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La ricomparsa dei fatti

Il 2015 ha segnato la lunga vicenda processuale sulle accuse di combine a Daniele Bracciali e Potito Starace. Dopo una dura battaglia, i due (soprattutto Starace) se la sono cavata. Ma forse non è ancora finita.
La ricomparsa dei fatti
1 dicembre 2015

Tra i suoi tanti libri, Marco Travaglio ne ha scritto uno particolarmente interessante. Si intitola “La scomparsa dei fatti” e racconta di come l'informazione si sia impigrita, pronta ad accogliere le versioni dei potenti o gli umori dell'opinione pubblica senza indagare o semplicemente conoscere i fatti. “Guai a disturbare le opinioni con i fatti” ironizzava Travaglio. Il libro mi è venuto in mente durante l'ultima udienza del Processo Sportivo d'Appello a carico di Daniele Bracciali e Potito Starace, quando Filippo Cocco (uno degli avvocati di Bracciali) ha agitato una copia de “La Gazzetta dello Sport” durante la sua arringa, indignato per come l'opinione pubblica avesse già condannato il suo assistito senza che ci fossero prove. Già, le prove. L'intera vicenda processuale si è basata su indizi, a volte concreti, a volte aleatori...ma pur sempre indizi. Comprendiamo le difficoltà dell'accusa (nella fattispecie la Procura Federale FIT insieme alla Procura Generale dello Sport del CONI) nel provare un illecito sportivo complicatissimo da certificare, ma le norme processuali sono chiare: senza prove, non si condanna. Se il 2015 è stato l'anno di Novak Djokovic, Serena Williams e Flavia Pennetta, l'altra faccia del tennis – quella oscura, quasi nascosta – ha avuto i volti di Daniele Bracciali e Potito Starace, due giocatori a fine carriera ma che hanno dato un apporto più che discreto al nostro tennis, sia nella carriera individuale che in Coppa Davis. Il terremoto è scoppiato il 15 ottobre 2014, quando la Gazzetta ha pubblicato le prime intercettazioni riguardanti le chat tra Bracciali e Manlio Bruni, uomo chiave del cosiddetto “clan dei bolognesi” che provava (e a quanto pare riusciva) ad alterare i risultati di alcune partite di calcio per ottenere guadagni illeciti tramite le scommesse. L'inchiesta “Last Bet”, condotta dalla Procura di Cremona, si occupava solo di calcio ma le intercettazioni hanno aperto una sostanziosa appendice tennistica. La giustizia ordinaria ha tempi piuttosto lunghi. E' di pochi giorni fa la richiesta di rinvio a giudizio del PM Roberto Di Martino: oltre a Bracciali e Starace, ha chiesto che vadano a processo anche Manlio Bruni, Roberto Goretti, Francesco Giannone ed Enrico Sganzerla. Sarà il GUP a decidere se la vicenda finirà qui oppure andrà davanti a un giudice. Nel frattempo, lo snerbante procedimento sportivo si è protratto per tutto il 2015. Nel momento in cui scrivo (inizio dicembre 2015) è ancora in ballo il terzo grado di giudizio, il Collegio di Garanzia del CONI a cui si sono rivolti sia Daniele Bracciali (per chiedere l'annullamento della sanzione di 12 mesi) che le Procure (per chiedere il ripristino della radiazione). L'udienza è prevista mercoledì 16 dicembre e naturalmente seguiremo la vicenda. Ad oggi, dopo un anno di processi (reali e da bar) e un infinito numero di udienze, la situazione è questa: assoluzione piena per Starace, dodici mesi di squalifica per Bracciali (che scadranno in febbraio).

