giocai un satellite, un 10.000 dollari. Ero già messo molto male, eppure persi 6-4 al terzo contro il suo ragazzo, Ivan Ljubicic: fu una bella partita. Lui era 190 al mondo, io niente. Dopo il match, Piatti venne da me: mi aveva perso di vista dai tempi di Riano, disse che sapeva dei miei problemi, che non mi allenavo. Però era contento perché mi vedeva bene, visto che facevo partita pari contro Ivan, gli sembravo a posto. Allora mi disse: che fai ora di bello, Roberto? Gli risposi, sorridendo, che ero già prenotato per entrare in comunità, per disintossicarmi». Chissà la faccia di Piatti.

«Certo che lo ricordo, Roberto», dice nel 2018, come fosse passata una settimana. Dopo aver cresciuto Ljubicic, Djokovic, Gasquet, Raonic e ora Coric, a 59 anni Piatti ha fondato la sua accademia sul mar ligure, a Bordighera; di mondo e di umani con racchetta ne ha visti, ma la memoria di Palpa è viva: «Dice davvero che ero l'unico che poteva occuparsi di lui? Mi fa piacere. Solo che io, trent’anni fa, non sapevo di essere... Riccardo Piatti. Ero giovane, senza esperienza sufficiente per guardare troppo avanti. Avevo visto che era un talento, ma per seguire un ragazzo così ti servono l’intuizione, la saggezza e la pazienza che solo il tempo può darti. I miei Piatti Boys, Caratti, Furlan, Mordegan eccetera, erano tutti ragazzi molto concreti, lavoratori, pensavano solo a giocare. Lui no. Mi spiace tanto sia andata così. Ma che fine ha fatto?»

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In famiglia, come è ovvio, tutti sapevano, vedevano, si disperavano. Difficile non accorgersi di certe cose. Si fecero in quattro per aiutarlo: suo padre, sfruttando una prassi dei tempi, gli aveva anche proposto il suo posto in banca, una volta andato in pensione. Diplomato in ragioneria, il figlio poteva sostituirlo: ecco un’altra chance di fare una vita normale. «Mancai anche quella. Non ero uno da banca. Se avevo qualche soldo, mio padre diceva di mettermeli da parte, soprattutto nei periodi buoni. E c'erano tempi in cui facevo due milioni (di lire, circa mille euro ndA) alla settimana. Altro che libretto di risparmio: io li spendevo in sesso, droga e rock&roll, capito? Mi sono voluto divertire e questa è una cosa che non va d'accordo col tennis professionistico». In quattro anni, la discesa agli inferi: «Furono i peggiori della mia vita: a 24 anni il militare, a 25 la scuola nazionale maestri da cui fui allontanato perché capirono presto in che stato ero; a 26 finii in mezzo alla strada, letteralmente, neanche i miei volevano vedermi ridotto così. A 27, entrai in comunità. L’ultima occasione sportiva vera me la diede un’azienda che mi finanziò, nei primi anni Novanta, per farmi allenare. Solo che mi consegnarono quattro milioni di lire (duemila euro, ndA) per andare giocare dei futures in India. Uno come me, in India, con soldi in tasca. Più o meno è come lasciare un bambino nel paese dei balocchi. Al primo impatto, vidi una distesa di capanne di stracci, la gente che ti veniva incontro, i bambini, le fogne a cielo aperto. Stavo per risalire sull’aereo. Poi, a quel caos, mi abituai. Partii che pesavo 77 chili. Giocai la prima partita su un campo di sterco di bue, che da secco diventa una specie di gomma, contro un giocatore locale che ci era abituato, faceva sempre serve&volley. Poi, invece di ripartire per un altro torneo, mi fermai e in 16 giorni spesi tutti i soldi. Come, è facile immaginarlo. Persi 14 chili, non volevo più tornare in Italia. Lì iniziai davvero a mettermi nei guai».

