
Qualche settimana fa con un’espressione un po’ delusa e un po’ schifata Goran Ivanisevic, campione nella pazza edizione del Duemilauno, spiegava al pubblico televisivo di Sky che ormai i campi non assomigliano più a quelli di qualche stagione fa, che li aveva provati e si era stupito di quanto fosse facile starsene dietro la riga a palleggiare in sicurezza quasi dimenticando di trovarsi su un tappeto di erba naturale. Forse Goran non sa né gli interessa sapere quale seme, quale taglio, quale trucco viene adoperato. Il crimine però c’è, ed è sotto gli occhi di tutti. Hanno avvelenato l’erba.
Gli effetti del crimine sono duplici: quelli immediati portano i pochi giocatori con velleità d’attacco a starsene rintanati a fondocampo e consentono a chi vince sulla terra di continuare a giocare alla sua maniera sul verde. Il secondo, più subdolo, emergerà sempre più con gli anni quando nessuno oserà più assecondare i rari giovani che praticano la volée: se nella culla del gioco d’attacco è diventato impossibile attaccare tanto vale omologarsi allo stereotipo del tennista di oggi. Sempre che qualcuno non inchiodi i colpevoli alle loro responsabilità, magari iniziando proprio da queste pagine.
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