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Gli alcolisti della racchetta da tennis

In Italia, ancora troppi giocatori di club si affidano a telai troppo difficili che ne compromettono la prestazione, probabilmente per una autosopravvalutazione delle proprie capacità tecniche. Come se giocare con una racchetta che aiuti il proprio gioco, significhi non essere all’altezza della situazione. E così si verificano situazioni perfino comiche...
Gli alcolisti della racchetta da tennis
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Corrado Erba
13 novembre 2017

Un giorno, per caso, ho conosciuto un rappresentante di Wilson USA. «Certo che in Italia il giocatore medio di club è proprio forte» mi ha detto, mentre scolavamo una pinta al bar del tennis. «In che senso?» ho risposto. «Vedi, il nostro modello più venduto nel vostro paese è la Blade 98. Esce bene pure la 18x20! Numeri impensabili negli altri paesi: da noi, per esempio, i giocatori di club comprano i padelloni, le profilate, se necessario le Big Bubba. Qui invece, visti i gusti, dovete essere fortissimi». Ho finito la pinta e ho pensato che in effetti il giocatore medio di club in Italia è un animale strano. «Io cerco il controllo assoluto» mi ha detto una volta un simpatico enneci, armato di ramata di rovescio e un dritto stile Jaques Tati. Impugnava una Head Prestige Pro Stock, 370 grammi di peso, incordata Luxilon Alu Power a 27 chili. Quando la centrava (evento non propriamente comune), la palla superava (molto) a fatica la rete; però, diceva lui, «la metto dove voglio». Io non vedevo, ma abbozzai. Mi capita di partecipare a qualche torneo di quarta categoria e l’armamentario medio dei protagonisti è spesso più estremo che in un torneo ATP. Vedi Iginio, 55 anni, best ranking 4.3, che affronta Pasquale, 38 anni, best ranking 4.4. Il primo sfoggia una Blade 18x20 incordata monofilamento, con dieci grammi di piombo in testa, «perché altrimenti scappa». L’altro, vestito Nike dalla punta dei piedi alla fascetta RF, si sente invidiatissimo mentre impugna la nuova Wilson RF 85 pollici. Il risultato è un giudice arbitro disperato, perché a furia di legnate terrificanti, tutte le palle a disposizione sono disperse sulle siepi circostanti il campo. Pasquale, due ore e sette palle dopo, porta finalmente a casa la partita. Gli faccio amabilmente notare che perfino Roger è passato da un piatto 85 pollici a uno di 90 e finalmente al definitivo 97 (pur restando un telaio sostanzialmente ingiocabile per i comuni mortali). «E vabbè, ma lui ha un movimento con il gomito in alto, non la prende dove la colpisco io. Per come impatto, la PS85 è perfetta» mi dice tutto contento. Inutile dunque abbozzare l’idea che un attrezzo meno estremo possa aiutare e farci divertire di più: «Io vado sui teli con una profilata» dicono in coro gli adepti delle racchette Pro Stock, un numero sempre crescente di simpatici alcolisti della racchetta, che frequentano i siti dove si vendono i telai preparati appositamente per i professionisti, che per vie misteriose arrivano sempre più numerose sul mercato on-line (in realtà, spesso sono proprio i giocatori professionisti di medio-basso livello che le rivendono).

Gli alcolisti della racchetta da tennis

L'AVVOCATO DI GALLARATE
Ho cercato invano di capire perché un 4.2 di 49 anni, dalle braccia come fuscelli e il ventre stile Poldo Sbaffini, debba spendere 600 euro per due racchette customizzate per Tomas Berdych. «Ma non hai provato, che so, una Pure Drive, una Extreme, una Burn?». Mi guarda come se avessi detto una bestemmia: «Dovresti sapere – risponde improvvisamente serio, come un professore intento a insegnare all’alunno - che con racchette di quel genere ci giochi bene all’inizio, poi dopo mezz’ora ti mettono fuori palla». Il tutto dopo aver preso 6-1 al torneo del villaggio da un bancario di Voghera, enneci non per scelta. «Certi mi fanno impazzire - mi racconta Gabriele Medri, uno dei migliori customizzatori europei -: un tizio, classifica 4.6, dopo due tentativi di customizzazione mi ha detto: “Ora la racchetta è perfetta, grande sensibilità e presa delle rotazioni. Però la sento bilanciata 32,5, mentre la preferivo 32,2”. Un altro, enneci senza sosta e senza speranza, mi ha tempestato di telefonate: voleva solo i pallet Pro Stock della Head, quelli schiumosi, altrimenti non sentiva la palla. Ma forse il migliore è stato un simpaticissimo veterano: venne da me perché sentiva vibrare il suo vecchio telaio, una Pro Kennex Destiny del 1985: gli chiesi l’ultima volta che aveva cambiato le corde. Lui, impassibile e con una punta fierezza, mi ha risposto: “Mai , sono ancora quelle montate quando l’ho comprata”. A volte, anche le persone più improbabili cadono in questo sabba paperoniano di racchette e non ne escono più. Alberto, un distinto avvocato di Gallarate che per 15 anni aveva giocato con le stesse Dunlop sbrecciate, è caduto nel giogo il mese scorso, dopo un improvvido test organizzato da un negozio specializzato. È entrato in campo per far due palle, ha cambiato 5 o 6 telai in mezz’ora, si è avventurato sui vari siti della rete e si è perso. Ora mi chiama di notte farneticando: «Ho preso tre Yonex SV 100, magnifiche»; poi, alle prime luci dell’alba, mi invia un sms: «Forse sono leggere in testa: cambio?». Alle 9 in punto è davanti al negozio per sostituirle con due Pure Storm che a metà pomeriggio ha già scambiato con un tizio di Cremona per due Prince Textreme. Il suo portinaio sta perdendo il conto dei pacchi e sua moglie è preoccupatissima per il conto della carta di credito. Ne ho visti cosi tanti perdersi fra le rastrelliere di un negozio e le invitanti promozioni di un sito web. Ma, come disse una volta il grande maestro Parri, osservando un enneci che sfoggiava l’ultimo gioiello sul mercato: "Chel lì l’è minga bon anche con la rachit che giuga da sola”. Eh già, quello non sarebbe capace nemmeno con la racchetta che gioca da sola.

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