Quello che viene da chiedersi, al di là di come sia riuscito a tornare vivo dal suo viaggio all’inferno («In effetti non lo so: una volta mi fecero la puntura di adrenalina nel cuore, neanche con quattro fiale di Narcan erano riusciti a recuperarmi»), è come Palpacelli possa essere riuscito a tenere una racchetta in mano. La natura, insieme al talento per il tennis, lo ha fornito di un fisico mostruoso: potente, compatto, velocissimo, leggero e violento, una combinazione di qualità da fuoriclasse assoluto. Lui si schermisce: «Ma no, il merito è di chi me lo ha insegnato: ad Ascoli mi seguì il coach di Pietro Mennea, il mitico Carlo Vittori, e mi insegnò a usare i piedi. Dopo aver lavorato con lui, coprivo il campo con due passi». Ma la verità è un’altra e la testimonia, tra le tante, una partita di una vita successiva. Anno 2012: Palpacelli ha 42 anni, un'età da cesto e tuta col cappuccio e, soprattutto, contro tutti i pronostici è ancora vivo. Si è innamorato dell’avventura sportiva del CT Mosciano, un piccolo e vivace circolo del Teramano animato da dirigenti entusiasti (Emiliano Macrini, Massimo Albanese, Tonino di Sabatino) che hanno un sogno, portare il club dalla serie C alla serie A. Per farlo, serve una stella. Palpa, che è un sentimentale, ci sta: gioca contro ragazzi di vent’anni più giovani e in due anni perde una partita da mezzo infortunato il primo anno, un set il secondo. Trova clienti come Benincà, numero 1.200 ATP e sedici anni di vita sregolatissima in meno, e domina 6-3 6-0. Vincenti a pioggia, roba da spellarsi le mani. La memoria collettiva delle sfide degli anni Novanta, come a Recanati quando lui e Canè fecero quasi 4.000 spettatori e la gente si sedeva sulla collina per vederli giocare, o di San Benedetto 1991, quando diede lezioni di tennis gratuite a Vespan (ex 800 ATP), Santopadre (100 ATP) e Meneschincheri (131 ATP), richiama ancora gente da Marche e Abruzzo. Il pubblico non ha dimenticato e va a vedere il Mosciano perché hanno detto che c’è di nuovo lui, il Palpa, e sembra giochi ancora come ai tempi della coda di cavallo e del coltello (sì, fu visto tagliarsi i capelli in campo con il pugnale di Rambo).

Allo spareggio contro il Piacenza, Palpacelli sfida Adriano Albanesi 2.1, trent’anni, in formissima. Fa un caldo bestiale. Dopo un’ora di lotta, perde il primo set al tie-break. Si sdraia sulla panchina, cerca qualcosa nel borsone, tira fuori una sigaretta. Mentre fuma, paonazzo, dal pubblico qualcuno gli grida di non mollare, perché sembra voglia lasciare il campo, ormai esausto. Testimone dello scambio è Marco Gualdi, ex 800 al mondo e coach del Match Ball Bra, quel giorno suo avversario. «Palpacelli si girò, offeso, verso i suoi e disse che non gli dovevano rompere le palle, che tanto avrebbe vinto lui 6-1 6-1». Si sbagliò di poco: vinse secondo e terzo set 6-1 6-2. Albanesi e i suoi compagni non ci volevano credere. Finì innaffiando tutti con l’idrante e, un minuto dopo aver smesso di festeggiare, una fotografia catturò il suo demone: seduto su un gradino, lo sguardo nel vuoto, una Marlboro rossa tra le dita. Era già malinconico, come se la gioia non fosse un sentimento gratuito e si dovesse pagare col dolore.

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Di lì a poche settimane, Palpacelli fece perdere le tracce di sé «e quando smette di rispondere al telefono non è mai un buon segno», dice Massimo Albanese. Staccò il cellulare per andare ad affogare nei bar il suo male di vivere. Al circolo, anche se non è più affiliato, gli vogliono un bene dell’anima: «Roberto è unico – racconta Albanese, che ha un archivio digitale stracolmo di immagini e video di quegli anni felici. Chi entra in contatto con lui, lo adora: stare con lui significa ammazzarsi di risate e poi accettare delle grandi sofferenze». A poco a poco, si recupera il significato degli eventi e dei racconti. Gli sportivi amavano definire Paolo Canè come Cavallo Pazzo, Neurocanè, insomma, una specie di squilibrato dello sport. Al suo cospetto, tuttavia, sembrava un chierichetto: «Ma sì, Palpacelli, come no. Per un certo periodo me lo avevano quasi affidato, io ero di cinque anni più vecchio e dovevo provare a tenerlo d’occhio quando giocavamo il doppio insieme. Solo che ogni tanto mi faceva dei discorsi strani, di provare cose forti... Lo fermavo, non mi interessava. Se si parla di giocare a tennis faceva quello che voleva: io, così dotati, ne ho visti pochi. Era un Leconte italiano, tirava la racchetta a 16 chili, fisicamente faceva paura, gli riuscivano colpi che non avevi mai visto. Una volta, a Modena, durante un Open, non aveva le scarpe da tennis e giocò con quelle da calcio. Col pallone era spaventoso: tirava dei missili che portavano il portiere in rete. Era un ragazzo d’oro, solo che non riusciva a stare fuori da certi giri. Secondo me lo sport gli ha salvato la vita, perché senza quel fisico lì... C’erano volte che arrivava al torneo barcollando, vinceva 6-2 6-2 e andava a dormire negli spogliatoi. Non voglio dire che nessuno lo abbia mai aiutato sul serio, però spesso gli altri lo additavano come l’uomo nero perché beveva, o peggio ancora, e certe volta la mattina lo trovavano sdraiato sulle panchine».

