Federico Ferrero - 05 febbraio 2019

IL LIBRO SUL PALPA

In libreria il libro di Federico Ferrero sulla straordinaria quanto drammatica storia di Roberto Palpacelli. Pubblichiamo un capitolo sulla sua trasferta in un circuito satellite indiano. Quando però vide poco il campo e rischiò davvero grosso
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  • 1/7 Roberto Palpacelli, classe 1970, uno dei più grandi talenti mai espressi del tennis azzurro, causa una vita sciupata tra alcol e droga

    Da Paolo Bertolucci a Diego Nargiso, da Paolino Canè a Riccardo Piatti, dalla metà degli anni Ottanta, chiunque abbia visto giocare a tennis Roberto Palpacelli (Pescara, 1970) è concorde nel giudizio: sarebbe potuto diventare il più grande di tutti. Nel numero di aprile 2018, Tennis Italiano ha raccontato la sua storia, ripresa dalle maggiori testate nazionali, al punto che Rizzoli ha chiesto al suo autore, Federico Ferrero, di approfondire le avventure (e disavventure) di quello che è considerato uno dei maggiori talenti mai espressi nella storia del tennis italiano, a causa di una esistenza dissennata, tra abuso di alcol e droghe. Quando si parla del Palpa, mito e realtà si fondono: è stata una potenziale rockstar del tennis che si è autoconfinata in provincia, un ribelle senza causa, un uomo innamorato della propria libertà e di ogni eccesso, o solo un atleta che ha fatto davvero di tutto per buttare via il suo enorme talento? Questo libro racconta tutta la sua incredibile storia, senza compromessi.

    di Roberto Palpacelli con Federico Ferrero, 224 pagine, Rizzoli

    Non uso Internet. Non ho un computer. Non so cosa sia una app e, sinceramente, neanche mi interessa. Una volta mi regalarono un cellulare con lo schermo grosso e senza tasti: io lo guardai un istante, poi lo lasciai nella sua scatola. Il mio telefono fa due cose, chiama e risponde. Eppure, lo so persino io che, su alcuni siti, raccontano storie inverosimili su di me: per esempio, che ho battuto in due o tre occasioni Boris Becker. Ogni volta che vengo a sapere di una leggenda metropolitana mi monta la rabbia, perché non capisco chi abbia messo in giro certe voci; a me, le uniche palle che piacciono sono quelle gialle di feltro, per giocare a tennis.

    Però direi una bugia se fingessi di non sapere che intorno a me ho sempre percepito qualcosa di particolare, un’attenzione a volte morbosa, un misto di ammirazione e repulsione. Sulla mia strada ho trovato persone che mi hanno portato in trionfo, per poi scaricarmi senza pensarci due volte quando finivo in disgrazia. I direttori dei tornei facevano a gara per avermi, perché c’erano persone che telefonavano soltanto per sapere se fossi iscritto al tabellone, oppure a che ora avrei giocato. Non era una cosa comune, per un giocatore di serie B. C’era gente che parlava di me come del “mitico Palpa”. E sono stato considerato per molti anni una delle più talentuose promesse italiane. Ma di quei traguardi che tutti sostenevano avrei raggiunto senza problemi, non ne ho visto neanche uno. Invece sono stato bravissimo a bruciare me stesso. In tutti i sensi.

    Questi sono due biglietti aerei. Bologna-Bombay e ritorno. Con scalo a Londra. Ora vai a casa e festeggia con i tuoi, perché il 26 mattina hai il volo di andata. Ti abbiamo già iscritto a tre tornei nelle prime tre settimane dell’anno. Se giocherai bene, e noi crediamo di sì, ti qualificherai per il master finale, la quarta settimana. A fine gennaio sarai di ritorno, e avrai la tua bella classifica Atp.»
    Marco era seduto dietro la sua scrivania e stringeva in mano i due biglietti. Aspettava una mia risposta.
    Evidentemente, non mostrai l’entusiasmo che si attendeva. «Ah. E chi mi accompagna, a Bombay
    «Nessuno. Ci andrai da solo, a fare esperienza.» Poi, aprì un cassetto, e ne estrasse un rotolo di banconote. «Ecco quattromila dollari, per le spese.»
    Abbassai lo sguardo, poi allungai il braccio per prendere biglietti e banconote. «Vabbè, se avete deciso così, lo faccio.»

