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Io sono maestro. E allora?

È la categoria più importante, perché avvicina i giovani al tennis. Eppure, il lavoro di insegnante non è giuridicamente riconosciuto, e dà poca sicurezza. Un'associazione a tutela dei maestri non si riesce proprio a crearla: una situazione difficile in cui la Fit e la categoria devono dividersi le responsabilità.
Io sono maestro. E allora?
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Marco Caldara
24 June 2018

Superprof è una community online di condivisione della conoscenza, nata in Francia e approdata in Italia un paio d’anni fa. Attraverso una piattaforma web mette a disposizione migliaia di insegnanti, di qualsiasi disciplina o materia scolastica. Dando una rapida sbirciata, ce n’è davvero per tutti i gusti: matematica, latino, contabilità, canto, pianoforte, chitarra… tennis. Già, tennis, con 76 «insegnanti straordinari» che con «metodo moderno » (?) e prima lezione gratuita, si mettono a disposizione di chiunque lo desideri. Il tutto con tanto di stelline e recensioni, a mo’ di TripAdvisor. Solo che, invece di un’amatriciana o un materasso scomodo, da giudicare c’è una persona. Online. È frutto dei tempi che corrono: anche il mestiere del maestro di tennis si è fuso alla comunicazione social e alla promozione 2.0. C’è chi per farsi pubblicità (o dirsi bravo da solo) posta su Facebook ogni singolo risultato raggiunto dai suoi allievi, e chi invece diventa come un ristorante o un hotel, prezzi compresi. Si va dai 5 euro, campo escluso, di Federico a Salerno, ai 40 di chi utilizza lo strumento per reclutare nuovi clienti, da portare al proprio club. Leggendo le recensioni verrebbe da farsi una risata, ma il fatto che si sia arrivati agli annunci online dà il polso di una professione che non gode di particolare salute. Quello dell’insegnante di tennis può essere un lavoro gratificante, perché è piacevole vedere i propri allievi crescere, migliorare e diventare grandi, ma nasconde anche un sacco di problematiche. Roba che non riguarda il pressing dei genitori, formare gruppi e organizzare tornei. Tutte banalità al confronto del problema numero uno: in Italia la professione di insegnante di tennis non ha alcun riconoscimento sul piano giuridico.

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Nel lontano 2002, su spinta del compianto Roberto Lombardi, il deputato della Lega Nord Francesca Martini riuscì a far discutere in Parlamento un progetto di legge che puntava a un riconoscimento e alla regolamentazione della professione. Tuttavia, la Commissione che lo valutò finì per bocciarlo in fretta, perché il disegno legislativo prevedeva che fosse la sola Fit a formare gli insegnanti, postilla ritenuta inaccettabile perché contraria ai principi della libera concorrenza. Eppure, in Italia di qualifiche professionali che hanno ricevuto una specifica regolamentazione di legge ce ne sono: maestro di sci, istruttore nautico, guida naturalistica, alpina e speleologica. In più, secondo le novità del nuovo codice della nautica, da poco è stata istituita anche la figura professionale dell’istruttore di vela. Significa che, volendo, lo spazio non mancherebbe. Ma siamo sicuri che il riconoscimento sia desiderato degli insegnanti stessi? Anni fa un noto dirigente federale lavorò alla proposta di costituzione di un albo vero e proprio, ma il progetto si arenò perché gli stessi insegnanti non lo vedevano di buon occhio, preoccupati per gli oneri fiscali che avrebbe comportato. Il motivo? Semplice: oggi, sfruttando il buco legislativo, fanno più o meno ciò che gli pare. Gli insegnanti di tennis assunti come dipendenti tradizionali (e quindi tutelati, in regola con i contributi, le ferie, malattia, TFR e quant’altro) sono pochissimi privilegiati, pochi altri si sono dotati di una partiva Iva, mentre la gran parte collabora con i rispettivi club a titolo dilettantistico. Un escamotage ormai alla luce del sole, che sfrutta il famoso Art. 67 del TUIR, che permette – per i redditi derivati da attività sportive dilettantistiche – di godere dell’esenzione dei contributi previdenziali ed esenzione Irpef fino al tetto dei 10.000 euro annui. Fino al 2017 erano 7.500, poi con la legge di bilancio 2018 sono aumentati su spinta dell’ormai ex ministro dello sport Luca Lotti, che ha detto a più riprese di ritenere l’ampliamento della no tax area fondamentale per l’evoluzione dello sport in Italia. Naturalmente, chi lavora a tempo pieno riesce a incassare più di 10.000 euro, ma tutto il resto finisce dritto in tasca. La situazione, oltre ad avere conseguenze nella vita di tutti i giorni (ottenere un mutuo? Impensabile), fa sì che l’insegnante di tennis non sia protetto da alcuna forma di tutela, e di fatto possa essere cacciato da un giorno all’altro senza che abbia una sola possibilità di far valere i propri diritti. Il tutto pur avendo praticamente delle mansioni e delle responsabilità da dipendente a tempo pieno, ma non per la legge.