Coetaneo di Palpa è un altro giocatore del quale andava di moda parlare come dello psico-tennista, del talento imbizzarrito. Solo che Diego Nargiso è stato a lungo top 100, due finali ATP, i successi da doppista in Davis. «Da ragazzino era spaziale, però non c’era modo di tenerlo a freno. Prima di perderlo di vista ricordo che andavamo a giocare i circuiti satelliti nel 1986, ’87: dalle sue parti era una istituzione, anche perché faceva cose da fenomeno. Era l'unico che giocava la gillette (la smorzata con la palla che torna nel proprio campo, ndA) nei match ufficiali e la gente ovviamente lo adorava. Mi hanno chiesto tante volte quanto sarebbe potuto diventare forte questo o quello. Nel suo caso posso dire che se divido i tennisti tra chi aveva i mezzi per diventare un professionista e mantenersi col tennis e chi no, lui stava dalla nostra parte. Solo che... mettiamola così: io ero al primo livello di pazzia, perché in campo perdevo il controllo ma fuori no. Paolino Canè era matto per l’80% del tempo; il Palpa era pazzo tutto il giorno. Poi c’è il quarto livello, il manicomio».

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Ed è in questa vita deragliata che si è inserita l’aneddotica: Palpacelli detesta telefonini e computer, però sa che circolano storie vere, verosimili e inventate sul suo conto «e mi scoccia, perché non ho mai rilasciato interviste a nessuno: non mi piace apparire. E poi mi dicono che su Internet c’è gente che manco so chi sia e che racconta la mia vita». Tocca a lui, separare il grano dal loglio: «Quella di Becker, che lo avrei battuto tre volte, è una bufala. Ma come, ha vinto Wimbledon a 17 anni e ne ha tre più di me, quando ci avrei giocato, all’asilo? Quella di Arazi (n.22 ATP nel 2001, ndA) è vera, nel senso che era lì col suo coach a giocare il torneo Open al Maggioni e rimasero stupiti nel vedermi giocare perché non vedevano differenze di livello tra me e lui. Quella di Clerici e Tommasi è vera». Cioè, è vero che Rino Tommasi lo definì in telecronaca uno dei più grandi talenti dopo Panatta, mentre Gianni lasciò un segno scritto su Repubblica, anno 1998, parlando proprio di Hicham Arazi: «Ho visto solo un altro padroneggiare la racchetta in quel modo, tale Palpacelli, mar-chigiano e non mar-occhino». Vera è quella dell’antidoping: «Una volta dovevo fare i quarti della serie A a Verona, in doppio con Corrado Aprili. La mia fortuna fu che il presidente del circolo gestiva una comunità per tossicodipendenti. Questo mi vide e disse: dovete perdere, anche se state vincendo, perché sennò ti fanno l'antidoping e ti radiano. Anche se l'eroina non è doping in senso stretto, anzi: alla fine aiuta l'avversario». Vero è che una volta, a Sanremo, invece di giocare sparì e lo ritrovarono al casinò. «Volandri no, vinse lui, anche se tutti i giochi andavano ai vantaggi, e soprattutto io avevo già più di trent’anni e non mi allenavo mai. Come sempre, del resto. Sono stato in serie B vent’anni, senza allenarmi».