Ma come si è arrivati a queste sentenze? E, soprattutto, cosa è successo veramente? L'unico modo per capirlo era seguire i processi e comprendere su cosa si basasse l'accusa e su cosa la difesa. Nessun organo di stampa ha pensato di farlo. Risultato? Un'informazione grossolana e colma di imprecisioni. Ad esempio, tanti hanno scritto che Bracciali e Starace fossero coinvolti in chissà quale organizzazione. Alla prova dei fatti, il processo sportivo ha riguardato solamente una partita: Starace-Gimeno Traver, primo turno del torneo ATP di Barcellona 2011. Sugli altri match non sono state trovate prove sufficienti da sostenere l'accusa. Al Conde Godò, Starace si ritirò in avvio di terzo set, dopo aver vinto il primo e perso il secondo. Nei giorni precedenti, e nel giorno stesso della partita, la combine sarebbe stata organizzata dal Bruni e da un'utenza telefonica salvata come “Braccio 2” nella sua rubrica. Buona parte del processo (almeno quello di merito, visto che si è parlato – troppo – di questioni formali e procedurali) si è giocata su questo punto. La difesa ha presentato un rapporto della Questura di Cremona, in cui si certificava che tale utenza fosse riconducibile a Enrico Sganzerla, o meglio alla sua compagnia di allora. Sganzerla è un'altra figura del clan, il cui nome è comparso in alcune chat e intercettazioni. Al contrario, l'accusa ha ritenuto che la somma degli indizi costituisse una prova schiacciante della colpevolezza di Bracciali e, di conseguenza, di Starace. “Braccio 2” sosteneva che “fosse tutto a posto” e che Potito “fosse d'accordo”. L'enorme mole di intercettazioni ha evidenziato tante chiacchiere, tante presunte situazioni che però non hanno mai trovato riscontro nella realtà, se non nell'andamento del match di Barcellona, in cui l'evoluzione del punteggio è stata in effetti favorevole a un certo tipo di operazioni “live” per pronosticare il successo di Gimeno Traver a una quota piuttosto invitante. Chiacchiere, supposizioni, indizi anche pesanti. Da parte sua, Bracciali ha ammesso di aver sostenuto delle conversazioni con il famigerato Bruni, e non c'è dubbio che abbiano parlato anche di faccende illecite. La chat del 2007, durante il torneo di Newport, non è mai stata negata. Ma prove di illecito non ce ne sono. Semmai, parlare con una persona di dubbia moralità può violare l'articolo 1 del Regolamento di Giustizia FIT, che parla genericamente di correttezza e integrità. Ed è proprio questo che è costato a Bracciali i dodici mesi di squalifica nella sentenza d'appello.

Attenzione: non stiamo dicendo che Bracciali e Starace sono innocenti. Non possiamo affermarlo con certezza. Ma non possiamo affermare nemmeno il contrario. E nel dubbio, le regole processuali stabiliscono che non si deve condannare. Per questo aveva sorpreso la sentenza-shock del Tribunale Federale, pubblicata il 6 agosto: radiazione per entrambi. Basandosi sul criterio civilistico del “più probabile che non”, il Tribunale presieduto da Giorgio Gasparotto ha accettato in toto le tesi accusatorie e ha cancellato i due imputati dalla geografia del tennis. La stessa sentenza, nelle sue 46 pagine, riconosceva che non vi era certezza dell'illecito. Però ha ritenuto sufficienti gli indizi, avventurandosi in considerazioni tecniche francamente imbarazzanti che – col senno di poi – sono diventate un'arma per la difesa. Il Processo d'Appello, presieduto da Alfredo Biagini, ha affrontato la vicenda in modo diverso, disponendo alcune testimonianze e operando con grande velocità: sentenza ribaltata. In sintesi, le 54 pagine firmate insieme a Luigi Supino e Mario Procaccini, affermano che non vi è alcuna prova dell'illecito e dunque non deve esserci condanna. Come detto, la vicenda non è ancora finita perché manca la pronuncia del Collegio di Garanzia CONI. Comunque vada a finire, il 2015 sarà ricordato (anche) per questa infinita vicenda. Lorenzo Cazzaniga ne ha compreso la delicatezza e mi ha sguinzagliato in giro per l'Italia, a caccia di un'informazione corretta e imparziale tra aule, udienze e sale riunioni. Il Processo di primo grado si è tenuto a porte chiuse: nonostante la nostra istanza, il Tribunale (sentite le parti) ha optato per l'udienza in camera di consiglio, appellandosi all'articolo 100 del Regolamento di Giustizia. Poteva farlo, anche se il Codice di Giustizia del CONI ammette la presenza dei giornalisti in certi casi (e il procedimento Bracciali-Starace rientra senza dubbio nella categoria). Pur rispettando le motivazioni, che peraltro mi sono state fornite oralmente, non le ho ritenute così incisive. In virtù di questo, abbiamo insistito in secondo grado e lì il Collegio ha accettato la mia presenza, dando quella che mi è parsa una grande dimostrazione di civiltà e trasparenza. Per questo, la mia testimonianza diretta riguarda solo il processo di secondo, mentre per il primo mi rifaccio a una frase di Daniele Bracciali: “Nelle prime udienze ho avuto la sensazione che la sentenza fosse già scritta. C'era un clima abbastanza inquisitorio. Poi, col passare del tempo, ero diventato più ottimista perché mi sembrava che il Collegio ascoltasse e capisse le nostre ragioni. Dopo l'ultima udienza, francamente, ero convinto dell'assoluzione. Invece sono stato colpito da un fulmine a ciel sereno”. Il Processo d'Appello, a parte le lunghissime discussioni sugli aspetti preliminari, ha mostrato un clima sereno, con il Collegio attentissimo a raccogliere più elementi possibili.