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Un tema che tocca (quasi) tutti, ma nel quale in pochi vogliono addentrarsi. Lo fa Marco, maestro laziale che in cambio della garanzia dell’anonimato parla a ruota libera. «I maestri assunti? Saranno due su cento, se va bene. Non esistono contratti a tempo indeterminato e anche se hai 50 anni non sei in una posizione migliore rispetto a un ragazzo di 22 alle prime armi, come generalmente avviene negli altri mestieri. Siamo tutti collaboratori sportivi, non contiamo nulla. O hai un colpo di fortuna e trovi qualcuno che per qualche strano motivo decide di assumerti, oppure sono cavoli tuoi. La gran parte dei maestri sono pagati a ore: a dicembre, con le varie festività, si guadagna meno che ad aprile. Hai la febbre e salti un giorno di lavoro? Non sei pagato. La cosa più penalizzante della professione è che non si può avere un contratto di lavoro normale, come un operaio qualsiasi». Senza dimenticare che tanti insegnanti lavorano nove mesi all’anno, quelli della scuola tennis. Oppure undici, ma non perché ad agosto preferiscano rilassarsi. Semplicemente, perché c’è meno gente che gioca, quindi meno richiesta, e i circoli risparmiano sullo staff. «Alcuni miei colleghi – continua Marco – mi dicono che sono un privilegiato perché ho un accordo col circolo che mi garantisce dodici mesi di stipendio, ma nel 2017 ho fatto un solo giorno di vacanza. Mattina, pomeriggio, sera, devo essere sempre disponibile. La cosa triste è che se andassi alla Coop a riordinare gli scaffali guadagnerei di più e sarei più tutelato. Ho pensato anche di aprire la partita Iva, ma per fare le cose in regola dovrei far pagare un’ora privata 70 euro, per guadagnarne 20. Follia. Evidentemente alla Fit sta bene così: i costi sono inferiori, il tennis è accessibile a tutti, la gente gioca tanto e loro sono felici».

Volendo prendersi il rischio di una generalizzazione, a costo di scontentare qualcuno, si può dire che quella dei maestri è una categoria che conosce solo il 50% del lavoro che svolge. La gran parte guarda solo al presente e agli aspetti tecnici del mestiere, ignorando questioni contrattuali, fiscali, previdenziali, assicurative e sanitarie. Non è un caso che le poche associazioni nate a tutela della professione siano franate in fretta. Anni fa, su spinta di Alberto Castellani, era stata formata la Confederazione Insegnanti Tennis (CIT), ma l’adesione degli stessi insegnanti non era stata sufficiente per dar vita a un vero progetto. Nel 2015, invece, un gruppo di insegnanti con tanta voglia di fare aveva formato AITI, Associazione Insegnanti Tennis Italia, partita con grandi ambizioni e tante belle idee. L’associazione si proponeva l’intento di dare un supporto ai maestri su tutte le problematiche, unendo le varie categorie di insegnanti, senza distinzioni fra Federazione ed enti di promozione sportiva. Pareva la volta buona, invece meno di tre anni dopo dell’associazione non c’è più traccia. Il totale degli iscritti è arrivato a quota sessantatré, compresi i dodici fondatori. Un fallimento. «Quando un progetto si arena – racconta Francesco Gambetti, ex maestro, direttore del CT Reggio Emilia e presidente di AITI nel suo breve periodo d’esistenza – è come un matrimonio che non va a buon fine: le colpe probabilmente stanno da entrambe le parti. Ma mi chiedo ancora oggi cosa non abbia funzionato». Una delle ragioni che hanno frenato lo sviluppo di AITI è stata la quota associativa di 80 euro. Era richiesta per coprire le spese necessarie per la formazione e il mantenimento della realtà, mica per fini di lucro. Ma tanti l’hanno trovata una tassa inaccettabile. «Sicuramente – continua Gambetti – questa polemica non ci ha giovato. Forse anche noi non siamo stati troppo chiari a definire il nostro intento, che non andava contro gli interessi di nessuno. Volevamo ascoltare gli insegnanti e tenerli informati, aumentare il loro sapere e la loro conoscenza, e di conseguenza anche la produttività lavorativa».

