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La Grande Bellezza di Roger Federer

LA GRANDE BELLEZZA. Per gli appassionati italiani, nel tennis è sinonimo di Roger Federer. Laddove per altri l’eleganza è un fatto perfino trascurabile, per noi è l’essenza delle cose. Giusto o sbagliato che sia. Per questo, lo svizzero continua ad essere il tennista più amato dal pubblico di tutto il mondo.
La Grande Bellezza di Roger Federer
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Federico Ferrero
14 febbraio 2018

Articolo pubblicato sul numero di dicembre-gennaio della rivista Il Tennis Italiano

Tempo fa si parlava con un reporter spagnolo e lui se ne uscì con un “voi esteti”. Si riferiva, avendone memoria diretta, agli italiani, quelli di oggi e i loro genitori, che si innamorarono in blocco del bello, di Adriano Panatta. Che magari preferiva un giro in barca in Sardegna alla preparazione per Wimbledon, e solo lui sa se nel '79 non avrebbe potuto vincerlo quel torneo, mentre Corrado Barazzutti passava nove ore al giorno, da un capodanno all'altro, a consumarsi le piante dei piedi. Panatta giocava la veronica, col ciuffo che appena si scomponeva; quell’altro, che pure era un campione, lo si notava come le pause nella musica: solo quando l’avversario moriva di consunzione, al trecentesimo pallonetto. E il pubblico italiano non riusciva a farsi bastare che vincesse. Perché c’è un bel vincere, come un vincere brutto. E c’è un bel perdere, categoria inesistente negli albi d’oro ma che, talora, noialtri preferiamo a un successo muscolare o mentale. Perché in quelle vittorie manca il gesto. La bellezza come valore sportivo è una nozione difficile da accettare, per certi forestieri, sicché al reporter qualcuno ricordò Pete Sampras. Tutti gli anni, a Roma, guardava stralunato gli spalti perché gli spettatori saltavano sui gradoni del Pallacorda e si spellavano le mani non appena tirava uno dei suoi meravigliosi dritti in piena corsa, un capolavoro di coordinazione e balistica, e la gente impazziva manco fosse sceso Spartaco nell’arena; un minuto dopo, la stessa gente osava fischiarlo a pollice verso se sbagliava, si ingarbugliava, finiva col litigare con la terra rossa e perdere - cioè sempre, a parte il 1994. «Qui c’è un pubblico strano» diceva Pete, con quella sua aria persa nel vuoto, dell’uomo che non ci capiva granché della vita quando veniva denudato della racchetta. Che ne poteva sapere, del culto della bellezza? Forse che il suo servizio, modellato da un maestro del marmo greco, fosse stato pensato per meravigliare? No: era inconsapevolmente bello, ma nato per fare punti. Gli avessero permesso di servire da sotto e incassare gli stessi ace, probabilmente Sampras avrebbe accettato il baratto. E avrebbe perso il cuore degli italiani. Perché vincere è vincere, nel resto del mondo è banalmente il reciproco necessario del perdere.

La Grande Bellezza di Roger Federer

PERFEZIONE STILISTICA
In Italia no: c’è una categoria slegata dal trionfo e dalla disfatta, che può vivere di vita propria, ed è il bello a sé stante. In Roger Federer, l’italiano che segue il tennis ha trovato piena soddisfazione dei suoi appetiti di godimento e piacevolezza. Non servono lauree per spiegare il David diMichelangelo, chiunque ne può afferrare la magnificenza con gli strumenti cognitivi che ha. Federer, in Italia, è il David, perché imbottisce lo sguardo di grazia e di incanto. La meccanica dei suoi colpi è un inno alla perfezione tecnica, riesce a maneggiare l’essenza di uno sport (fare il punto con una palla) tanto da concedere al gesto la stessa dignità del vincere il quindici. Solo da noi può accadere che la perfezione stilistica venga elevata al rango di valore assoluto: nel resto del mondo è un mezzo che aiuta un fine, oppure un orpello trascurabile, oppure non c’è, come non c’è bellezza nei parcheggi dei centri commerciali, o nei vestiti di certa gente straniera di città, o nelle facciate delle loro piazze. A Federer non serve essere bello. Ma lo è, e tanto da appagare per il fatto stesso di esserci, di muovere l’attrezzo nell’aria, di fare «cose che gli altri non solo non fanno, ma neanche pensano» (la citazione, forse apocrifa, è di Andy Roddick). Se a qualcuno Federer non piace, non sarà raro sentirgli affibbiare etichette da «perfettino», da «inutile stiloso»: il che, spesso, cela un’antica invidia da paragone. Talmente bello da innervosire chi bello non è, o avrebbe voluto essere, o crede che in tanta virtù dimori l’ingiustizia, per avere la natura regalato talenti a piene mani a un ragazzotto qualunque di un Paese qualunque. Navigando su quella televisione globale che è YouTube, fioccano i video amatoriali filmati al Foro Italico da appassionati romani. In uno di questi, si vede Roger salvarsi con un colpo fra le gambe di rara difficoltà. La voce del regista improvvisato è rotta dall’emozione: «Sììì, ce l’ho, sììì, ce l’ho...». Come un appassionato fattosi ladro bambino, che avesse staccato un Tiepolo dalla parete e se lo fosse portato via. Il tifoso aveva catturato il momento, l’arte: e pazienza se, poi, il punto Roger lo ha perso, se la partita e il torneo pure. Anzi, chi se lo ricorda? E in fondo, chi se ne importa. Voleva catturare un Federer, era lì per quello. Lo ha avuto e di quello parlerà, tornando a casa, in famiglia, al lavoro, con gli amici. Alla costruzione del proprio feticcio italiano, Federer ha senz’altro contribuito costellando la carriera di successi - a parte Roma e quei match point nella finale del 2006 contro Nadal, e quell’altra volta in cui si era fatto irretire da Felix Mantilla. Arricchendola, poi, di una longevità che in ogni parte del mondo rende piacevoli tutti i tennisti, anche gli impresentabili, come capitò a Jimmy Connors verso i 40 anni.