C'è poi stata la vicenda umana. L'aspetto professionale resta prioritario, ma non si può dimenticare che Bracciali e Starace si sono giocati il loro futuro. La radiazione avrebbe impedito qualsiasi attività futura nel mondo del tennis. Potito ha dissimulato la tensione per l'intera durata del processo, ma alla fine era chiaramente provato. Lo ha testimoniato la sua voce nella nostra intervista dopo la sentenza di assoluzione, ma anche il tono tremolante con cui ha rilasciato alcune dichiarazioni spontanee nell'ultima udienza. Col senno di poi, abbiamo scoperto che le audizioni erano già iniziate nel 2014 e che Potito leggeva ogni giorno quello che è stato scritto di lui. E il web, senza censura, può essere molto crudele. “E' stato molto difficile assorbire quello che ho letto”. Diverso l'atteggiamento di Bracciali, che nel corso dell'anno non ha mai nascosto la sua preoccupazione, tanto da rinunciare anche all'attività internazionale. In alcuni momenti è parso un anima in pena, come quando è stato fatto uscire dall'aula per un paio d'ore durante l'udienza romana del 13 giugno. Ho avuto di modo di conoscerlo meglio, sia per le canoniche interviste che per alcune chiacchierate a microfoni spenti, e non posso negare di aver apprezzato il suo comportamento. Ha sempre mostrato una certa delusione sul modo in cui i media hanno raccontato la vicenda e ha apprezzato il fatto che noi non mollassimo. “Fosse per me, vorrei che le udienze fossero trasmesse in diretta TV” mi ha detto più volte. Anche per questo, è intervenuto in una puntata speciale di TennisBest Podcast insieme a Jacopo Lo Monaco. Aveva davvero voglia di raccontare. Ancora oggi non posso dire se sia colpevole o meno, ma il suo desiderio di trasparenza è certamente un punto a suo favore. E non c'è dubbio che la difesa avesse carte importanti da mettere sul tavolo. Meno a suo favore il fatto che che abbia tenuto un rapporto più o meno continuativo con Manlio Bruni. Lui dice che voleva solo un aiuto per recuperare i suoi crediti con il Geovillage di Olbia, ma rileggendo alcune conversazioni pare chiaro che Bruni gli abbia manifestato le sue intenzioni illecite. Quando gli ho chiesto se qualcuno gli avesse mai chiesto di vendere una partita, in un'intervista realizzata nel parcheggio di un hotel a due passi dal casello autostradale di Verona, i suoi avvocati sono intervenuti e gli hanno suggerito di non rispondere. Non è difficile immaginare perché. Il fatto che Daniele non abbia chiuso Skype in faccia a Bruni, o che non lo abbia denunciato (anche se nel 2007 non esistevano ancora gli obblighi della Tennis Integrity Unit) non depone a suo favore, e la sanzione di 12 mesi sembra legittima. Non va dimenticato che l'aretino è stato anche consigliere federale in rappresentanza degli atleti nel quadriennio 2008-2012. Lui sostiene di essere stato al gioco perché voleva recuperare 'sti benedetti 150.000 euro che gli doveva (anzi, gli deve ancora) il Geovillage di Olbia. Forse Bracciali ha sbagliato qualcosa, magari è stato solo “un pirla” come ha scritto (ironicamente) il suo consulente informatico, il generale Umberto Rapetto, ma la radiazione è parsa sin da subito una condanna eccessiva e spropositata, anche in relazione a quello che accade all'estero. La Tennis Integrity Unit ha squalificato a vita alcuni giocatori, ma altri hanno avuto sanzioni più o meno lunghe ma non così trancianti. Leggendo la sentenza del CAS di Losanna sulla vicenda di Guillermo Olaso, per esempio, ci si rende conto che lo spagnolo è accusato di reati ancora più gravi (si è venduto una partita in cui era in campo) e con prove sostanzialmente schiaccianti. Eppure gli hanno dato 5 anni, riducibili a 3 e mezzo. O vogliamo parlare di David Savic, il serbo che ne aveva combinate di tutti i colori con vari tentativi di corruzione? La squalifica a vita rimane, ma gli hanno dato la possibilità di allenare a partire dal 2016 in virtù della sua collaborazione. Ha persino realizzato un video in cui fa il mea culpa per tutto quello che aveva fatto. Purtroppo il tennis, specie sotto un certo livello, non è uno sport così pulito. I guadagni da fame e le difficili condizioni di vita hanno indotto in tentazione tanti giocatori. Ma qui torniamo alle prime righe dell'articolo. Non si può né si deve condannare sulla base di opinioni o illazioni. Ciò che conta sono i fatti. E noi, in questa storia, li abbiamo cercati fino in fondo

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