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Francesco Gambetti, presidente dell'ormai scomparsa AITI

La spinta determinante che aveva portato alla nascita di AITI era arrivata dal gruppo Facebook Maestri e istruttori tennis, che raccoglie virtualmente una buona percentuale degli insegnanti del Paese (oggi conta circa 3.150 membri). Potenzialmente si tratta di un fenomenale strumento di confronto, per scambiarsi opinioni e competenze, anche se col tempo si è (purtroppo) trasformato in una sorta di bacheca annunci. Tuttavia, qualche scampolo di discussione è rimasto. Una delle ultime l’ha stimolata Gianluca Battilani, romagnolo, 56 anni, oltre trenta dei quali passati a insegnare, dopo la scuola maestri frequentata nel 1985. Vale la pena riportare per intero il suo pensiero: «Ho aspettato un po’ a scrivere, dopo aver partecipato al corso di aggiornamento della Fit. Bene, ora sappiamo che fino a 11-12 anni fra maschi e femmine non ci sono poi così tante differenze, abbiamo visto che possiamo rispondere al servizio muovendoci e preparandoci a seconda della palla che arriva, abbiamo capito quale racchetta è meglio mettere in mano ai ragazzini, quante partite sarebbe meglio giocasse un under 14 e quante ne gioca un professionista, e anche che Shapovalov prepara il dritto con il gomito un po’ alto. Poi arrivo al tennis e un gruppetto di giocatori mi dice che nel campo faceva freddo. Altri che al corso di pilates spendono un po’ meno. Mi chiamano dirigenti comunali diffidandomi dal fare entrare solo chi è in possesso della tessera Fit, genitori che si lamentano che ai tornei di macroarea i propri figli sono stati messi in orario alle 8.30 di mattina in un giorno scolastico, altri ancora che in un campo qui vicino si può giocare senza tessera Fit e che c’è anche un palleggiatore che prende 15 euro all’ora, dopo le 18, quando esce dal lavoro. Non ho saputo rispondere, eppure ero appena stato aggiornato». Riassumendo il senso del commento, dice sostanzialmente che nei corsi di aggiornamento viene dato spazio solo a determinati aspetti, mentre la realtà che gli insegnanti si trovano di fronte nei circoli di tennis ne comprende altri. Diversi. «Ci sono parecchi argomenti – spiega Battilani – che vanno ripresi alla base, a costo di sembrare vecchi. Il tennis, a certi livelli, vuol dire far appassionare i ragazzi e farli divertire. Al corso di aggiornamento mi insegnano come si deve rispondere al servizio, ma poi io al pomeriggio mi trovo il ragazzo che non sa fare una capriola o la signora che vuole prendere delle lezioni per perdere qualche chilo. Pare che la base sia stata dimenticata. Oggi tutto è finalizzato alla ricerca esasperata del risultato, anche in età precoce. Si arriva al punto che a dodici anni i ragazzini sono già stanchi del tennis e lo mollano. E poi magari riprendono a 40. Oggi l’agonistica non la fanno più i ragazzini migliori, ma quelli che pagano di più. Per un maestro può essere positivo, perché guadagna meglio, ma per i ragazzi non è certo un bene. Praticamente non si insegna più a giocare a tennis, ma a vincere. Fosse per me, fino a 12 anni farei solo incontri a squadre, nel week-end. Si parte con i compagni, si sa quando si inizia e quando si finisce, e si fa un po’ di tutto: singolare, doppio, misto. Si vince, si perde, non importa. Si impara».

