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Il biologo che sfida i Top-100

A 30 anni, con una laurea in biologia molecolare, un’associazione sportiva, alcuni allievi e un grande sogno, Francesco Borgo si è trovato a esordire in un Challenger contro Stakhovsky. E ha fatto un figurone.
Il biologo che sfida i Top-100
24 novembre 2015

BRESCIA

- Scorrendo il tabellone del Trofeo Città di Brescia della scorsa settimana, infarcito da una quindicina di giocatori con trascorsi da Top-100, agli occhi degli appassionati del circuito ATP Challenger è balzato un nome nuovo: Francesco Borgo. Un giovane emergente? Altroché. Semmai un esemplare unico o quasi, che nel 2011 ha mollato un dottorato da biologo molecolare per inseguire il sogno tennis, buttandosi nel circuito internazionale intorno ai 25 anni. Tardi, tardissimo, ma non per chi l’ha scelto come fase di un percorso di formazione, da completare con una seconda laurea in arrivo e le prime esperienze da allenatore, e ha comunque trovato il tempo e il modo per togliersi più di una soddisfazione. Principalmente in doppio, con 14 titoli Futures e un posto fra i primi 300 del ranking, ma anche in singolare. L’ultima proprio a Brescia. Ha perso al secondo turno delle qualificazioni, ma una lunga serie di ritiri gli aperto le porte del tabellone principale, come lucky loser. E la sorte gli ha regalato una sfida con l’avversario più importante mai incontrato: l’ucraino Sergiy Stakhovsky. Da una parte il numero 62 del mondo, con quattro titoli ATP in bacheca e una storica vittoria contro Roger Federer sul Centrale di Wimbledon; dall’altra lui, numero 921, che per fare il suo esordio a livello Challenger è stato costretto ad annullare il corso pomeridiano a delle piccole allieve. Il bello del tennis è anche questo.

Scorrendo la tua scheda, si nota subito che sei entrato nel ranking ATP solamente a 25 anni. Da dove sei sbucato?
Ho giocato a tennis sin da piccolissimo, mio padre è maestro di tennis e ha allenato anche qualche buon giocatore. Ho giocato insieme a lui a fasi alterne, da under 12 ero fra i migliori d’Italia, ma non avrei mai pensato che il tennis potesse diventare la mia professione. A 19 anni ero terza categoria, e siccome andavo bene a scuola, dopo il liceo ho deciso di iscrivermi all’università, spinto da mia madre che fa la professoressa. Ho studiato e mi sono laureato in biologia molecolare a Padova, con una tesi sullo studio di due geni implicati nella risposta allo stress, per creare nuove molecole antidepressive.
 
E come mai ti troviamo con la racchetta e non col camice?
Nella mia vita il tennis è sempre stato in secondo piano, ma allo stesso tempo non sono mai riuscito ad abbandonarlo. Mi sono mantenuto l’università facendo tantissime lezioni private al sabato e alla domenica, e anche negli anni degli studi ho continuato a giocare tornei Open, specialmente d’estate, salendo di classifica passo dopo passo, fino a quando un circolo di Padova mi ha proposto di allenarmi un po’ di più e provare a fare il professionista. Visto che avevo raggiunto una buona classifica nazionale, mi sono detto: “si vive una volta sola, perché non provare?”. Così finiti gli studi mi sono preso un anno per il tennis, per allenarmi e pensare esclusivamente a quello.
 
A quanto pare gli anni sono diventati qualcuno in più…
Sono successe varie cose. Per primo, dopo pochi mesi mi sono scheggiato una rotula, ma invece di operarmi ho trascinato il problema curandolo a suon di antiinfiammatori, i cui effetti collaterali mi hanno creato un po’ di ansie, etc. Malgrado abbia chiuso quell'anno fra i primi 1.000 della classifica, non l’ho vissuto molto bene. Così, ho deciso di operarmi e provare un’altra stagione. A quel punto, mi ha contattato una professoressa che cercava un laureato in biologia molecolare per un dottorato, con borsa di studio. Non sapevo cosa fare, ma ho deciso di accettare. Speravo di riuscire a far conciliare tennis e dottorato, ma era impossibile perché pretendevano una presenza fissa in laboratorio. Quindi dopo poco ho deciso di prendere sei mesi di sospensione, e non ho più ripreso. Non era la mia strada.
 
