
di Claudio Calza, foto Archivio Storico Tennis Italiano
Nell’ambiente del tennis, per tutti, era “il professore”. Saranno stati i suoi occhiali da intellettuale, quel suo fisico un po’ massiccio e apparentemente poco atletico, la sua indubbia cultura, fatto sta che Jaroslav Drobny aveva più l’aria di un cattedratico che di un giocatore di tennis.
E invece nello sport ci era entrato fin da bambino. Era nato a Praga il 12 ottobre 1921, l’anno dello storico trattato di non belligeranza tra Austria e Cecoslovacchia. Suo padre era il custode di un club dove, d’inverno, i campi da tennis venivano allagati per ricavarne altrettante piste da hockey su ghiaccio. Così Jaroslav, che nel circolo faceva il raccattapalle, divenne contemporaneamente tennista e anche un giocatore di hockey di tutto rispetto, tanto da far parte della squadra nazionale ceca alle Olimpiadi bianche di St. Moritz nel 1948.
Ma divenne soprattutto un tennista. Suo padre gli regalò la prima racchetta riciclando un fusto smesso da un socio, che lui stesso incordò. Jaroslav ne fece la sua coperta di Linus; la portava con sé anche a letto quando andava a dormire. Imparò moltissimo facendo il raccattapalle, perché sui campi del club arrivavano spesso grossi campioni, tra gli altri Jean Borotra, Henri Cochet, Fred Perry (che lui poi batté al Roland Garros) e Bill Tilden. A proposito di quest’ultimo, racconta Drobny che, alla fine di un incontro, per avere un suo autografo, rincorse il campione americano fino in albergo; tanta costanza e ostinazione indussero Tilden a regalare la sua racchetta al piccolo raccattapalle.
La pratica ad alto livello di uno sport come l’hockey gli formò una muscolatura compatta e omogenea che lo aiutò moltissimo nel tennis, in modo particolare nello smash. Le gambe erano vere e proprie molle, cosicché, nonostante l’altezza non eccezionale, Drobny riusciva a elevarsi molto e a schiacciare la palla con la violenza che scaturiva dai possenti dorsali.
Anche la prima di servizio era ovviamente potentissima, mentre la seconda, molto lavorata dal suo braccio mancino era il frutto di un’altra delle doti peculiari di Drobny, cioè la sensibilità sulla palla che gli consentiva, ad esempio, di interrompere un lungo scambio da fondo campo con una improvvisa smorzata: una carezza che mandava la palla a morire appena al di là della rete, imprendibile per l’avversario.
Grande mobilità, un diritto fortissimo e preciso e un’estrema correttezza completavano il bagaglio che il professore portava sul campo e che faceva, del campione ceco, un giocatore di grande personalità e carisma.
Due difettucci però Drobny li aveva: il rovescio, che eseguiva quasi esclusivamente in back e una certa fragilità di carattere nei momenti cruciali degli incontri quando, come confidò a un giornalista, “la fatica fisica si somma alla tensione psicologica e ti rendi conto che un colpo sbagliato potrebbe farti perdere il match. Ti dici... devo rischiare o giocare in sicurezza? E così per ogni colpo”.
Oltre al complesso di inferiorità di cui soffriva causa le sue umili origini, qualcuno ha voluto leggere, in questa carenza, l’insicurezza che gli derivava dal suo dramma personale, il dramma di un uomo che non accetta la situazione politica del suo paese oppresso dalla dominazione straniera, prima tedesca poi russa. Certamente il condizionamento ci fu, perché negli anni tra il 1946 e il 59 furono costellati da sconfitte sul filo di lana. Nel ’46 Drobny venne battuto in finale a Parigi e in semifinale a Wimbledon; nel 1947 perse in semifinale ai Campionati degli Stati Uniti e addirittura nei quarti a Londra; nel ’48 uscì al secondo turno sempre a Wimbledon (contro Cucelli) e fu estromesso in finale a Parigi e in semifinale negli Stati Uniti. Infine, nel 1949, a Londra, Schroder lo sconfisse in finale 6-4 al quinto set.
