Federico Ferrero - 06 aprile 2018

La Fabbrica dei Campioni

Oltre un milione di tesserati, con un giro d'affari complessivo che ha superato il miliardo di euro. Strutture al top, una scuola invidiabile e tanti top 10 creati negli ultimi decenni: siamo andati a visitare il quartier generale della federazione francese per capire come funziona quello che è considerato il miglior settore tecnico al mondo. Ma anche per capire perché un francese non vince uno Slam da 35 anni...

All’ingresso, una teca protegge la Davis 2017. Dietro, una vetrofania extralarge con l’aggiornamento grafico della contabilità - questa è la decima Insalatiera, la prima dopo 16 anni e tre finali perse - e i volti del successo: Tsonga, Pouille, Herbert e Mahut, Benneteau, Simon, Chardy con capitan Noah. Quasi tutti figli della federazione. Di fronte, un megaschermo proietta i notiziari con i lavori in corso al Bois de Boulogne: c’è Guy Forget con gli occhialini rotondi che racconta del patto col Municipio, lo spostamento delle serre d’Auteuil e la sudata espansione dello Slam. La Francia del tennis, da poco più di due anni, ha preso casa a cinquecento metri dai campi rossi più famosi del mondo. Il nuovo CNE, il Centre National d’Entraînement, aveva bisogno d’aria: «Dentro il Roland Garros non ci stavamo più» dice, salutando, Bernard Pestre, vicedirettore tecnico nazionale. Mancava spazio per il torneo, figuriamoci per gli allenamenti. Pestre lavora alla FFT dal 1984, ha cresciuto ottimi professionisti (tra cui Arnaud Boetsch, Guillaume Raoux e Thierry Champion) ed è da lui che dipende l’insegnamento ufficiale del gioco del tennis in Francia. In sostanza, insegna agli insegnanti cosa insegnare e come insegnarlo. Qui c’è tutto: su 13.000 comodi metri quadrati sono distribuiti undici campi in resina sintetica (sette interni, quattro esterni; per la terra, ce ne sono una ventina dei migliori al mondo appena un isolato più in là); stanze per le palestre, una Spa sportiva, il centro medico con fisioterapia e crioterapia (sono due vasche, una a -60, l’altra a -110 gradi), tre sale riunioni attrezzate per i tecnici, così grandi che si possono spezzare e ricomporre alla bisogna. Poi la foresteria con 38 camere, molte delle quali singole, e circa 60 posti letto. Per i ragazzi c’è anche una lounge con televisione, libri, giochi, spazi ricreativi, tavoli per fare colazione e merenda, frigo e forni per conservare e riscaldare pasti, anche se è stato scelto di non avere una cucina interna e continuare a servirsi dal ristorante del Roland, per mantenere una frequentazione costante dello stadio. Ai piani superiori, gli uffici della direzione tecnica federale. L’architetto Marc Mimram, inventore di questa struttura morbida rivestita di lame di acciaio bianco costata 20 milioni di euro, ha studiato un sistema di lucernari naturali e illuminazione elettrica automatica per i campi, anche se Pestre è un perfezionista e, una volta segnalato il sistema di haute qualité environmental che isola i campi da caldo e freddo, si lagna perché il sistema intelligente fa cilecca: «A volte qualcosa non va e, alle dieci di sera, ci sono tutti i campi illuminati e nessuno che gioca»; se non altro, grazie alla scelta del nucleare, da queste parti i kilowatt costano poco. Il nuovo CNE è un gioiellino, come la prima cosa che Pestre mostra con orgoglio: «Il campo connesso. Una struttura tecnologica diventata fondamentale, su cui vogliamo investire: ci sono sette telecamere ad alta definizione piazzate dagli ingegneri israeliani di PlaySight, con un server centrale che registra con username e