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Kyrgios: la Coppa Davis e Hewitt come medicina

Da quando sulla panchina dell'Australia siede Lleyton Hewitt, il bilancio di Nick Kyrgios in nazionale è di tre vittorie e zero sconfitte. "Rusty" ha saputo responsabilizzarlo e creare un grande spirito di squadra. La Davis può diventare la cura per Kyrgios? Dovesse trascinare l'Australia a un titolo che manca dal 2003, riconquisterebbe anche l'affetto dei suoi connazionali.
Kyrgios: la Coppa Davis e Hewitt come medicina
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Marco Caldara
11 settembre 2017

Una delle pochissime certezze del dilemma Kyrgios, che una settimana illude facendosi amare, e l’altra delude facendosi odiare, è la Coppa Davis. O, per essere ancora più precisi, la presenza in panchina di Lleyton Hewitt, che nel fine settimane guiderà i canguri nella trasferta sulla terra battuta di Bruxelles, in casa del Belgio. È lui la medicina di Kyrgios, l’uomo che riesce a tenerne a bada il carattere fumantino, cancellarne (o quasi) i difetti e lustrarne i pregi. Nel suo periodo da capitano della nazionale aussie ci aveva provato anche Pat Rafter, salvo tirare i remi in barca in fretta, dicendo che era “impossibile lavorare con Kyrgios e Tomic”, mentre Hewitt almeno col primo sembra avere la bacchetta magica. L’ha responsabilizzato, gli ha fatto capire che può diventare il leader della nuova Australia e l’ha spinto a provare a dare il buon esempio. Non è un caso che sotto la sua guida il bilancio di Nick in nazionale sia di tre vittorie in tre incontri, ultima la splendida doppietta di aprile, quando a Brisbane ha dato tre set a zero prima a Isner e poi a Querrey, regalando la semifinale all’Australia. “Hewitt – ha detto Kyrgios a New York, in un’intervista per il sito della Davis Cup – mi aiuta molto, è il miglior capitano che abbiamo mai avuto (frecciatina a Rafter?). Quest’anno ho avuto dei momenti difficili, ma lui mi è sempre stato vicino”. Grazie alla sua enorme esperienza “Rusty” sa che la Coppa Davis può avere un effetto importante anche sulle carriere dei giocatori, e al motto di “non c’è onore più grande che vestire la maglia verde e oro” ha contribuito a creare un meraviglioso spirito di squadra, ben visibile anche a occhio nudo.

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MOTIVAZIONI DIVERSE RISPETTO AI TORNEI
Hewitt è un grande motivatore – ha detto il suo predecessore Wally Masur – ed essendo tutti cresciuti negli anni in cui era ai vertici, i giocatori lo ascoltano e lo rispettano. Ha saputo fare da collante fra di loro, e lo dimostra il fatto che, camminando per la players’ lounge di un torneo, nove volte su dieci vedrete i ragazzi australiani fare gruppo fra di loro”. Una situazione che nei week-end di Coppa Davis aiuta Kyrgios a scovare motivazioni che nei tornei individuali non trova, portandolo a esprimere il suo miglior tennis. A Brisbane aveva giocato talmente bene da spingere Jim Courier ad affermare che se sarebbe riuscito a giocare anche nei mesi successivi con la concentrazione, l’impegno e la resilienza mostrata nel corso di quel week-end, avrebbe chiuso l’anno fra i primi cinque del mondo. Non è andata esattamente così, ma è indubbio che quando Kyrgios veste la maglia della nazionale dentro alla sua testa scatti qualcosa. E il merito è di Hewitt, che a inizio stagione gli ha anche fatto cambiare l’idea di prendersi un periodo di pausa. Kyrgios era deciso, ne aveva anche già parlato col suo team, ma poi è arrivata la chiamata motivazionale di “Rusty”, che l’ha convocato per la sfida di Davis contro la Repubblica Ceca e l’ha aiutato a rimettersi in pista. Nick ha combinato ancora qualche stupidata delle sue, ultime le dichiarazioni rilasciate allo Us Open, quando ha ribadito di non dedicare il giusto impegno alla sua carriera e ha detto che il suo coach Sebastien Grosjean meriterebbe un giocatore con maggiore dedizione al tennis. Tuttavia, qualcosa di buono l’ha combinato: è arrivato ai quarti a Miami, in semifinale a Indian Wells e in finale a Cincinnati, ed è pronto a trascinare la sua nazionale verso una finale che manca dal 2003, quando Hewitt, Philippoussis, Woodbridge e Arthurs vinsero contro la Spagna sull’erba della Rod Laver Arena.

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UNA CHANCE PER RINASCERE
Per me – ha ribadito Kyrgios – la Coppa Davis è uno degli appuntamenti più importanti della stagione. Nella mia carriera mi piacerebbe vincerla almeno una volta. Sono un grande amante dello spirito di gruppo, e adoro fare squadra con i miei amici, per provare a vincere per il nostro paese”. Parole che suonerebbero come banali se pronunciate da chiunque altro, ma non lo sono affatto se escono dalla bocca di uno che i vocaboli “vincere”, “amore” e “tennis” non li mette mai nella stessa frase. “Una chance così grande per conquistare la Davis ci mancava da un po’, e non vogliamo lasciarcela scappare. Sono mesi che io e gli altri ragazzi aspettiamo questo momento. Il pubblico sarà tutto schierato da una sola parte, ma questo non ci preoccupa. Vogliamo vincere e andare a prenderci il titolo: sarebbe un sogno che diventa realtà”. Una vittoria col Belgio di Goffin e Darcis consegnerebbe a Kyrgios, Kokkinakis, Thompson e Peers la possibilità di giocare in casa l’eventuale finale, contro la vincente di Francia-Serbia. Il caso dell’Argentina, che nel 2016 ha vinto l’Insalatiera giocando solamente in trasferta, dimostra che il fattore campo non è tutto, ma può essere comunque di grande aiuto, verso un titolo che per Kyrgios potrebbe diventare molto più prezioso che per tutti gli altri. Rappresenterebbe un’enorme chance, sia sportiva, come punto di partenza per giocare finalmente il tennis che può giocare, sia a livello personale, per ripulire un’immagine che di fronte al pubblico australiano è parecchio macchiata. Se lo chiede anche il Canberra Times, quotidiano della sua città: trascinando l’Australia al titolo in Coppa Davis, Kyrgios può riconquistare l’affetto dei connazionali? La risposta è sì. In certe situazioni lo sport può davvero fare miracoli.

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