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Gianluca Battilani con un'allieva speciale: la sciatrice Federica Brignone

Tuttavia, anche a detta di Battilani, le difficoltà minori sono quelle relative all’insegnamento in senso stretto. Il vero problema è la situazione nella quale i maestri si trovano costretti a lavorare. «Ricordiamoci che il 90% dei dirigenti sono per definizione dei dilettanti. Per un maestro diventa difficile confrontarsi con dei volontari, che a loro volta devono assecondare le richieste dei propri soci. Oggi, per potersi considerare un vero professionista, un maestro di tennis deve diventare un piccolo imprenditore di se stesso. Deve avere una sua struttura e farla funzionare oppure prendere in gestione una scuola tennis».Tuttavia, anche questo ha i suoi aspetti negativi perché spesso la ricerca del profitto porta necessariamente a preferire la quantità rispetto alla qualità: «Se il 50% del fatturato di un circolo – continua il maestro, in forza a Courmayeur e Aosta – arriva dai ragazzini della scuola tennis, all’insegnante tocca fare il possibile per tenerseli stretti. Ogni tanto sarebbe persino salutare dire a un ragazzo ‘ti stai allenando male, per favore esci dal campo’, ma è controproducente». In più, se passa il messaggio che a contare sono solamente i numeri, qualsiasi maestro è a rischio. Anche quello che magari dal nulla riesce a costruire una scuola che funziona bene, perché ci sarà sempre qualcuno che accetta quel posto per cento euro in meno. «Possiamo raccontarci bugie fino a quando vogliamo – chiude Battilani –, ma la realtà è che le categorie di insegnanti sono due: chi può decidere cosa fare e chi deve adattarsi alla situazione che si trova davanti».

Il bilancio sociale del 2016 della Fit (l’ultimo consegnato agli organi di stampa) dice che in Italia gli insegnanti riconosciuti sono 8.633, ma il numero comprende anche preparatori atletici, maestri di padel e beach tennis. Quelli che si occupano di tennis sono circa la metà. Secondo l’Istituto Superiore di Formazione “Roberto Lombardi”, ente federale preposto alla preparazione dei maestri, gli insegnanti di tennis si dividono in quattro categorie: istruttore di primo grado, istruttore di secondo grado, maestro nazionale e tecnico nazionale. Ogni qualifica richiede determinati requisiti per l’accesso ai vari corsi e tutte presentano dei paletti su cosa gli insegnanti dotati della relativa targa possono e non possono fare. O potrebbero e non potrebbero fare. Diventare istruttore di primo grado è relativamente semplice: basta aver compiuto 18 anni, riuscire ad accaparrarsi un posto nelle graduatorie (nel bando hanno valore la miglior classifica raggiunta, il titolo di studio e la partecipazione a convegni e simposi), frequentare un corso di una settimana, il successivo tirocinio e l’esame finale, scritto e pratico. Secondo il regolamento dei tecnici, l’istruttore di primo grado può occuparsi solo dei corsi di minitennis (ma non in autonomia) e lavorare con tesserati sprovvisti di classifica federale, purché solo per lezioni collettive. Dopo due anni di attività professionale documentata, l’istruttore di primo grado può passare alla fase successiva, con un nuovo corso di formazione, due settimane di tirocinio nei centri estivi Fit (gratis ma senza spese di vitto e alloggio), oltre agli esami finali. Il passaggio di grado permette di lavorare anche con degli agonisti, purché la loro classifica non superi la terza categoria e l’intera attività sia supervisionata da un maestro o da un tecnico nazionale. In più, un istruttore di secondo grado può anche svolgere lezioni individuali, ma «limitatamente a giocatori che non siano in possesso di classifica federale e che non appartengano ai settori under». Per essere classificati, oggi, in Italia basta vincere una partita in un torneo di quarta categoria. Per chiunque riesca nella mirabolante impresa è pronta la classifica di 4.6, che evidentemente li rende già troppo forti per sorbirsi un’oretta di cesto con un istruttore di secondo grado. In sintesi, per poter svolgere la propria attività di insegnante più o meno liberamente, occorre almeno la qualifica di maestro nazionale. Per ottenerla è obbligatorio aver compiuto 21 anni, possedere il diploma di maturità e frequentare vari moduli di formazione, oltre che la solita tappa (di un mese) nei centri estivi. Infine, è richiesta anche la presentazione e la discussione di una tesi. Il maestro nazionale può occuparsi di ogni tipologia di insegnamento, eccetto seguire atleti di livello internazionale con classifica ATP o WTA. Per quelli, secondo la FIT, è necessaria la qualifica di tecnico nazionale. Pazienza se poi Sergio Giorgi ha allenato a lungo la figlia Camila al Centro Tecnico Federale di Tirrenia senza uno straccio di qualifica (lui) e addirittura senza tessera Fit (lei). La legge, si sa, non è sempre uguale per tutti. A onor del vero, se si andasse ad analizzare caso per caso, le strutture perfettamente in regola non sarebbero così tante. La Fit dovrebbe saperlo, ma evidentemente chiude un occhio spesso e volentieri. Per fortuna.