password chi sta giocando. Si possono studiare tutte le traiettorie, le velocità, gli impatti. Il coach può interrompere l’esercizio e analizzare immediatamente quello che i ragazzi stanno facendo, correggere, migliorare. Alla fine della sessione, tutti i dati vengono mandati all’allenatore e ai giocatori via mail». Lo smart court ha anche una tribunetta per 120 persone: «Per la formazione. Noi vogliamo che i nostri coach, che tradizionalmente insistono molto sulla tecnica e la strategia, rinforzino le loro competenze scientifiche, usando statistiche e tecnologia per allenare i ragazzi. Su questo abbiamo ancora del lavoro da fare». Al CNE anche la scuola è smart: «I ragazzi scolarizzati che vivono qui frequentano la e-school. In passato avevamo insegnanti che chiamavamo qui per le lezioni, e non funzionava male, ma la carriera del tennista è complicata, ci si sposta molto, non si sa quando si perde o quando si torna a casa. Dallo scorso anno abbiamo cambiato metodo. La scuola a distanza è una cosa seria: i tassi di diplomati con i corsi digitali, qui, sono altissimi». La federazione aiuta anche chi smette, come Guillaume Rufin (27 anni, ex numero 81 ATP), e vuole laurearsi in fisioterapia per mettersi a disposizione. Le strutture del CNE sono aperte a tutti i professionisti, con un ordine di priorità: prima vengono i giocatori convocati per Davis e Fed Cup, che possono usarlo tutto l’anno a loro piacimento, poi i ragazzi convocati che vivono qui, e sono una ventina; infine gli altri tennisti di buon livello che ne facciano richiesta.

Mentre guida verso la palestra ipossica, una sala di muscolazione e allenamento che ricrea le condizioni di altitudine a 3.000 metri, Pestre non ha problemi ad ammettere che nascere francesi, per chi vuol fare tennis, sia un bel un vantaggio: «Però senza il Roland sarebbe tutto diverso: le entrate del torneo sono circa l’80% del budget della federazione. Lo Stato ci passa circa un milione di euro l’anno che, sui circa 250 milioni di fatturato della FFT, è poca cosa. Però c’è una norma in vigore dai tempi del generale De Gaulle, secondo cui il ministero paga 50 posti di lavoro fissi ai cosiddetti professeurs de sport du ministère che noi sistemiamo o qui al CNE, o nei consigli tecnici regionali. Ed è una gran cosa, perché ci fa risparmiare. Vale molto più dei denari che ci vengono dati in base alla convenzione». La Francia ha risorse e numeri clamorosi: quasi due milioni di match ufficiali giocati l’anno scorso, 7.700 club, 31.500 campi, un giro di affari - tra diretto e indotto - di 1,1 miliardi di euro l’anno. Il tennis è il primo sport individuale e il secondo assoluto, preceduto solo dal calcio. Registra il triplo dei tesserati italiani: 1.018.721 a fine 2017 (e, dice la FFT, ci sono altri tre milioni di tennisti che giocano senza tessera). Eppure i francesi, pur con la Insalatiera in casa, si considerano in crisi. Si preoccupano, perché i licenciés sono in calo da qualche tempo: cinque anni fa ce n’erano centomila in più, e non basta che la metà degli iscritti ha dai 18 anni in giù, quindi giovani agonisti e non vecchi dediti alle carte. «Abbiamo perso un po’ di attrattiva», ammette Pestre. Opinione diffusa sia che la ragione stia nella mancanza di trofei pesanti: ecco perché il capo pretende vittorie. «Il presidente dice che non vinciamo abbastanza», dice Olivier Soulés, 50 anni, ex numero 143 ATP, uno dei responsabili del settore maschile. La solita decina di top 100, il solito top ten - ora è Lucas Pouille, prima è toccato a molti altri titolari della nazionale -, Caroline Garcia nelle