Ti sei mai pentito?
Nella mia vita non ho rimpianti, ho sempre fato un sacco di cose diverse. Potrebbe essere vista come un’abilità, nel senso che sono riuscito a fare tante cose, oppure come una debolezza, perché non sono mai riuscito a concentrarmi al 100% su una sola. Ma sono fatto così, e ne sono felice. Chiusa quella porta ne ho aperta un’altra: mi sono iscritto a Scienza Motorie per completare la mia preparazione. Ho deciso che voglio rimanere nell’ambiente tennis, dove mi sento a mio agio. Mi laureerò a marzo, con una tesi sul doping genetico, che unisce il nuovo ambito a quanto studiato di biologia molecolare. 

Hai mollato un dottorato, che ti avrebbe garantito anche una soddisfazione economica diversa, per buttarti nei Futures, dove di soldi non se ne vedono. Non è una scelta da tutti...
Quella di mollare il dottorato è una delle poche scelte che ho fatto convinto al 100%, e di cui non mi sono mai pentito. Così come di aver studiato biologia. Mi piaceva l’idea di sapere come funzionano le cose. So come è fatta l’acqua che bevo, so dove va a finire. È interessante. Ma questo non è un settore nel quale mi trovo a mio agio dal punto di vista lavorativo. Non ci sono grosse relazioni con la gente, ci sono tempi molto lunghi e pochi risultati. Insomma, poche emozioni. Uno come me ha bisogno di emozioni forti.
 
Il tennis dà emozioni forti?
Quelle che trovo nel tennis non riesco a trovarle in nient’altro. Magari se non giocassi a tennis andrei a fare i rave party nel fine settimana. È uno sport incredibile, che ti prende a livello mentale e dà tante soddisfazioni. Ti fa vivere la vita a pieno, e questo ha molto più valore dei soldi. Sono una persona a cui il denaro interessa veramente poco. Non compro dei vestiti da quando ero minorenne (ride, ndr). Sono altre cose che mi rendono felice: stare con la mia ragazza, coi miei amici o il mio cane, Rambo. La curiosità? L’abbiamo trovato a Santa Margherita di Pula, durante il Futures, e l’abbiamo adottato. Ai soldi non ho mai badato. L’anno scorso ho giocato un sacco di tornei Open, e li ho vinti quasi tutti. Sono circa 1.000 euro in tasca a torneo, ma non c’è gratificazione. Preferisco vincere un match in un Futures, anche con nessuno sugli spalti, ma sapere che è tennis vero. Di recente ho anche discusso con mio padre, vorrebbe che mi stabilizzassi. Ma per il momento sto ancora investendo su me stesso, e fino a quando non finisco il mio percorso e sono pronto per lavorare a tempo pieno, ai soldi non ci penso.
 
Lo conferma la tua specializzazione nel doppio, dove si guadagna ancora meno. Come mai?
Il vero obiettivo era quello di entrare fra i primi 300 giocatori della classifica di specialità (e ci è riuscito, ndr), per accedere al corso straordinario per diventare maestro nazionale Fit, che prevede un percorso più breve e vantaggioso rispetto a quello tradizionale. Lo farò fra gennaio e febbraio. Nel frattempo, il Ct Vicenza, per cui gioco la Serie A2, mi ha proposto di iniziare ad allenare dei ragazzi e seguirli sotto tutti i punti di vista: tennis, preparazione fisica, alimentazione e quant’altro. Insomma, sto per iniziare a fare quello per cui mi sono preparato. E accompagnando loro ai tornei posso giocare pure io. Come successo a Brescia, dove ho accompagnato Francesco Ferrari e già che c’ero ho disputato le qualificazioni. In più ho firmato in doppio: garantisce ospitalità per due persone, così Francesco ha potuto stare con me, vivere un ambiente di alto livello e allenarsi con un sacco di giocatori forti. Una grande esperienza.
 