Un’altra volta litigò con l’amico Andrea Spizzica, suo avversario a Riva del Garda. «Sono un tipo buono e caro, ma non sopportavo le scorrettezze: vinsi un punto verso la fine del terzo, lui chiamò il giudice arbitro, io non sapevo che lo conosceva e che sarebbe andato a lavorare lì l’anno dopo. Quello gli diede ragione, iniziai a vederci nero. Cercai di colpirlo con tutti gli smash. Il giorno dopo, il giornale locale titolò: Palpacelli, dieci minuti di follia. Stavo con una ragazza russa che vedeva per la prima volta una mia partita, rimase traumatizzata». Per non farsi mancare proprio nulla, un giorno diede una testata a un giudice arbitro a Senigallia. «Ma non era proprio una testata: lui si mise un cerotto sullo zigomo, io uscii dal campo e rimasi al telefono a discutere col mio avvocato sul da farsi». Lo stesso avvocato che quel famoso pomeriggio gli telefonò: «Robbe’, sei indifendibile». Era successo che si giocava la seria A1 al Maggioni di San Benedetto. «Io però non ero titolare perché ero arrivato al circolo già bevuto e chiaramente il capitano se ne era accorto. Sicché stavo lì a guardare gli altri; nel frattempo, passava qualche tifoso di calcio con le sciarpe, sulla strada per lo stadio. Entravano, davano un’occhiata ai match, poi passavano al bar e io mi prendevo da bere con loro: campari e gin, negroni, una sambuca. Una bottiglia, intendo. Finché, alle due del pomeriggio, mi convinsero a lasciare il club e mi portarono allo stadio. C’era Sambenedettese-Ascoli. A un certo punto, uno mi passò una fiaccola e io, dai distinti, siccome il braccio sinistro ce l’avevo bello allenato, lo tirai in mezzo ai tifosi avversari. Fumo, fuoco, un casino... Solo che c’erano anche le telecamere. Quando il mio avvocato tornò dalla questura, mi disse che nel filmato non solo si vedeva benissimo la mia faccia, ma anche la scritta sulla felpa: CT Maggioni, squadra serie A. Mi hanno dato tre anni: quando andavamo in trasferta, dovevo passare nella questura locale a firmare».

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Tanti, in questa storia, hanno chiesto che fine abbia fatto Roberto Palpacelli. Se la potrebbe passare meglio: non lavora più al circolo di Porto San Giorgio, quello dei Quinzi, né a Chieti, né gioca a Mosciano: a 48 anni e con la schiena malconcia, fare agonismo sarebbe troppo anche per uno come lui. Due anni fa, l’ultima palpacellata: in serie C trovò Pablo Galdon, ex 222 ATP, e gli vinse un set al tiebreak. I fantasmi sono tornati a fargli visita proprio in quei mesi, stavolta nascosti in una bottiglia, «che è la dipendenza peggiore di tutte, ti devasta, quando provi a smettere vedi il diavolo». Non si sa come, ma se ne è tirato ancora una volta fuori, nonostante la battaglia gli abbia lasciato un ricordino indelebile dalle parti del fegato. «Vivo a Pescara con la mia compagna e nostro figlio. Non guido l’automobile, quindi la mattina mi sveglio alle 3:50. Alle 5 prendo il treno per San Benedetto. Faccio qualche ora di tennis con amici e persone che conosco. Si fa fatica, alla fine del mese i soldi li dobbiamo contare». Al Dopolavoro ferroviario gli vogliono bene, lui cerca di ricambiare. Dopo l’ultima ricaduta non tocca più neanche una birretta, non un caffè, niente. Gira con un thermos di infuso di zenzero. La sera, a parte due giorni in cui si ferma dalla madre, torna in treno a Pescara, «salvo quando sono troppo stanco e rimango addormentato in treno, e magari mi sveglio che ho già saltato la stazione».

Dice di essere tranquillo anche perché, altrimenti, non avrebbe permesso a un giornalista di provare a guardargli dentro. Di essersi dato una calmata e di aver fatto pace con se stesso: «Per fortuna non mi pesa il fatto di non aver sfondato anche se la vita è dura, in famiglia lavoro solo io, il mestiere è precario ed è tutto un arrangiarsi. Magari riusciremo ad aiutarci se mi daranno la pensione sociale. Ma mi tiro su dal letto con motivazione, anche se a volte la sveglia pesa, perché ho una santa donna al mio fianco che mi ama e mi ha saputo perdonare, e un bambino da crescere, il mio bambino». Ne parla con gli occhi inumiditi, come del padre che «ha fatto in tempo a vederlo, il bimbo, prima di andarsene». Quel giorno, mentre gli facevano il funerale, Palpa si era fermato «a fissare la bara, mentre lo chiudevano. Mi ripetevo: ma allora è tutto qui? Davvero è tutto qui?»

Nei corridoi del tennis gira un detto provocatorio, secondo cui essere stupidi non basta per diventare forti, però aiuta: colpire diecimila palle al giorno, tutti i giorni, senza chiedersi perché, avrebbe reso Roberto Palpacelli un campione. Ma non sarebbe stato il Palpa.

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