prime dieci: un bilancio magro, per la grandeur francese. Il presidente in carica è Bernard Giudicelli, 60 anni, di origine corsa. Ha vinto le elezioni poco più di un anno fa col 52% (in Francia esiste un’opposizione) dichiarando che non si può fare giustizia alla tradizione e alle casse stracolme con soli sei titoli maschili in 240 tra Slam, tornei 1000 e 500, nell’ultimo decennio. «Certo, ci manca uno Slam tra gli uomini da Parigi 1983» aggiunge Pestre, buttando un occhio a quella foto indimenticabile, Yannick con la racchetta a tre razze sollevata al cielo, le treccine, la bocca spalancata dalla meraviglia e gli occhi umidi di gioia. Sono passati quasi 35 anni da quando Noah vinse il trofeo dei Moschettieri. Troppi. Per rimediare, Giudicelli ha varato, nel suo primo anno di mandato, il programma Agir et gagner!, una strategia di qui al 2020 per smettere di produrre «giocatori di alto livello» (tradotto: belli da vedere, bravi e che non vincono niente di importante, per i loro standard). Al punto 4 del documento, dichiara espressamente di pretendere «giocatori che vincano i titoli maggiori». Un bel tipino, Giudicelli: insediato dopo mesi di polemiche che investirono il predecessore Jean Gachassin, con un’inchiesta su presunte malversazioni e traffico di biglietti, esordì sostenendo che a Roland Garros i francesi perdono perché privi di attributi. I giocatori non la presero benissimo: Pouille, che è un prodotto del CNE e che qui conobbe il suo attuale coach, gli diede più o meno dell’incompetente. Il presidente ha poi incassato una condanna per diffamazione, per aver sostenuto che l’ex pro Gilles Moretton, candidato alla presidenza di una delle 13 ligues nazionali, quella Auvergne- Rhône-Alpes, fosse unfit all’incarico perché tra gli accusati di compravendita gonfiata di biglietti per il Roland. Solo che non era vero. Proprio in queste settimane, arriverà a sentenza un procedimento che vede Giudicelli accusato di irregolarità nelle procedure di trasparenza nella costruzione di un centro sportivo nella sua Corsica, dalle parti di Bastia: lui ha sempre negato con forza l’addebito. Il quotidiano L’Équipe, l’anno scorso gli dedicò un paio di pagine avvelenate, bacchettandolo perché pareva volesse mettere la mordacchia ai giornalisti: «Un presidente non si comporta così», titolarono. In Francia esistono ancora quotidiani sportivi autorevoli e non votati solo al dio pallone.

Per conto suo, comunque, la federazione ci mette non solo l’esuberanza del leader ma tanti soldi e altrettante competenze. La Francia ha una legislazione speciale, in materia di tennis: quando, lo scorso febbraio, è stato nominato il nuovo direttore tecnico nazionale, Pierre Cherret (ex coach di Cedric Pioline) la candidatura era firmata dal presidente ma su indicazione del ministro dello sport in persona, madame Laura Flessel. Perché? «Si tratta di una prassi formale – dice Pestre –. Lo statuto della FFT ci lega alle istituzioni nazionali, credo succeda lo stesso da voi». Non proprio, ma non è all’ordine del giorno. Soprattutto capita che, per essere maestri, occorra un diploma statale. Esattamente come per i ragionieri e i geometri. «Questa è una nostra peculiarità. Se un ex giocatore, magari anche forte, si piazza in un club a dare lezioni, può essere perseguito penalmente e, in teoria, finire anche in prigione. La legge dice che il tennis si può insegnare solo con un Dejeps con mansione tennis (che sta per diploma di Stato superiore della gioventù, dell’educazione popolare e dello sport, con 1.200 ore obbligatorie di formazione, ndA)». In Italia si