Sembrerebbe che tu veda la tua carriera da giocatore come parte di un percorso di formazione…
È vero, ho sempre pensato in ottica futura. Fino quando posso giocare gioco, imparo, mi miglioro. Ora, dopo tanti anni, il mio percorso è definito, sono deciso. Ho fondato anche un’associazione sportiva che si chiama Alpha Tennis, di cui sono presidente. Non abbiamo un posto fisso: siamo un gruppo di ragazzi che si muovono a Verona, da un posto all’altro. L’obiettivo per il futuro è quello di prendere una struttura e realizzarci qualcosa per valorizzare il tennis in città, qualcosa di professionale e innovativo: mi piacerebbe avere solo campi in cemento. Al momento non ambisco a fare il maestro di circolo, faccio meno lezioni private possibile. Punto in alto, con la preparazione che ho e l’esperienza dei tornei credo di poterlo e doverlo fare. Per fare il maestro tradizionale sarò sempre in tempo.
 
Non capita spesso di incontrare giocatori che guardano al futuro. Stai seguendo degli esempi?
No, tutto quello che faccio viene da me, anche se dai miei genitori ho imparato tanto. Per quanto riguarda il gioco, invece, tutti mi hanno sempre detto che il più grande gap fra uno come me e i giocatori forti è il fisico. Sono molto leggero, peso meno di 70 chili, quindi cerco di ispirarmi e imitare quei giocatori che fisicamente mi assomigliano, come David Goffin o Gilles Simon.
 
Simon è uno dei giocatori più intelligenti del circuito…
Per forza. Non avendo potenza o particolare pesantezza di palla, dobbiamo usare altre armi. Contro Stakhovsky ho giocato bene perché la superficie velocissima aiuta chi si appoggia, chi sa giocare di fino. Anche se gli scambi sono brevi, bisogna pensare tantissimo, se fai la scelta sbagliata tiri tre metri fuori.

Cosa ti hanno dato 4/5 anni nel circuito in più rispetto a quanto studiato?
Stando nel circuito riesci a capire tante cose. Io ho sempre voluto parlare molto con gli altri giocatori, coi coach stranieri. Confrontarmi, capire cosa sentono, come si preparano. Tutte cose che chi non sta qui dentro non può capire. Si può studiare benissimo la didattica, la biomeccanica, ma se l’obiettivo è seguire un giocatore, e tu non hai vissuto quello che dovresti andare a insegnare, sei il primo per cui diventa difficile capirlo. Diciamo che qui impari a vivere il tennis. Anche nei tornei Open il livello non è basso, ma il tennis è vissuto in maniera diversa. Questo è un ambiente professionistico.
 
Sei l’unico laureato fra i tennisti italiani?
No, ma siamo pochissimi. A memoria mi viene in mente solo Matteo Fago, che ha fatto il college negli Stati Uniti (all’Università del Tennessee, ndr). È una cosa un po’ diversa, ma che consiglierei ai ragazzi che vogliono studiare senza lasciar perdere il tennis di alto livello, anche se la preparazione scolastica che hai lì forse non è all’altezza della nostra. In Italia funziona tutto male, ma le università ti preparano sul serio, specialmente nelle materie scientifiche. Per il resto, so che Marco Crugnola ci ha provato, Pietro Licciardi è iscritto, ma tennis e studi sono incompatibili, sia a livello di tempistiche sia a livello mentale. Diciamo che il mio caso è un’eccezione, ma non so se definirmi al 100% un giocatore, visto che c’è stata una sola stagione in cui l’ho fatto a tempo pieno. Nel nostro sport se non hai la testa completamente proiettata sul tennis non ce la fai. Per questo lo ritengo il più difficile del mondo.
 