    I miei nuovi mecenati, guardandosi bene dal dirmelo, avevano deciso di mandarmi a giocare all’estero, perché non avevo nessun punto Atp, e la Fit non era certo disponibile ad aiutarmi, anzi, mi avevano fatto terra bruciata intorno. Difficile che la federazione mi concedesse una wild card che mi permettesse di disputare un torneo con punti Atp in palio. Era un cane che si mordeva la coda: senza punti non potevo partecipare a tornei di quella categoria, ma senza i tornei non potevo inanellare i primi punti. Ed ecco perché Marco se n’era uscito con quella storia dell’India: là c’era una concorrenza decisamente inferiore e, anche partendo da zero, sarei riuscito a infilarmi in qualche tabellone.
    Prima di mandarmi a casa per le feste natalizie, mi consegnò un pacco di completini orrendi di uno sponsor locale, una ditta che confezionava abbigliamento da pallavolo, magliette bianche con una riga verde, di cotone spesso: dentro ci si sudava come cammelli. Sulle racchette, per fortuna, decidevo io: usavo la Donnay di Agassi, quella rossa e blu, incordata con un sintetico multifilamento.

    A San Benedetto, passai due giorni a devastarmi: la paura di volare, l’idea di finire in un posto sperduto in capo al mondo, l’ansia di stare solo per così tante settimane mi consumavano dall’angoscia. Lontano dalle mie cose, sentivo di non potercela fare. Ciònonostante, decisi di partire. Ma con una piccola “spinta” che mi convincesse a imbarcarmi su quel volo. La sera prima della partenza presi il treno per Bologna e, arrivato alla stazione, intercettai due tizi di quelli che trovavo a colpo sicuro. Mi feci dare qualche grammo di eroina e lo feci andare subito. Alle dieci del mattino seguente feci l’ultimo tiro, che sarà stato lungo quaranta centimetri, poi andai in aeroporto.
    Della prima tratta non ricordo nulla. Allo scalo a Londra, mi persi. Vagavo con The Dark Side of the Moon, uno dei miei album preferiti, sparato al massimo volume nelle cuffie. Li amavo, i Pink Floyd. Soprattutto quando ero fatto, come in quel momento. A un certo punto intuii che mi stavano chiamando dall’altoparlante, ma riuscivo a capire solo “Mister Palpacelli” e “gate”. Per trovare il mio aereo ci misi una vita, ma alla fine mi imbarcai. Destinazione India.

    Sceso dall’aereo a Bombay, l’impulso fu di risalire le scalette dell’aereo e chiedere all’equipaggio di riaccompagnarmi indietro. La prima immagine messa a fuoco fu una distesa a perdita d’occhio di capanne di stracci. Davanti a me, donne con vestiti sgargianti, con i figli avvolti negli scialle e circondati da nugoli di mosche, che camminavano nella mia direzione. Alla prima ragazza madre che si avvicinò, diedi tutte le banconote italiane che mi erano rimaste in tasca. Credo fossero cinquantamila lire, per lei era una cifra enorme. Mi allontanai velocemente e, farfugliando in inglese, chiesi a un tassista di portarmi all’albergo che mi avevano prenotato. Quando arrivai, mi trovai davanti a un casermone senza finestre, senza vetri. Davanti al portone, un incantatore di serpenti con due cobra che spuntavano da una cesta.
    La prima notte mi svegliai per un rumore strano. Notai che il sacchetto delle scarpe, che spuntavano dal borsone del tennis, si muoveva. Eppure ero sobrio e l’effetto dell’eroina ormai mi aveva abbandonato. Mi alzai, afferrai la racchetta e la utilizzai per scostarlo: trovai un ragno così grosso che non mi sarebbe stato in mano. Per ucciderlo dovetti tirargli un paio di dritti belli pesanti, a occhi chiusi. La mattina dopo, caricai i bagagli e andai a dormire allo Sheraton, un albergo di lusso che costava cento dollari a notte, ma si trovava vicino ai campi del torneo e, soprattutto, teneva fuori dalle stanze la fauna locale.

    La superficie su cui si giocava il torneo Satellite era incredibile: sterco di vacca secco. Ero già scioccato di mio, figuriamoci dopo la prima visita al circolo: non avevo mai visto un campo fatto con la merda, mischiata con la segatura e compattata coi rulli prima del passaggio del gesso per disegnare le righe. Ma ormai ero lì. Mi feci forza e firmai il check-in, il match di primo turno era programmato per il giorno dopo. Giocai contro un indiano che, al contrario di me, era abituato ai campi di cacca secca. Scendeva sempre a rete, così come era sensato fare con quel terreno, visto che non c’era mai uno scambio. Persi.
    Teoricamente avrei dovuto aspettare tutta la settimana, fino al lunedì successivo in cui sarebbe iniziata la seconda tappa del torneo satellite in un’altra città, Cochin, e l’avrei dovuta passare allenandomi. Ma al circolo non misi più piede. In compenso, avevo fatto amicizia con un tassista dell’albergo che, a parte i baffoni e la pelle scura, era identico a un mio amico di San Benedetto, Jack Pannella, e per quel motivo mi ispirava simpatia. Mi ricordava casa. Quello stesso giorno lo presi da parte e gli dissi due tra le pochissime parole che avevo imparato in inglese, consultando un vocabolarietto Garzanti che mi ero portato dietro: brown sugar. Eroina. Lui mi guardò spaesato, poi capì che cosa volevo. Mi caricò sulla vettura e mi portò a comprare il loro “zucchero marrone”. Lo spacciatore mi diede un sacchetto da dodici grammi, lo pagai sui cento dollari: il prezzo di un grammo in Italia, dove tra l’altro l’eroina veniva tagliata con mille schifezze. Tornato in albergo, mi accorsi che non mi potevo fare. Di usare siringhe non se ne parlava proprio perché c’era il rischio di buscarsi qualche malattia: l’unica soluzione era tirarla, rinunciando a buona parte della botta che ti dà l’eroina in vena. Ma era talmente pura che rimasi ugualmente sballato tutto il giorno. Ero in paradiso: io e il mio brown sugar.