fatica a trovare un maestro che rinunci alle lezioni private per dedicarsi a un agonista: a fare i cesti alle signore si fatica meno e si incassa di più. Ancora più difficile è convincere ex professionisti a lavorare a tempo pieno per la federazione, soprattutto in un centro sperduto sul litorale in provincia di Pisa. Qui invece, vuoi perché il sistema di riciclaggio dei giocatori ritirati è continuo e virtuoso, vuoi perché siamo a Parigi, vuoi perché vengono pagati bene, capita l’opposto: «Sono i giocatori stessi – spiega Pestre – a venire qui e chiedere i moduli per diventare maestri. Anche perché, senza quelli, non si può lavorare. Solo il 10% di loro, a proprio rischio, non lo fa. Ho appena parlato con Julien Benneteau, che smetterà a fine anno: anche lui vuole subito iniziare a insegnare». Altro discorso è se lavoreranno per conto loro con qualche ex collega nel Tour o per la FFT: sta di fatto che ci sono 35 coach a tempo pieno impiegati dalla federazione. Sono tanti, tantissimi. «I giocatori professionisti possono prendere il diploma con 450 ore intensive al Centro Nazionale. È utile per far conoscere loro la FFT, visto che spesso hanno avuto attriti con noi: magari non sono stati convocati, o non hanno ricevuto un contributo, insomma, c’è sempre qualcosa che li ha irritati nel passato». Nell’ultima sessione si sono diplomati Severine Beltrame, Camille Pin e l’unico del trio che non ha sfondato, Josselyn Ouanna (gli altri due sono Tsonga e Monfils). Sebbene le risorse umane del CNE non ci abbiano mostrato le buste paga, un ex giocatore nei primi 70 del mondo che preferisce l’anonimato ha spiegato che uno come lui, già sotto contratto con la federazione, può guadagnare tra i 3 e i 4.000 euro al mese. Pestre, indirettamente, conferma: «Non so come vadano le cose da voi, ma in Francia non è facile guadagnare più di quanto offriamo qui. Un conto è se sei il maestro del Racing Club a Parigi: ti metti a disposizione mattino, sera, week-end senza la sicurezza di un salario e magari guadagni meglio. Altrimenti, a fare i maestri nei circoli, qui da noi si prende di meno. Neppure nelle accademie che funzionano bene si viene pagati molto. Sta di fatto che molti giocatori ci interpellano per lavorare con noi e, se non lo fanno, spesso è perché hanno viaggiato troppo e vogliono stare un po’ fermi; allora, magari, si appoggiano a un circolo vicino a casa e fanno un po’ di tutto, lezioni private, scouting sui giovani, qualche competizione interclub per arrotondare». Al CNE e per la federazione sono passati e lavorano una miriade di ex giocatori che hanno frequentato il circuito, senza essere stati fenomeni. Leggendo i dossier federali ritrovi nomi da vecchi appassionati: Winogradsky (89 ATP), Vitoux (144), Huet (90), Malcor (161), Potier (68) e così via: «Un buon maestro in un club – dice Soulés - deve essere un buon formatore e, per farlo, non è necessario sia stato il numero cinquanta al mondo. Lo zio di Nadal ha insegnato benissimo a Rafa e non ha mai giocato a livello pro. Per contro, è importante che i vecchi giocatori possano condividere le loro esperienze per permettere ai ragazzi più competitivi due mestieri diversi: da giocatore ti abitui a ricevere, qui invece devi dare. Al di là degli ex giocatori che insegnano, è utile che frequentino il centro anche i grandi del passato, come Pioline o Santoro: il loro contributo è importante. E poi bisogna far sognare i ragazzi: allenarsi con uno di loro accanto aiuta anche in questo senso, perché il tennis pro è molto duro ma loro sono la dimostrazione che non bisogna porsi dei limiti».