Quindi fare il tennista è una scelta coraggiosa?
Sicuramente per buttarsi nel tennis ci vuole coraggio, perché si va a trascurare tutto il resto. Bisogna fare dei sacrifici, la propria famiglia deve fare dei sacrifici. Però è una scelta come un’altra, come proseguire con gli studi o iniziare a lavorare. La cosa particolare di questo mondo è che si fatica a tornare indietro. Il tennis è uno sport che illude: capita che batti il giocatore più forte, prendi punti ATP, e pensi poter arrivare in alto pure tu. È giusto crederci, perché se uno non ci crede non ce la farà mai, però ora vediamo la classifica ATP che va fino al numero 2.400, e nel 2014 hanno pagato l’IPIN (la tassa ITF per potersi iscrivere ai tornei, ndr) in 40.000. Sono 40.000 che ci credono. Dal punto di vista emotivo è bellissimo, però di tennis ci vivono solo i primi 200. Su 40.000. La cosa positiva è che dopo aver fatto il giocatore, se vuoi rimanere nell’ambiente, hai l’esperienza necessaria per insegnare.
 
Conoscendo la cultura media non altissima del tennista italiano, ti è mai capitato di non sentirti a tuo agio perché circondato da gente un po’ troppo superficiale?
All’inizio si, facevo fatica. È stato un po’ brusco passare da un ambiente in cui si parla solo con persone con una cultura media molto alta, a parlare esclusivamente di tennis o di calcio. Ma poi, conoscendo gli altri ragazzi in maniera più precisa, sono riuscito a fare discorsi profondi anche con gente da cui non me lo sarei mai aspettato. Ora la vivo bene, mi piace molto parlare con tutti, spiegare le cose, dare consigli agli amici, ai ragazzi più giovani. Mi sento come una sorta di maestro, anche se non è la parola giusta.
 
Avere studiato può dare qualcosa in più sul campo da tennis?
A livello di gioco no, perché nel tennis pensare troppo non è un vantaggio. Devi essere molto bravo a farlo il meno possibile. Io spesso ho avuto problemi perché penso troppo. Però quando poi vai a insegnare, gli studi svolti sono un valore aggiunto importantissimo.
 
A un 18enne che può provare a fare il tennista, ma è anche portato per studiare, cosa diresti?
Gli consiglierei di non avere fretta, potrebbe benissimo finire la scuola superiore e nel frattempo allenarsi, giocando magari qualche torneo giovanile nel periodo estivo. In questo modo potrà crescere come tennista, ma anche crearsi una base culturale che gli servirà nella vita. Dopo, se vuole continuare a fare entrambe le cose può andare al college. Se invece decide per il tennis, di buttarcisi dentro al 100%. All’università ci potrà pensare in futuro.
 
Primo Challenger a 30 anni, potresti essere fra i più vecchi. Cosa ti lascia questa esperienza?
Molto, anche perché è arrivata in maniera fortuita. Dopo la sconfitta nelle qualificazioni sono rimasto qui per il doppio, quindi perché non firmare come lucky loser? L’ho fatto e ho avuto questa chance, e quando ho visto che avrei giocato contro Stakhovsky ero felice. Scherzando con i miei amici ho detto che l’obiettivo era di riuscire a fare qualche game, ma dentro di me non dico che pensavo di poter vincere, ma almeno di giocare un buon match, visto che il campo molto veloce valorizza le mie caratteristiche. Così è stato (ha perso 6-4 7-5, ndr) e ho pure qualche rimpianto per un paio di chiamate dubbie alla fine del secondo set. Sarei potuto arrivare al tie-break e magari vincerlo. Ma nel terzo lui sarebbe salito e io calato, mentalmente non sono abituato a tenere questo livello così a lungo. Però ho fatto una bella figura, e sono felice per me stesso. Quando mi ricapita di giocare contro uno come Stakhovsky?

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