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Essere inseriti nell’elenco dei tecnici è il passo finale dell’iter formativo che, sommando le tariffe dei vari corsi, arriva a costare circa 5.000 euro, spese escluse. Più la tassa annuale (100/150/170/200 euro, crescente a seconda della qualifica), necessaria – insieme ai corsi di aggiornamento – per mantenere lo status. Come non bastasse, anche la tanto ambita targa va pagata, altri 100 euro. Ecco spiegato perché nei circoli capita di trovare affisse delle semplici riproduzioni jpeg, su foglio A4. Brutte, ma economiche. Oggi i tecnici nazionali sono più di 400, sparsi su tutto il territorio nazionale. Troppi, secondo qualcuno che tecnico lo è. «Più tecnici si creano – dice uno di loro che preferisce l’anonimato per non inimicarsi nessuno – e meno la professione avrà valore. Ovvio che siamo sottopagati e lo saremo sempre più. Una volta essere maestro di tennis aveva una certa rilevanza, ora siamo talmente in tanti che non conta più nulla». Un discorso che fa riflettere: la Fit sforna in continuazione insegnanti certificati, col nobile obiettivo di favorire la diffusione del tennis sul territorio nazionale, ma dovrebbe anche chiedersi per quanti esiste un vero lavoro. A conti fatti, l’aumento nel numero delle figure in circolazione porta a un calo del valore di mercato e di conseguenza a un generale e fisiologico appiattimento della qualità dell’insegnamento. «Il percorso di formazione è strutturato bene – dice Andrea Stoppini, ex n.161 ATP e oggi tecnico al CT Rovereto – perché ai corsi ho imparato parecchie cose, modificando alcune mie convinzioni tecniche. Tuttavia, penso che il mio passato da giocatore, col sistema attuale, non venga valorizzato a dovere. Essere stato numero sette d’Italia e aver raggiunto una buona classifica ATP mi è servito per accedere al corso speciale che mi ha semplificato l’iter per diventare tecnico, ma per il resto anche noi ex giocatori, esattamente come tutti gli altri, abbiamo dovuto iniziare da zero». In effetti, in qualsiasi lavoro il laureato solitamente guadagna di più rispetto a chi è sprovvisto del titolo. L’esperienza maturata giocando a certi livelli dovrebbe essere equiparata a una laurea, in alcuni casi addirittura a un master, invece non è così. Entrare nel mondo del lavoro tennistico è come buttarsi in un grande calderone privo di garanzie e ricco di tante figure diverse, non tutte positive. Inevitabilmente, la qualità rischia di perdersi. E anche chi ha messo piede nei tornei del Grand Slam finisce a fare lezioni private a chiunque bussi alla porta, per tirare avanti. Vien da pensare ai nostri migliori giocatori attuali, che pur non essendo dei fenomeni in senso assoluto sono comunque abituati a guadagnare cifre importanti. Una volta appesa la racchetta al chiodo un ridimensionamento delle entrate è la norma, ma il pericolo è che diventi eccessivo. Troppo per spingerli a mettere a disposizione la loro esperienza. Dovrebbero diventare una risorsa fondamentale, invece c’è il rischio concreto che per loro, nel mercato attuale, di posto non ce ne sia.