Sui giovani ci si concentra molto, anche perché Giudicelli sostiene che i top cento non abbiano bisogno del sostegno federale e gli sforzi economici vadano concentrati altrove. Infatti, sotto Cherret lavorano, e solo come consulenti, Thierry Champion, responsabile dell’Haut Niveau, e Loic Courteau (responsabile performance) mentre sono fissi i due responsabili di filiera, Alexandra Fusai (ex 37 WTA) per le donne e Olivier Soulés per i ragazzi: «Mi occupo della cosiddetta filiera maschile, a partire dai 15 anni e fino al numero 250 del mondo. Lavoro con tre collaboratori: uno per il circuito Tennis Europe, uno per l’ITF tennis junior e un terzo che cura la parte Futures e Challenger. A me il compito di reperire i migliori talenti, seguire quelli che si allenano qui e negli altri nostri poli, come quello di Poitiers, contribuire alla loro programmazione e al loro progresso. Devo fare una sintesi del lavoro di tutti». La sensazione è che i coach francesi, celebri per aver creato una scuola eccellente dal punto di vista tecnico, si siano ritrovati in un tennis ultrafisico per il quale non hanno ancora trovato tutte le chiavi di codifica. Sempre Soulés: «La scuola francese è sempre stata buona, tecnicamente. Adesso, però, abbiamo ragazzi che sono indietro dal punto di vista fisico, e anche mentalmente dobbiamo migliorare. Il nostro obiettivo è continuare ad avere giocatori che siano ben attrezzati dal punto di vista tecnico ma il tennis è diventato un discorso atletico: prima di colpire devi arrivare bene sulla palla e in partita non devi mai mollare». In Francia sanno bene che le coppette dei dodicenni non trasformano automaticamente dei piccoli campioni in giocatori competitivi nel circuito pro. Però credono che sia importante uscire dal guscio il più presto possibile: «Io penso – dice Soulés - che le due cose non siano incompatibili, vincere da giovani e migliorare. Credo che soprattutto il circuito ITF junior sia importante, perché è già un tour internazionale con avversari di livello. Ci si misura con gli altri senza rimanere sempre in Francia, come fa il vostro Musetti con il nostro miglior 2002, Mayot. Ma è chiaro che un ragazzo di 16 anni deve continuare a essere formato, non si tratta solo di vincere. Per esempio, uno dei nostri migliori 2004 ha giocato male al Petits As di Tarbes: gli abbiamo spiegato che non si muore per questo, che ha 14 anni e almeno altri 20 anni di tennis davanti a sé. La cosa più importante, per noi, è registrare i progressi e, ancora di più, quella che noi chiamiamo velocità di progresso. Perché migliorare è normale, se ci si allena sempre, ma quelli che diventano forti migliorano secondo tappe ben precise, a ritmo sostenuto. I risultati, se ci sono, sono una conseguenza dei progressi». Per far sì che il presidente non si lamenti più, il nuovo corso della FFT ha modificato l’assetto precedente: «Ci ha ordinato di fare in modo che i giocatori giovani stiano più vicini a casa, rispetto al passato. Anche se ovviamente il centro è qui e ce n’è un altro, per i ragazzi dai 13 ai 16 anni, a Poitiers, la selezione viene fatta localmente e si usano di più i circoli di provenienza. In ciascuna regione c’è un responsabile, con un comitato tecnico che si occupa di reperire talenti fin dagli otto, dieci anni. Poi ci sono dei responsabili itineranti, che seguono i migliori di ciascuna età. Si dialoga molto con i coach dei giovani, li accompagniamo lungo tutta la stagione, li chiamiamo per gli stage; ma adesso, se vogliono, li lasciamo vivere a casa loro senza per forza portarli qui». Intanto, la federazione ha fatto sapere di aver aumentato a quasi 40 milioni di euro il montepremi di Roland Garros, aggiungendone tre al montante del 2017. I lavori di ristrutturazione finiranno nel 2021 e saranno costati 360 milioni, con il nuovo campo centrale coperto che inizierà a sorgere il giorno dopo l’ultimo punto del torneo di quest’anno. E al CNE sono ottimisti sul fatto che uno dei loro pensionati, in quello stadio, farà finalmente invecchiare la fotografia di Yannick Noah.

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