    Da quel giorno, passai tutte le mattine allo stesso modo: scendevo e andavo a fare la spesa col mio amico, il Jack Pannella indiano. Ero sempre talmente fatto che non riuscivo nemmeno a fare due passi a piedi, quindi andavo a zonzo col taxi a visitare i mercati, le baraccopoli, i quartieri ricchi. Un po’ guardavo, un po’ tenevo gli occhi chiusi, smarrito in uno dei miei viaggi. A volte, come regalo, l’autista mi lasciava sul sedile una pallina rossa di oppio, che la gente del posto masticava per stordirsi. La controindicazione era la nausea: i nostri giri in macchina erano interrotti ogni mezz’ora da me, che dovevo scendere per vomitare. Una volta esagerai e rimasi per tre giorni steso a letto: non mi sentivo più gli arti. Quando toccavo le gambe, mi sembravano appartenere a un’altra persona. Pensavo che sarei rimasto lì all’infinito.
    Il 31 dicembre festeggiai il Capodanno, nella hall dell’albergo. Al lato della sala, c’era una ragazza inglese che se ne stava seduta lì, immobile. Ricordo che era tardo pomeriggio, nell’aria c’era della musica, ma l’atmosfera era più che altro quella di una camera di meditazione. Non so quale acido avesse preso, fatto sta che quella ragazza restò per ore nella stessa posizione, con le gambe incrociate, per terra, fissando una candela che ardeva. Io mi misi vicino a lei, senza dire una parola. A mezzanotte, quando ci muovemmo verso il tavolo per fare un brindisi, mi accorsi che avevamo fissato la fiamma della candela per sei ore consecutive. Era l’effetto dell’eroina.

    Alla fine della prima settimana mi imbarcai sul volo Bombay-Trivandrum, una città all’estremo sud della penisola indiana. Da lì ci vollero tre ore di automobile per raggiungere Cochin, dove si sarebbe giocato il torneo. Tre ore di strada dritta, con palme e chioschetti di ragazzi che vendevano banane; intorno, il deserto. Arrivato in città, mi portarono all’hotel: una vecchia caserma militare inglese dismessa, che avevano attrezzato come alloggio ufficiale dei giocatori. Una struttura grigia, di cemento, niente finestre, niente balconi: rieccoci. Feci fare al taxi un giro intorno al palazzo e chiesi all’autista di riportarmi immediatamente all’aeroporto. Neanche sotto minaccia armata, sarei rimasto lì dentro. E di giocare contro un altro indiano su un campo di sterco, ne avrei fatto volentieri a meno.
    Sul volo del ritorno per Bombay, all’atterraggio, l’aereo iniziò a vibrare improvvisamente e l’ala destra toccò la pista. Sentii un colpo tremendo, vidi una scia di scintille fuori dal finestrino, gli altri passeggeri urlavano: pensavo fosse arrivato il mio momento. Ed ero terrorizzato: io, che facevo di tutto per ammazzarmi dal mattino alla sera, in quel momento decisi che ero troppo giovane per morire e che non mi andava di fare quella fine. Chiusi gli occhi, con il cuore che batteva a mille. Per fortuna, ne uscimmo tutti sani e salvi: il pilota corresse la traiettoria in tempo e ci fece atterrare. In seguito mi spiegarono che era stata tutta colpa del wind shear, una corrente discensionale improvvisa che a volte fa schiantare gli aerei.