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LUI INVENTA, GLI ALTRI FANNO PUM
Un’altra parte del mito è sostenuta, involontariamente, dalla concorrenza: se Roger somiglia a una trasposizione aggiornata, e paurosamente velocizzata, del tennis dei maestri della racchetta di legno, i suoi avversari incarnano il simbolo del tira, corri, lifta, difendi, spacca. Tutti, dai coevi fino ai giovani, che per essere Next Gen fanno venire il latte alle ginocchia per monotonia (con qualche rara eccezione) ed esaltano le doti di Federer per contrasto: lui inventa la Sabr, loro fanno pum. Lui fa sei finte e gioca una smorzata di risposta, e loro fanno pum. Lui tira un passante di rovescio al volo da fondocampo, loro fanno pum. Lui sa giocare tutti i colpi con tutti e tre gli effetti, loro fanno pum. E, se provano qualcosa di diverso, sembrano esemplari di homo sapiens dei Balzi Rossi, col vestito di pelli e la clava. Nell’immaginario collettivo nostrano, che alla suggestione della Bellezza suole accompagnare l’identità per contrasti, Rafa Nadal ha offerto il miglior controcanto possibile. Federer è elegante, l’altro nerboruto; uno classico, l’altro modernissimo; uno pare non sudare, l’altro gocciola già nel riscaldamento. Nadal, lo straordinario Nadal versione e allestimento 2017, ha mostrato da tempo di non essere un mero battitore e corridore, però succede che buona parte del pubblico continui a vedere in lui l’incarnazione dell’Incredibile Hulk, contro cui il fiorettista Federer è chiamato a mostrare la virtute. Perché è comodo, perché è facile, perché Federer sembra nato apposta per racchiudere le doti artistiche del tennis e Rafa per esprimerne il lato più bestiale, agonistico, di sudore e di dolore. Fatto più unico che raro, poi, Federer è stato e verrà ricordato come un despota il cui primo concorrente ha avuto più successi, ma tanti di più, negli scontri diretti. Non di recente, però: nelle quattro sfide, Melbourne, Indian Wells, Miami, Shanghai, un Roger finalmente liberato dalla nadalite, mai così sicuro col rovescio, intoccabile al servizio, opposto a un avversario appena meno adrenalinico per raggiunti limiti di età e chilometraggio motore, per quattro volte ha ribaltato la scrittura e si è preso una abbondante dose di vendetta, assurgendo alla categoria divina per tutti i suoi fan italiani. Era la chiusura che il suo popolo attendeva, per una storia che ha fatto soffrire frotte di aficionados: per una volta, anche il segnapunti ha stabilito che Federer batte Nadal, la Grande Bellezza non invecchia, non si arrende alla forza e trionfa. Non solo al museo vivente del tennis. Ora, i Roger-discepoli hanno una sola paura: che il loro Dio vada in pensione, ritirandosi a sbadigliare su qualche nuvola. I più ottimisti sono convinti che inventerà la maniera per restare competitivo per sempre, per trascendere anche il conteggio del tempo. Sarebbe davvero l’ultimo miracolo, quello definitivo.

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