Simone Ferrigno, fiorentino, classe 1985, sta preparando la tesi per l’esame da maestro nazionale e ha fatto una scelta particolare: invece che concentrarsi su aspetti tecnici, proporrà un elaborato sul ruolo sociale e formativo del maestro di tennis. Per raccogliere dati, ha sottoposto dei colleghi a un questionario, con l’intento di capire se gli insegnanti si riconoscono come categoria professionale, cosa li limita e quali sono i potenziali competitor. «In un’epoca di antipolitica – racconta –, c’è chi identifica la Federazione come un avversario ma lo trovo un ragionamento populista. La Federazione chiede, ma dà anche tanto e sa essere collaborativa. Sto cercando di capire se magari i nostri avversari non siamo proprio noi stessi, una categoria chiusa, in cui c’è poco confronto. Siamo quasi tutti dei lupi solitari. Dai dati raccolti sin qui raccolti, emerge che non percepiamo i colleghi come avversari, ma è difficile che esista una sinergia di gruppo. Come se ognuno avesse dei segreti da tenere per sé o si sentisse portatore della verità tennistica assoluta. In più, noto sempre una maggiore richiesta di trovare il campione e il risultato, mentre ci si dimentica che il compito del maestro è quello di insegnare la disciplina. Al 95% dei ragazzi che vengono a giocare a tennis non importa nulla di diventare professionisti: lo fanno per fare sport e divertirsi». In effetti, nel panorama formativo manca totalmente la distinzione fra l’insegnamento del tennis a livello ricreativo e quello che ha invece fini agonistici e dovrebbe essere deputato ad altre figure professionali. Sembrano due linee parallele, ma in realtà sono perpendicolari: si toccano, ma vanno in direzioni opposte. «Il maestro – continua Ferrigno – fa una cosa, l’allenatore un’altra. Quando il maestro si improvvisa allenatore possono nascere i problemi. Ricordo, a un corso di aggiornamento, Massimo Sartori dire che il vero problema del tennis italiano era la scarsa preparazione dei maestri».

Altro problema di rilievo è quello delle pensioni, parola pressoché sconosciuta. Eccetto i pochi che possono vantare un contratto d’assunzione o chi si è dotato di partiva Iva, tutti gli altri non versano contributi. Quindi, sostanzialmente, non avranno mai diritto a una pensione. Quello del maestro di tennis non rientra nella categoria dei lavori usuranti (anche perché non rientra nemmeno nella categoria dei lavori…), ma farlo per tutta la vita non sembra la migliore delle prospettive. In pochi ci riescono, perché a una certa età le energie calano. In un’intervista pubblicata nel novembre del 2015 sul settimanale federale SuperTennis Magazine, Michelangelo Dell’Edera, direttore dell’Istituto Superiore di Formazione, spiegava che il Consiglio Federale si era posto il problema delle pensioni e che il presidente Angelo Binaghi stava lavorando per trovare la giusta assistenza da offrire agli insegnanti. Due anni e mezzo dopo non c’è ancora traccia di azioni in questa direzione. L’unica via percorribile è arrangiarsi con un fondo personale, mettendo via il più possibile da utilizzare una volta staccata la targa dal chiodo. «Ci sto provando – dice ancora Marco, il maestro laziale –, mettendo da parte 200 euro al mese. Il problema è che certi mesi faccio fatica. Se mi fermo a pensare al mio futuro, vedo un grosso punto di domanda. E chissà quanti altri si trovano nella mia stessa situazione. Mi sono tranquillizzato quando ho scoperto l’esistenza della pensione sociale». Significa 448,07 euro per tredici mensilità gentilmente offerti dall’INPS, da richiedere al compimento dei 65 anni e 7 mesi. Una sorta di reddito di cittadinanza per anziani. Il problema è che l’assegno sarebbe previsto per i cittadini in condizioni economiche disagiate, quelli – furbetti a parte – che per un motivo o un altro non sono riusciti a lavorare in maniera continuativa. Possibile che chi ha passato la vita a respirare terra rossa possa correre il rischio di trovarsi nella loro stessa situazione? In uno sport che crea un giro economico importante, certi discorsi non dovrebbero nemmeno porsi. La Fit dovrebbe prestare maggiore attenzione alla tutela degli insegnanti che forma, ma non sarebbe corretto attribuirgli l’intera responsabilità della giungla che si è creata. Come spesso accade, la colpa sta nel mezzo. Il problema è che né da una parte né dall’altra sembra esserci l’intenzione, concreta, di cambiare le cose.

Inchiesta pubblicata sul numero di maggio 2018 della rivista Il Tennis Italiano

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