    Tornato in hotel, ancora scosso da quell’esperienza, vidi in lontananza alcuni tennisti italiani che si allenavano a Bergamo ed erano lì per raggiungere il torneo di Cochin. Conoscevo piuttosto bene uno di loro, Eugenio Rossi, un ragazzone col quale mi ero allenato sporadicamente e che era diventato famoso per qualche mese perché aveva frequentato Gabriela Sabatini, la tennista argentina che nel 1990 aveva vinto gli US Open e che in Italia era stata praticamente adottata, avendo vinto il torneo di Roma per quattro volte. Non volevo dargli spiegazioni sul fatto che avessi abbandonato il torneo. Così mi nascosi e aspettai che se ne andassero.
    In Italia aspettavano mie notizie ma a quei tempi era semplice inventarsi delle scuse: i risultati dei tornei minori erano difficili da trovare, le telefonate costavano, ed ero rimasto d’accordo che mi sarei fatto sentire io. Una sera trovai un avviso scritto a mano sotto la porta della camera d’albergo, qualcuno mi aveva cercato. Lo stracciai e non richiamai nessuno, né quelli di Bologna né casa dei miei a San Benedetto. Del resto, cosa avrei potuto raccontare? Che avevo perso l’unica partita contro un disperato che mi affrontava su un campo di cacca rullata e che avevo passato tutto il resto del tempo a bucarmi?

    Mi stavo abituando ai ritmi di vita indiani. Gli odori di Bombay, che i primi giorni mi pungevano il naso come chiodi, avevano iniziato a piacermi. C’era un’aria mistica che ti catturava, credevo che sarei rimasto lì tutta la vita. Non pensavo più a niente, finché sul comodino c’era il mio sacchetto di zucchero scuro. Pochi giorni dopo, però, dei miei quattromila dollari me ne erano rimasti giusto un centinaio. Così non mi rimaneva altro da fare che cambiare la data del volo di ritorno, anticipandola di due settimane.
    Il giorno della partenza, poco prima di andare all’aeroporto di Bombay e mettere così fine a quel viaggio assurdo, mi raggiunse un ragazzo. Lo riconobbi subito: si trattava di uno degli spacciatori da cui mi ero rifornito. Mi fece capireche era stato avvisato dal tassista e mi propose di imbottire le mie scarpe di eroina. Indicava le mie suole e sorrideva. Quattro etti di roba a soli duecento dollari. Un affare. Ma non ero del tutto imbecille: sapevo che in India ti prendi l’ergastolo, se la dogana ti pinza con la droga. Quindi rinunciai, a malincuore.

    Senza avvertire nessuno nemmeno in quell’occasione, tornai in Italia. Arrivato a Bologna, telefonai a mio padre perché la sera stessa sarei arrivato in treno a San Benedetto. Gli raccontai che mi ero buscato una gastroenterite e che avevo paura degli ospedali indiani, quindi avevo deciso di anticipare il rientro. Scesi dall’interregionale avvolto in una tunica indiana, i capelli sciolti sulle spalle, le racchette in mano. Il borsone no, lo avevo regalato al tassista sosia di Jack Pannella, con dentro tutti quei completini schifosi con la righina verde, per la gran parte mai utilizzati. Al suo posto, avevo comprato una cesta di vimini da tenere a tracolla. Cercai di entrare in banca per cambiare gli ultimi dollari che mi erano rimasti, ma una guardia mi bloccò all’ingresso. «Così conciato, non entri da nessuna parte» mi disse, mettendomi una mano aperta sul petto.
    Nel parcheggio incontrai mio padre, che mi superò a piedi senza dire una parola. Mi girai, lo chiamai.
    «Ehi, dove vai?»
    Lui si bloccò e mi guardò stranito. «E tu chi sei?» fece dopo un po’.
    «Come chi sono? Sono Robbè, papà.»
    A quel punto si ricosse, e i suoi occhi presero ad andare velocemente su e giù. Sembrava volersi assicurare che quella specie di predicatore rinsecchito che aveva davanti fosse davvero suo figlio. «Ma che ti è successo? Ma che hai fatto?»
    «Dopo ti spiego, papà. Ora andiamo a casa.»
    Una volta in città, però, lo salutai con una scusa e mi fiondai in centro. Cambiai i soldi al Banco di Roma, nella filiale in cui c’era un posto pronto per me dal momento in cui mio padre era andato in pensione ma che non avevo mai preso nemmeno in considerazione, e corsi dai rotonderos per comprarmi un grammo di roba italiana, quella tagliata. Poi volai in farmacia, presi una siringa sterile e me la sparai in vena, sperando facesse subito effetto. Macché: dopo quindici giorni di zucchero indiano, quella sembrava acqua fresca.

    In due settimane avevo guadagnato zero punti Atp, speso quattromila dollari e perso quattordici chili: da settantasette ero sceso a sessantatré. La mia versione tossica di 7 chili in 7 giorni con Verdone e Pozzetto. Ma se dopo l’India il mio peso era sceso, la mia razione quotidiana di eroina era salita: quattro grammi.

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