Per cercare di uscire da questo grave disagio, in quell’anno, mentre si trovava a Gstaad per i Campionati Internazionali di Svizzera, prese la decisione, assieme al suo amico e compagno di doppio Vladimir Cernik, di non rientrare più in Cecoslovacchia. “Noi non abbiamo niente a che fare con la politica - sostenevano i due giocatori - desideriamo che la gente sappia che siamo sportivi e che vogliamo svolgere la nostra attività tennistica. Non siamo mai stati iscritti al partito comunista”.
I SUCCESSI
Da quel momento in poi, datano i suoi più bei successi internazionali che culminarono, nel 1954, con la vittoria a Wimbledon. Jaroslav iniziò la serie in casa nostra, nel 1950, ai Campionati Internazionali di Roma, che erano ripresi proprio in quell’anno dopo un’interruzione di quindici anni. Testa di serie n.1, vinse in finale contro William Trabert che gli strappò nell’occasione l’unico set del torneo. Parigi e Wimbledon lo videro però ancora soccombere in finale.
Nel 1951 si ripeté a Roma a spese del nostro Gianni Cucelli, ma il successo più importante lo ottenne al Roland Garros battendo il sudafricano Sturgess in tre rapidi set. “Sono come liberato - dirà alla fine - ora ho più fiducia in me. Le paure che mi attanagliavano nelle partite decisive non sono ormai che uno spiacevole ricordo. Vincendo a Parigi, mi sono reso conto di essere un altro uomo. A 29 anni comincia per me una vera carriera. Ora la mia posizione è regolarizzata in Egitto e io posso pensare soltanto al tennis”.
Il suo peregrinare da apolide, alla ricerca di permessi di soggiorno, era infatti terminato. Faida, sorella di Re Faruk, gli aveva concesso infatti il passaporto egiziano e, con questo, un po’ di tranquillità.
Wimbledon però continuava a voltargli le spalle. Quell’anno infatti Tony Mottram lo escluse ancora una volta dal tabellone, battendolo al terzo turno.
Nel 1952, il “Tuot-Paris” non poteva sperare in una finale migliore di quella tra il campione uscente Jaroslav Drobny e l’australiano Frank Sedman. Piovigginava quel giorno sul Roland Garros e il serve-and-volley del canguro era inefficace contro i colpi precisi del ceco che, benché in difficoltà causa gli occhiali che gli si coprivano di gocce di pioggia, massacrò l’avversario a suo di passanti, bissando il successo dell’anno precedente. Sedman però si vendicò sia a Roma che a Londra battendo Jaroslav in entrambe le finali.
Nel 1953 rimase memorabile, nella storia di Wimbledon, l’incontro del terzo turno tra l’ormai trentaduenne Drobny e Budge Patty, americano dell’Arkansas, anch’egli sulla trentina. I giocatori entrarono in campo alle 16,30 del 25 giugno e ne uscirono esausti dopo quattro ore e mezza. Allo scoccare della terza ora, Patty era in vantaggio di due set a uno, ma aveva iniziato male la quarta frazione. Sotto 3-1, si rammentò di quello che gli aveva detto, quando era un ragazzino, un vecchio giocatore: “Ricordati che sul campo c’è molto spazio anche in alto”. E così Budge cominciò a “lobbare” sistematicamente Drobny, senza però tener conto dell’abilità nello smash del suo avversario. Perdette 8-6 dopo aver sprecato ben 4 match-point. “Entrambi sapevamo - ricorderà Drobny - che nel 5° set poteva succedere di tutto”. E di tutto infatti successe. Attanagliati dai crampi, cominciarono entrambi a chiedere al giudice di sedia, il colonnello John Legg, la sospensione per l’oscurità, ma soltanto sul punteggio di 10-10 questi decise che si sarebbero giocati ancora due game. A questo punto, il fragile Drobny si trasformò in un leone, raccolse le ultime forze e si aggiudicò i due giochi contro un ormai svuotato Patty che, trovò il modo di mangiarsi altri 3 match-point.
