Marco Caldara - 22 febbraio 2017

La rinascita di Harrison. Con un pizzico d’Italia.

Dopo aver toccato il fondo, Ryan Harrison sta pian piano tornando in alto. Ha appena vinto il suo primo titolo ATP, è tornato al best ranking (43) del 2012 e a 24 anni è ancora abbastanza giovane per porsi obiettivi importanti. Coach Peter Lucassen l’ha aiutato a rigenerare la mente e rialzarsi, e da gennaio è stato affiancato da… Davide Sanguinetti!


Non dev’esser facile sbagliare quando ti chiami Ryan Harrison, vinci la prima partita ATP a quindici anni e ti ripetono in coro che diventerai l’erede di Roddick, o di Agassi o di Sampras. Basta perdere qualche match di troppo, sbagliare un paio di stagioni e il carro del vincitore passa in fretta dal sold out al deserto, senza nemmeno il conducente. Ce ne sono stati molti, per non dire moltissimi, che promettevano tanto e hanno ottenuto pochissimo, e in Italia lo sappiamo bene. Il percorso da campione a bidone è più veloce di quanto si possa pensare, specie agli occhi del pubblico. Ma Ryan Harrison ha deciso di voler stare dall’altra parte, o almeno nel mezzo, come mostrato col primo titolo in carriera all’ATP 250 Memphis. Il 24enne della Louisiana ha visto da vicino il fallimento, l’ha accarezzato ed è ripartito, dopo aver resettato mente, mentalità e soprattutto cancellato un mix di pensieri negativi. Il momento peggiore è arrivato la scorsa estate: era fuori dai primi 150, ha perso nelle qualificazioni a ‘s-Hertogenbosh e Wimbledon, al primo turno a Newport, e quando è tornato a casa ha pensato addirittura di fermarsi fino a fine stagione. Ma il nuovo coach Peter Lucassen non gliel’ha permesso. L’ha trascinato in campo ogni mattina, con due mantra: “lavorare, lavorare, lavorare” e “colpisci quel tuo fo****o diritto”. Harrison ha capito che era l’ora di svoltare. Si è accorto che le persone che credevano in lui, ormai, le poteva contare sulla dita di una mano, e invece che abbattersi ha reagito, mostrando che – con o senza vittorie – la stoffa è rimasta. Lo stop fino a fine anno è diventato di una sola settimana: Ryan è andato a Washington e ha vinto due belle partite, poi altre due a Toronto, poi altre due (cinque comprese le qualificazioni) allo Us Open, con tanto di miglior vittoria in carriera contro Milos Raonic. È tornato fra i primi 100 e il progetto è ripartito.

IL PESO DEL PASSATO
Il titolo a Memphis l’ha rilanciato fra i top-50, proprio a quella posizione numero 43 che aveva fissato come best ranking nel luglio del 2012, a vent’anni. Una coincidenza? Magari no. È come se il nuovo Harrison sia riuscito a convincere gli dei del tennis a scontargli gli ultimi quattro anni e mezzo. Cancellati, dimenticati. Ora si riparte, con una fiducia ricostruita ma soprattutto una mentalità matura, forgiata da difficoltà che emergono nei suoi ragionamenti, come se le avesse assimilate per evitare di cascarci di nuovo. “La cosa più difficile – ha detto Harrison – è imparare ad accettare di non essere dove si vorrebbe, ma di poterci arrivare. Ho iniziato a vincere molto giovane, la gente ha conosciuto presto il mio nome, e quando qualche anno dopo ha visto che ancora non vincevo i tornei del Grande Slam ha smesso di aspettarsi qualcosa da me”. Non lo dice apertamente, però si capisce che gli ha fatto male. Ma ormai, per fortuna, è solo acqua passata. “I risultati ottenuti da giovanissimo avevano iniziato a pesarmi, invece le persone che mi stanno attorno mi hanno aiutato a vedere quelle esperienze in maniera positiva, e la mia mentalità è cambiata”. Il “non ci riesco più” è diventato “ce la posso ancora fare”, e il rapporto con papà Pat, coach dell’IMG Academy e suo primo maestro, è tornato sereno. “È la persona con cui ho battagliato di più nel corso degli anni, ma è anche quella di cui mi fido più di tutti. Lui ha commesso qualche errore nell’indicarmi la via giusta da seguire, mentre io non l’ho ascoltato quanto avrei dovuto. Ma oggi sono ripartito. Mi concentro giorno dopo giorno e ho un desiderio ardente di vittorie”.

IN PANCHINA C’È (ANCHE) SANGUINETTI
Non è stato facile vedere per anni e anni un sacco di altri giocatori vincere il primo titolo ATP, mentre lui prima di Memphis non aveva mai raggiunto nemmeno una finale. “Ogni settimana capitava a qualcuno di nuovo – ha detto – e sono arrivato al punto di chiedermi se a me sarebbe mai capitato. Da teenager ho giocato quattro o cinque semifinali, e mi aspettavo di centrare almeno una finale. Invece non è mai successo fino a questo torneo. Ma finalmente ce l’ho fatta: un tornado di emozioni”. Difficilmente un titolo ATP basta a cambiare le cose, ma Harrison merita fiducia. La sua non è solamente una vittoria, ma è a tutti gli effetti un nuovo inizio, con obiettivi molto importanti. Ha detto di pensare di poter arrivare fra i primi 20 e poi fra i primi 10, ma senza fretta. Per trovare il suo miglior tennis ha ancora tutto il tempo che vuole. Ci proverà insieme a Lucassen, ma anche con, udite udite, Davide Sanguinetti. Durante l’Australian Open l’abbiamo intravisto spesso a fianco del team Italia e si pensava potesse ottenere presto un ruolo (“se me lo chiedessero potrei pensarci, ma per ora non ci sono contatti, vado avanti per la mia strada”), invece proprio da gennaio ha iniziato a collaborare con Harrison. Lucassen, impegnato anche con la USTA, non poteva viaggiare col suo allievo ogni settimana, così Ryan è guardato attorno e ha scovato il 44enne viareggino, legato agli States per i trascorsi negli Anni ’90, prima ad allenarsi in Florida e poi al college di Los Angeles, dove ha studiato economia. “Dado” (che continua a seguire anche il cinese Di Wu) non era con lui a Memphis, ma ci ha lavorato durante l’Australian Open e lo accompagnerà spesso nel corso dell’anno, tenendo una base a Monte Carlo per i tornei europei. Un incarico molto stimolante. Sanguinetti non avrà inciso chissà quanto nella rinascita, ma è arrivato proprio nel momento ideale.

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