L’eccezionalità dell’avvenimento indusse la duchessa di Kent a regalare ai due giocatori un portasigarette d’oro con inciso lo score dell’incontro: 8-6 16-18 3-6 8-6 12-10. L’impresa non bastò però a Drobny per vincere il torneo. Arrivato in semifinale stremato, si arrese allo sconosciuto danese Kurt Nielsen. Quell’anno giunse in finale a Parigi e, per la terza volta, si aggiudicò gli Internazionali d’Italia sconfiggendo il diciannovenne Lew Hoad al quale concesse 5 giochi in tutto.
Nel frattempo, in primavera, aveva sposato a Londra Rita Anderson, una dolce e graziosa tennista inglese che gli avrebbe poi dato un figlio. Questo matrimonio accelerò le pratiche per la nazionalità inglese, che Drobny ottenne qualche anno dopo e che lo indusse a declinare l’offerta di 50 mila dollari che gli fece Jack Kramer per passare al professionismo. Una scelta di vita in linea con il suo stile di uomo tranquillo.
Per quanto riguarda Wimbledon la maledizione che l’aveva perseguitato sembrava avere avuto ormai la meglio. La sua prima apparizione sull’erba di Londra risaliva al 1938: era arrivato una volta nei quarti, tre in semifinale e due in finale, ma non aveva mai vinto. Nessuno pensava che ci sarebbe riuscito nel 1954, a 33 anni, con gli organizzatori che gli avevano attribuito la testa di serie n. 11. Addirittura, mentre si avviava negli spogliatoi, fu avvicinato da un bagarino che gli offrì un biglietto di tribuna per 30 sterline. “No, grazie - gli rispose Drobny - per questa finale ho intenzione di rimanere in piedi”.
Di fronte aveva la giovinezza e il futuro del tennis mondiale: L’australiano Ken Rosewall di 19 anni. Condusse un match magistrale, contro questo ragazzo dal servizio perfetto e dall’incredibile risposta. Vinse in quattro set e la folla lo applaudì, in piedi, per cinque minuti. La duchessa di Kent, premiandolo, gli disse: “Ho pregato per lei, signor Drobny; lei ha meritato questa vittoria”. Il campione ceco dirò in seguito che, con quel successo a Wimbledon, grazie al sole di Londra e a Rosewall, aveva spazzato via dal campo da tennis un’ombra fastidiosa, cioè il suo atavico complesso d’inferiorità.
Fu questa l’ultima grande impresa del fuoriclasse ceco che, quell’anno, raggiunse il primo posto della classifica mondiale. Ottenne in seguito altri successi ma, come lui stesso ebbe a dire: “Vincere a Wimbledon significa raggiungere il culmine di una carriera qualunque cosa arrivi in seguito”..
Giocò e vinse ancora per molti anni, a testimonianza di una longevità agonistica fuori del comune. Fece la sua ultima apparizione a Roma nel 1963 dove, a 42 anni, al terzo turno battè il colombiano Pato Alvarez per poi arrendersi allo jugoslavo Jovanovic.
Anche la Davis lo vide spesso protagonista, tra il 1946 e il 1949. Collezionò ben 37 vittorie, senza però mai vincere la Coppa.
Ritiratosi dal tennis agonistico, si stabilì a Londra e ritornò qualche volta a Wimbledon per giocare, benché molto appesantito, il doppio veterani, più che altro come azione promozionale per il suo negozio di tennis che portava l’insegna “Old Drob”, l’affettuoso modo che avevano gli inglesi di chiamarlo.
Fu poi consulente tecnico della squadra italiana che, con Pietrangeli e Sirola, giocò la finale in Australia, poi delle équipe sudafricana e svedese. Ritiratosi definitivamente dall’ambiente, alla confusione dei campi da tennis, preferì la serenità e la tranquillità delle giornate di pesca nel Sussex.
E’ morto a Londra il 13 settembre 2001, all’età di 80 anni.
© 2009 “Il Tennis Italiano” - Tutti i diritti riservati




